Silent Night, version 2

On a Saturday night of December, Nick told me: “We will sign the first verse of Silent Night tomorrow at the Carol Service. I’ll show the congregation first, then we’ll sing it through and sign. I need to think how to teach them”. “Why don’t you have a look on Youtube?”, I asked. “I am deaf, I know BSL, I don’t need to check on Youtube” “Well, just because you can sign doesn’t mean you are a perforem. Come on, let’s have a look”, was my reply. Not that I don’t trust Nick, but why not give it a try?

Once home we ended up watching four or five different versions of Silent Night. Some of them were more respectful of the grammar and nuances of sign language, others were rather didascalic, strictly word-by-word translations. Some people really moved emotionally to the signs, but Nick commented that few of them had ever cradled a child: considering how open their arms were when they signed BABY, they may drop the baby itself. Anyway, Nick took inspiration and made up a simplified version of the song.

The next day we went to church, greeted the people there, we met the interpreter and sat down. “Nick, do I need a hymn book?” “No, carols will be projected on the screens on the wall”. “Ah, yes, now I see. Oh, Silent Night reads different, is it another version?” “It may be, that’s the second verse, but don’t worry, the first verse is the same, that’s not negotiable”.

I grabbed his hymn book and flipped it through-I like reading carols. “Look, Silent Night is different here as well. And the first verse, too!” Facing evidence, Nick jumped up, grabbed the interpreter, went to the computer guy, deleted the alternative version from the powerpoint and quickly typed in the better-known one. Just in time. The service started right away.

People were very happy to sign along, and Nick was greatful that I spotted the difference in time. It would have been hairy to improvise! 

Have a merry Christmas.

Ps here are some of the videos we watched: 




 

In Gran Bretagna amano i canti di Natale. Di più: ogni chiesa, ma anche, ad esempio, l’università, organizza in vicinanza del Natale un Carol Service, che mette insieme preghiere, riflessioni sul Natale, canti e l’occasione per farsi gli auguri e mangiare un sacco di mince pies

Nick un sabato mi fa sapere che il giorno dopo, durante il carol service nella sua chiesa, a lui è stato affidato l’incarico di insegnare la prima strofa di Astro del Ciel in lingua dei segni. Io gli chiedo: “Sei pronto? Hai provato a guardare su Youtube?” “Perché mai? Sono sordo, so segnare, non ho bisogno di imparare da Youtube!” “Eh, ma una cosa è saper usare i segni, un’altra usarli per una performance! Dai, diamo un’occhiata, si sa mai che ti venga l’ispirazione”.

Alla fine ci siamo sciroppati quattro o cinque video di fila. Alcuni interpreti erano rigidi rigidi, con una traduzione parola per parola dall’inglese. Nick ha commentato: “A giudicare da come segnano pargol,  non hanno mai tenuto un bambino in braccio”. Altri erano più liberi e artistici, e riuscivano ad infondere nei segni l’affetto che si addice ad Astro del Ciel. Alla fine Nick ha messo insieme una versione facile facile a prova di anziano (l’età media dei membri della congregazione è alta, come si può immaginare).

Il giorno dopo andiamo in chiesa, salutiamo un po’ di persone, l’interprete era già là, e ci sediamo. Chiedo a Nick se devo procurarmi un libro degli inni, ma lui risponde che i canti verranno proiettati sul muro. Alzo gli occhi e noto il powerpoint, che casualmente mostrava la seconda strofa di Astro del Ciel. Però non riconosco le parole. È una versione diversa, dice Nick, ma la prima strofa resta sempre la stessa, non si tocca! Allora mi metto a sfogliare il suo libro dei canti e noto che anche la sua versione era diversa. Nick, di fronte all’evidenza, salta in piedi e si precipita dal ragazzo responsabile del powerpoint, e in velocità cancella e sostituisce la strofa con la versione che tutti conoscono.

Appena in tempo: il servizio comincia, e tutto va bene. “Fortuna che te ne sei accorto, sai che figura se me ne fossi accorto sul più bello”, mi dice alla fine. L’assemblea ha imparato volentieri la versione in lingua dei segni, che poi viene fuori un po’ come un bans o un ballo di gruppo da seduti, e fa subito allegria. Buon Natale!

Podcasts

Vivo da solo, non ho un televisore, passo quasi un’ora al giorno spostandomi da casa all’università e viceversa, trascorro svariate ore al weekend sui treni tra Glasgow e Manchester, e passo la giornata di fronte al computer oppure in laboratorio. In tutto fa un bel po’ di tempo in compagnia di me stesso. Morale: ho sempre le cuffiette dell’iPod nelle orecchie, così almeno sento le voci, ma so da dove provengono (mi sono anche messo a parlare coi fiori sul davanzale e con le cellule nelle provette, ma l’iPod è un’alternativa decisamente migliore).

Non ascolto solo musica. Da un paio di anni sono diventato un assiduo fan di podcasts, di tutti i tipi, da quelli di carattere scientifico o informativo di Radio24, a quelli più leggeri o comici, tipo il Trio Medusa su Radio Deejay, o Un giorno da Pecora su Radio1 con Geppi Cucciari. Se conoscete l’inglese e siete dotati di una certa dose di ironia e uno stomaco non troppo delicato, un programma comico che vi farà piegare in due dalle risate è My dad wrote a porno.

È come ascoltare la radio in differita. Le voci che si alternano al microfono mi tengono compagnia durante la mia giornata e mi permettono di restare in contatto con l’attualità italiana. Tramite i podcast vado a caccia di musica, ricette, libri o spettacoli nuovi.

Amo soprattutto i podcast di storytelling, che mi coccolano un po’ come le fiabe della buonanotte, solo che a differenza delle fiabe le storie che raccontano non sono inventate, ma sono vere. Alcune trasmissioni raccontano le vite di personaggi noti (tra questi consiglio Ettore, Radio2), altre parlano di fatti e scoperte curiose (ascoltate Radiolab), altre semplicemente raccolgono le storie singolari di persone comuni. Ad ascoltare le storie degli altri si trovano tanti punti in comune, e se si è dotati di un minimo di empatia è facile commuoversi. E ci si rende conto che una storia da raccontare ce l’abbiamo tutti.

Tra i programmi di storytelling italiani, quelli di Matteo Caccia sono tra i migliori (andatevi a cercare Una vita). Matteo, che ha una voce molto bella, calda ed empatica, da due anni conduce Pascal, aiutato da una redazione talentuosa. La scaletta prevede una storia inviata da un ascoltatore, un’altra trovata su internet e poi, da quest’anno, una pagina dal Diario di Maddalena, una donna che ora avrà sui 60 anni e che ha inviato alla redazione tutti i diari della sua lunga vita vissuta fuori dagli schemi.

Dopo aver seguito fedelmente il programma per un anno, mi sono deciso anch’io a mandare qualche storia. Mi è bastato rovistare tra i barattoli di marmellata sullo scaffale del mio blog. E una di queste è piaciuta alla redazione, e la leggeranno questa sera durante il programma. Giulia Laura Ferrari, che lavora in redazione, è stata molto gentile e paