Epifania al lavandino/Sink epiphany

Una mattina di qualche tempo fa ho avuto un momento di consapevolezza. Ero in bagno e mi stavo lavando i denti. Fissavo lo scarico del lavandino, e pensavo che era ormai ora di passare di nuovo la varechina sull’anello di silicone, che era tornato nero e sporco.

Lo ammetto, non era un momento particolarmente lirico. Avrei preferito che mi apparisse Emma Thompson in versione Angels in America, sventolando delle ali enormi. Anzi, qualsiasi versione di Emma Thompson sarebbe andata bene, piuttosto della guarnizione nera.

Fatto sta che mi ha colpito un pensiero in tutta la sua chiarezza: il Regno Unito è la mia nuova casa.

“Bella scoperta”, direte. “Sei via da 5 anni tondi, dove pensavi di essere vissuto fino ad adesso?” Però…
Però una cosa è abitare in un posto, un’altra è fare parte di un posto. È un po’ la differenza fra tollerare e amare.

Non ho mai fatto mistero che la Gran Bretagna non è il paese dei (miei) sogni e che non mi ci trovo completamente a mio agio. Diciamo pure che non ho perso occasione di lamentarmi con qualunque malcapitato mi facesse domande in proposito. Ci sono posti dove si vive meglio, o perlomeno dove io mi trovo meglio. Ci sono altri luoghi che appartengono al mio cuore e altri ancora in cui mi mescolo senza difficoltà. La Gran Bretagna non è tra questi. Però ho finalmente accettato l’idea che il luogo perfetto è un’utopia, e che il bandolo della matassa è accettarsi in un certo posto.

Si finisce ad abitare in un posto a volte per caso, a volte per scelta. Uno resta se ha o trova un motivo per restare. Se il motivo non c’è, si parte di nuovo. Oppure si passa il tempo a sentirsi come un pezzo avvitato male, fuori posto. La Gran Bretagna è il paese dove mi sono arenato per una serie di eventi fortunati dopo la mia dose di vagabondaggio, ma ora ho abbastanza motivi validi per restare. Ripensandoci, la Gran Bretagna è parte di me fin da che ho memoria, da quando i miei riferimenti musicali e letterari, in modo inconsapevole, sono britannici.

Forse questo sentimento di appartenenza è una tappa obbligatoria nel percorso di ogni expat, ogni emigrato, ogni rifugiato. O forse non lo è, e sono solo io a farmi tante paranoie. Fatto sta che ora ho accettato dentro di me di appartenere alla Gran Bretagna, ed è nata una nuova consapevolezza. Quella mattina ho finito di lavarmi i denti e mi sono diretto verso l’università, finalmente contento.

Però Emma Thompson, mi raccomando, per la prossima epifania conto su di te.

Angels+in+America+HMWYBS+Manuel

Recently, I’ve had a moment of realization. I was brushing my teeth and staring at the silicone seal around the sink drain. It was blackening with mildew and I was wondering if it was time I applied some more bleach to it.
I do agree it is not a particularly inspiring picture. I wish Emma Thompson had appeared to me like in Angels in America to deliver this intuition. Actually, Emma Thompson in any role would have been better than a black silicone seal. Anyhow, with or without Emma, here I went.

I realized that I can give up looking for a place to stay, because I already have a place where I belong. You may say, “well, you’ve been abroad for five years, where do you think you’ve lived all this time?”. Yet, one thing is to live somewhere, another is to belong somewhere. There’s a similar difference between tolerate and love.

I have spent the past four years complaining and hammering about how little I think I fit in Great Britain. There are places I like more, there are places I carry in my heart and places I mingle with no effort it. Great Britain is not one of these places yet. But I realized that there is no point in looking for a perfect place. There’s no such place. The only way forward is to embrace my new place and accept myself as a part of it.

You can land somewhere for many reasons. You can choose a destination, or just happen to end up there. You stay as long as you have a reason to stay. You find it out, you make it up. Otherwise you leave. Or you live like a loose-fitting bit. I have been stranded in the Uk for a series of events – now I feel I belong here. I have enough reasons to stay. Actually, if I look back, Uk has always belonged to me. British were my main musical and literary references since I can remember.

Maybe accepting to belong somewhere is part of each expat, emigrant or refugee’s life. Maybe it is just my personal paranoia. Either way, since that day at the sink I felt I finally fit in. A new awareness was born. I finished brushing my teeth and I left for university, feeling content. 

But please, Emma Thompson, next time I have another of these epiphanies, just make sure you’re available to deliver it, will you?

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Buone maniere con i sordi/Good manners with deaf

Pif, per il suo programma Caro marziano, è andato ad intervistare i proprietari del bar Senza Nome di Bologna, che sono quattro sordi. Io stimo Pif, mi piace il modo in cui si approccia ad ogni nuovo argomento con meraviglia e sensibilità, portando con sé il suo carico di preconcetti per smantellarli uno a uno. Anche in questo episodio Pif ha espresso la sua ignoranza in materia e in quindici minuti ha confezionato una bella introduzione alla cultura sorda e alla lingua dei segni. Per una volta, i sordi hanno avuto un po’ di visibilità nella tv di stato.

Purtroppo però il programma non è disponibile con i sottotitoli, per cui i sordi stessi non possono vederlo. Quando me ne sono accorto, mi è preso lo sconforto. È una palese discriminazione. Eppure basta così poco per rendere la vita dei sordi migliore e per creare una società più inclusiva.

E visto che le parole sono importanti, e dall’alto della mia recente esperienza con la cultura sorda, vorrei partire dalle definizioni.

È buona cortesia chiedere alle minoranze stesse come desiderano essere chiamate, piuttosto che affibbiare loro un nome pensando di fare loro un piacere. Ai sordi il termine sordo va più che bene. Sordo è un aggettivo neutro, breve e onesto. Non udente oltre ad essere un eufemismo nato sull’onda del politically correct, con quel non ingombrante pone l’accento sulla mancanza di un’abilità. E poi c’è sordomuto, che è un termine datato, scorretto e impreciso, perché molti sordi possono parlare, più o meno bene. Inoltre in inglese dumb (muto) è anche un insulto (scemo). Meglio evitarlo. I sordi vi mangiano vivi se li chiamate sordomuti.

I sordi comunicano tra di loro tramite la lingua dei segni. Lingua e non linguaggio: la differenza è un po’ tecnica, se volete, ma importante. Linguaggio indica la facoltà di comunicare, mentre lingua è l’espressione legata al contesto storico, culturale, sociale di questa facoltà. La lingua dei segni è una lingua complessa, con regole grammaticali precise. Non diciamo linguaggio italiano, o idioma italiano. Per cui, lingua dei segni. Lo stato italiano non ne riconosce ancora una dignità giuridica: almeno noi, che siamo più civili del nostro stato, cominciamo a chiamarla col suo nome.

E si dice segni e non gesti. I gesti sono quelle cose che facciamo noi italiani con le mani. A volte pregni di significato, ma non sufficienti a comunicare in maniera complessa quanto i segni. Vi risparmio la differenza linguistica tra segno e gesto.

Capiterà che vi dicano che non esiste una sola lingua dei segni a livello mondiale, ma ce ne sono una moltitudine, una per ogni stato, anzi, la lingua dei segni americana è diversa da quella britannica, australiana, irlandese, anche se sono tutti stati dove si parla l’inglese, anzi, ci sono addirittura varianti regionali e dialetti. Quando succederà, evitate di commentare: “ma non potevano dargliene/inventarne una sola?”. Le lingue dei segni non sono state inventate. Sono nate spontaneamente e si sono sviluppate nonostante gli udenti, che nella storia hanno fatto di tutto per estirparle, a volte esercitando una notevole quantità di violenza fisica: generazioni di bambini e di adulti hanno ricevuto bacchettate sulle mani ogni volta che venivano sorpresi a segnare, hanno legato le loro dita con lo scotch, o le loro braccia alla sedia, per costringerli ad usare la voce. Le lingue dei segni sono antecedenti a quelle orali, le usavano i nostri antenati prima di sviluppare le corde vocali, oppure quando non volevano farsi sentire dagli animali durante la caccia. Gli udenti non hanno creato nessuna lingua dei segni, e raramente si sono offerti di impararle o di proteggerle. Le lingue dei segni sono tutte diverse e frammentarie perché frammentate sono le comunità sorde intorno al mondo. Siamo orgogliosi dei nostri dialetti, e anche le comunità sorde sono orgogliose dei propri dialetti. Si capiscono benissimo lo stesso, molto meglio degli udenti, anche tra sordi di diversa nazionalità.

E sì, potete usare la parola disabile. Diversamente abile nasconde una verità: le persone disabili, nella maggior parte dei casi, non sono disabili in assoluto, ma solo quando le persone “abili” non fanno nulla per venire loro incontro. I disabili sono disabili perché gli abili tolgono loro la possibilità di essere abili. I disabili vengono disabilitati. I sordi non sono “poverini”, “malati”, non hanno bisogno di pietismo. Sono persone indipendenti, intraprendenti, capaci. Hanno solo bisogno di un piccolo sforzo da parte nostra per riuscire a comunicare: parlare più lentamente, scandire le parole, non parlare a bocca piena, dire chiaramente di cosa si sta parlando se , infarcire il discorso di gesti, che non fanno mai male, oppure usare carta e penna. I sordi, come tutti noi, hanno molto da dare, e molto da dire. Basta stare ad ascoltarli.

Deaf is an invisible disability, therefore deaf are frequently ignored. However, so little effort is needed to improve their life and increase inclusion. First of all, I think it’d be important to use the proper words when talking about deaf, especially in countries where sign language is still not officially recognized and where the public television does not offer any subtitle service.

Never say deaf and dumb. Many deaf people have a voice, and some of them use it properly, so dumb is improper in the best scenario, insulting in the worst one. And remember: when you are naming a minority, especially if the minority has been discriminated, it is fair and polite to respect their will about their own name. Deaf people want to be called deaf.

When you are talked about sign languages, and how different they are for each country, and how they have variants and dialects, please never ask: “why did they never invent a single one?”. Well, nobody invented sign languages. They evolved from each deaf community. There is evidence sign language preceded oral languages. Most of all, hearing people did everything they could to hinder, wipe out or obstacle sign language, sometimes using force and violence, such as punishing children at schools, taping their fingers together or tying their arms on their chair. Sign language evolved notwithstanding hearing people, and deaf communities are proud of it.

Don’t be afraid of saying disabled. It is a true word. Society just puts so many obstacles on disabled people, who very often just need very tiny adjustments to be as independent as “abled” people. So yes, it is us who disable them, who make them less able to carry on with their life. In the case of deaf people, just remember: speak slowly and do not mumble, do not chew while talking, use as many gestures as you want as they give them visual clues, for example when talking about numbers,  make clear what the topic is, use pen and paper (or your phone). Deaf have so much to give, and so much to say! We just need to stop by and listen to them, it’s worth it.

Scozia-Italia/Scotland-Italy

Prima di andare in università scendo a buttare la differenziata. Due odori si dividono il pianerottolo.

Dal mio appartamento proviene l’odore intenso di pane appena sfornato.

Da sotto la porta del mio vicino viene un odore fortissimo di erba, che prevalica ogni barriera fisica. Mi stupisco che dal buco della chiave non escano sbuffi di fumo.

Potremmo benissimo essere comparse del mondo di Alice. Io a cantare “un buon non compleanno” offrendo tè e pane e burro, lui a fare il brucaliffo.

bread vs weed.png

Italy Vs Scotland

This morning I opened the door to take out the recycling. 

From my flat there came the sour smell of freshly baked bread.

From underneath my neighbour’s door, defeating any physical barrier, there came a strong smell of weed.

We could be roleplaying characters in Alice’s Wonderland. I would be singing “A very happy unbirthday” and offer bread-and-butterflies. He would puff out smoke like the Hookah-smoking Caterpillar.

Silent Night, version 2

On a Saturday night of December, Nick told me: “We will sign the first verse of Silent Night tomorrow at the Carol Service. I’ll show the congregation first, then we’ll sing it through and sign. I need to think how to teach them”. “Why don’t you have a look on Youtube?”, I asked. “I am deaf, I know BSL, I don’t need to check on Youtube” “Well, just because you can sign doesn’t mean you are a perforem. Come on, let’s have a look”, was my reply. Not that I don’t trust Nick, but why not give it a try?

Once home we ended up watching four or five different versions of Silent Night. Some of them were more respectful of the grammar and nuances of sign language, others were rather didascalic, strictly word-by-word translations. Some people really moved emotionally to the signs, but Nick commented that few of them had ever cradled a child: considering how open their arms were when they signed BABY, they may drop the baby itself. Anyway, Nick took inspiration and made up a simplified version of the song.

The next day we went to church, greeted the people there, we met the interpreter and sat down. “Nick, do I need a hymn book?” “No, carols will be projected on the screens on the wall”. “Ah, yes, now I see. Oh, Silent Night reads different, is it another version?” “It may be, that’s the second verse, but don’t worry, the first verse is the same, that’s not negotiable”.

I grabbed his hymn book and flipped it through-I like reading carols. “Look, Silent Night is different here as well. And the first verse, too!” Facing evidence, Nick jumped up, grabbed the interpreter, went to the computer guy, deleted the alternative version from the powerpoint and quickly typed in the better-known one. Just in time. The service started right away.

People were very happy to sign along, and Nick was greatful that I spotted the difference in time. It would have been hairy to improvise! 

Have a merry Christmas.

Ps here are some of the videos we watched: 




 

In Gran Bretagna amano i canti di Natale. Di più: ogni chiesa, ma anche, ad esempio, l’università, organizza in vicinanza del Natale un Carol Service, che mette insieme preghiere, riflessioni sul Natale, canti e l’occasione per farsi gli auguri e mangiare un sacco di mince pies

Nick un sabato mi fa sapere che il giorno dopo, durante il carol service nella sua chiesa, a lui è stato affidato l’incarico di insegnare la prima strofa di Astro del Ciel in lingua dei segni. Io gli chiedo: “Sei pronto? Hai provato a guardare su Youtube?” “Perché mai? Sono sordo, so segnare, non ho bisogno di imparare da Youtube!” “Eh, ma una cosa è saper usare i segni, un’altra usarli per una performance! Dai, diamo un’occhiata, si sa mai che ti venga l’ispirazione”.

Alla fine ci siamo sciroppati quattro o cinque video di fila. Alcuni interpreti erano rigidi rigidi, con una traduzione parola per parola dall’inglese. Nick ha commentato: “A giudicare da come segnano pargol,  non hanno mai tenuto un bambino in braccio”. Altri erano più liberi e artistici, e riuscivano ad infondere nei segni l’affetto che si addice ad Astro del Ciel. Alla fine Nick ha messo insieme una versione facile facile a prova di anziano (l’età media dei membri della congregazione è alta, come si può immaginare).

Il giorno dopo andiamo in chiesa, salutiamo un po’ di persone, l’interprete era già là, e ci sediamo. Chiedo a Nick se devo procurarmi un libro degli inni, ma lui risponde che i canti verranno proiettati sul muro. Alzo gli occhi e noto il powerpoint, che casualmente mostrava la seconda strofa di Astro del Ciel. Però non riconosco le parole. È una versione diversa, dice Nick, ma la prima strofa resta sempre la stessa, non si tocca! Allora mi metto a sfogliare il suo libro dei canti e noto che anche la sua versione era diversa. Nick, di fronte all’evidenza, salta in piedi e si precipita dal ragazzo responsabile del powerpoint, e in velocità cancella e sostituisce la strofa con la versione che tutti conoscono.

Appena in tempo: il servizio comincia, e tutto va bene. “Fortuna che te ne sei accorto, sai che figura se me ne fossi accorto sul più bello”, mi dice alla fine. L’assemblea ha imparato volentieri la versione in lingua dei segni, che poi viene fuori un po’ come un bans o un ballo di gruppo da seduti, e fa subito allegria. Buon Natale!

Podcasts

Vivo da solo, non ho un televisore, passo quasi un’ora al giorno spostandomi da casa all’università e viceversa, trascorro svariate ore al weekend sui treni tra Glasgow e Manchester, e passo la giornata di fronte al computer oppure in laboratorio. In tutto fa un bel po’ di tempo in compagnia di me stesso. Morale: ho sempre le cuffiette dell’iPod nelle orecchie, così almeno sento le voci, ma so da dove provengono (mi sono anche messo a parlare coi fiori sul davanzale e con le cellule nelle provette, ma l’iPod è un’alternativa decisamente migliore).

Non ascolto solo musica. Da un paio di anni sono diventato un assiduo fan di podcasts, di tutti i tipi, da quelli di carattere scientifico o informativo di Radio24, a quelli più leggeri o comici, tipo il Trio Medusa su Radio Deejay, o Un giorno da Pecora su Radio1 con Geppi Cucciari. Se conoscete l’inglese e siete dotati di una certa dose di ironia e uno stomaco non troppo delicato, un programma comico che vi farà piegare in due dalle risate è My dad wrote a porno.

È come ascoltare la radio in differita. Le voci che si alternano al microfono mi tengono compagnia durante la mia giornata e mi permettono di restare in contatto con l’attualità italiana. Tramite i podcast vado a caccia di musica, ricette, libri o spettacoli nuovi.

Amo soprattutto i podcast di storytelling, che mi coccolano un po’ come le fiabe della buonanotte, solo che a differenza delle fiabe le storie che raccontano non sono inventate, ma sono vere. Alcune trasmissioni raccontano le vite di personaggi noti (tra questi consiglio Ettore, Radio2), altre parlano di fatti e scoperte curiose (ascoltate Radiolab), altre semplicemente raccolgono le storie singolari di persone comuni. Ad ascoltare le storie degli altri si trovano tanti punti in comune, e se si è dotati di un minimo di empatia è facile commuoversi. E ci si rende conto che una storia da raccontare ce l’abbiamo tutti.

Tra i programmi di storytelling italiani, quelli di Matteo Caccia sono tra i migliori (andatevi a cercare Una vita). Matteo, che ha una voce molto bella, calda ed empatica, da due anni conduce Pascal, aiutato da una redazione talentuosa. La scaletta prevede una storia inviata da un ascoltatore, un’altra trovata su internet e poi, da quest’anno, una pagina dal Diario di Maddalena, una donna che ora avrà sui 60 anni e che ha inviato alla redazione tutti i diari della sua lunga vita vissuta fuori dagli schemi.

Dopo aver seguito fedelmente il programma per un anno, mi sono deciso anch’io a mandare qualche storia. Mi è bastato rovistare tra i barattoli di marmellata sullo scaffale del mio blog. E una di queste è piaciuta alla redazione, e la leggeranno questa sera durante il programma. Giulia Laura Ferrari, che lavora in redazione, è stata molto gentile e paziente nel cercarmi al telefono per l’intervista telefonica. Scambierò pure un paio di parole col conduttore. Sintonizzatevi su Radio2 alle 22.30 ora italiana. Spero che vi affezionate al programma e che venga voglia anche a voi di inviare una storia, perché raccontare storie è catartico.

PS Il podcast della trasmissione si può ripescare qui: http://www.radio.rai.it/podcast/A46288289.mp3. È stata un’esperienza strana sentire la mia voce in radio, mi sono reso conto di quanto sia ancora marcato il mio accento veronese.

Madeleines

Dalla Scozia ho portato uno stampo da madeleine, in silicone rosso, in regalo alla Nenna, lei che, proprio come me alla sua età, ha cominciato a prendere gusto per la pasticceria e sforna dolci ogni volta che può. Abbiamo subito testato lo stampo e per la ricetta ci siamo rivolti a Julia Child, che di cucina francese ne sa qualcosa. Alla Nenna piacciono le lingue straniere, abbiamo tradotto la ricetta dall’inglese e trasformato le dosi da tazze a grammi. Anche se abbiamo saltato a piè pari il passaggio col burro fuso e nonostante l’abbronzatura generosa sulla pancia per via del forno vecchiotto e inaffidabile, le madeleines sono venute buone, fragranti nella loro forma a conchiglietta.

Ho raccontato alla Nenna la storia di Proust, ma forse non è l’argomento adatto per catturare l’attenzione di una tredicenne intenta a grattugiare la buccia di limone.

Tra le mie madeleines ci sono le caramelle all’anice (alzi la mano a chi altri piace l’anice), quelle quadrate, piccole e dure, color confetto. Come tutte le caramelle dure, le mangio sgranocchiandole, una dietro l’altra. Mi ricordano di un negozio che ora non esiste più, poco distante da casa, era grande e difficile da illuminare e vendeva prodotti da forno e c’erano appesi alle pareti di legno i cuori di panpepato tipo Bavaria. Mi ricordo che la mamma aveva portato me e Manu e che ci eravamo meritati queste caramelle.

Chissà se le madeleines in futuro riporteranno alla mente alla Nenna questo periodo, le mie brevi visite a casa, l’estate ancora calda, l’adolescenza che tarda ad arrivare ma che ha già mandato in avanscoperta i suoi spettri e le sue insicurezze a fare razzia del suo corpo.

I took a gift from Scotland for my sis Irene. It’s a red silicone mould for madeleines, the French tea cakes. My sister took up a passion for bakery, pretty much like me at her age, and she bakes whenever she can. We put the mould to test using Julia Child’s valid recipe (Julia is a trustworthy French recipes dealer). We translated the English version and converted cups into grams. Even though we got the molten butter passage wrong and the bottom side of the madeleines turned out slightly overbrowned (our old oven is tricky), they tasted and smelled nicely.

I told Irene about Proust’s story, but she wasn’t really impressed. It may not be the best topic to talk to a teen while she’s grating lemon zest.

Among my personal madeleines there are the anise candies. They are small, hard, square-shaped and pale-colored. I like to crunch them and swallow one after the other. I was one of the few kids who liked anise flavour. I remember one particular shop, it was dark and wooden and full of pastry and cakes and sweets and my mum took me and my brother and I got these candies there.

Who knows if madeleines will bring back similar memories to Irene. Memories of this torrid end of the summer, of my short visits back home, of a teenage still slow to kick in but quick to send forward its ghosts and fears to raid her body.

 

Balançoires/Musical swings

balancoires2.jpgNel centro di Montreal, nel Quartiere degli Spettacoli, si trovano ventuno altalene colorate a gruppi di tre: le balançoires. Sono un’installazione artistica, di quelle interattive. Ci sali sopra, cominci a dondolarti, e da sopra la tua testa sgorga musica. All’inizio lenta e monotona, dong dong dong, poi cambia e diventa più variata. È il timbro di uno strumento a corda, così che ti sembra di essere un grosso plettro che va avanti indietro su una chitarra. Non so come funzioni il software che genera la musica, immagino che in qualche modo sia guidato dal ritmo del dondolo, ma sembra andare piuttosto a casaccio.
Notate un particolare: le altalene hanno dei colori sgargianti, un richiamo irresistibile per me. Le avevo provate velocemente con Milovan, ma volevo godermele di nuovo prima di lasciare Montreal. Era un luminoso martedì mattina, le avevano appena tirate fuori dall’involucro dove le tengono di notte, non c’erano troppi turisti a fare concorrenza. Mi sono seduto comodo sull’altalena più esterna e ho preso la spinta.

Qualcun atro occupava le altalene di fianco a me. Una coppia di turisti con due bambine, una donna latinoamericana, un’altra asiatica. Restano un paio di minuti, poi se ne vanno. Io continuo a dondolare, prendo un ritmo regolare e tranquillo, nessuna ambizione di arrivare troppo in alto. Sorrido.

Una signora anziana vestita di chiaro e con un cappello bianco a tese larghe mi passa davanti. Si vede che è indecisa. Torna indietro, posa la sua borsa ai piedi dell’altalena, sale e si mette a dondolare. Non ci guardiamo neppure. Eravamo timidi, quasi vergognosi di essere colti in un gesto così infantile. C’erano altre altalene libere, ma lei ha scelto di dondolare con me. I suoi accordi si sono mescolati ai miei. Poi si è aggiunto un ragazzo dai capelli rossi, la camicia e le scarpe dicevano che era diretto in ufficio. Prende posto sull’ultima altalena rimasta libera, quella centrale, seduto in direzione contraria alla nostra, si contorce per riuscire a scattarsi un selfie. La musica era malinconica, un tratto ricorrente della musica del Quebéc. Chiudo gli occhi. Quando riapro lo sguardo, la signora è sparita, e anche il ragazzo infila il telefono in tasca e se ne va. Io resto ancora un po’, a guardare le persone che passano. Poi afferro di nuovo la valigia e mi allontano.

Chissà cosa abbiamo condiviso, tre adulti spaiati su un dondolo, assorti nei nostri pensieri, una vita da rincorrere subito dopo, uniti dalla contentezza di spostare il baricentro avanti e indietro su un’altalena nel sole caldo di Montreal.

If you walk by the Quartier des spectacles in Montreal, you will come across this installation called les Balançoires, the musical swings. They are 21, grouped by 3, and they make sound! Like a pinched chord, monotonous and slow at start, but then different, varied, I guess according to the algorithms of some mysterious software, whose logic is not quite clear to me. Anyway, they are an appealing feature for tourists and not, and they are brightly coloured, which makes them even more appealing to me. I went by quickly with Milovan, but didn’t have much time to try them out, so I went back before I left Montreal, on a sunny Tuesday morning. They had just unwrapped them from the protection they keep them at night. I put down my suitcase, I sat comfortably on one seat, and started swinging.

There were more people swinging to my sides, a couple of tourists with two daughters, a woman, but mostly came and go. I just enjoyed my stable pace, not too fast, no ambition to swing too high. I smiled.

An elderly lady in light clothes and a cream-colour large hat walked briskly by. She was clearly tempted. She came back, put down her bag, climbed on the far seat, and joined me in the swinging. We didn’t look at each other, we were almost prim in our childish action. Imagine, an old woman and a not-too-young-anymore guy. She picked my group of swings, though, others were free, but she chose to add her tunes to my music. A ginger guy joined on the central swing. His shirt and trousers and shoes said he was on his way to the office. He took out his phone to take a selfie. I closed my eyes. The music was slightly melancholic, it seems to be the tone of the Quebec. When I opened my eyes, the lady was gone, and the guy put his phone in his pocket, and left. I stayed a bit, to enjoy the sun in my face, people walking by. Finally I grabbed my suitcase and left.

What did we share, deep in our thoughts, a life to chase before and after, three grown-ups, unmatched in all except in our joy of moving our balance back and forward on a musical swing in the warm sun of Montreal.

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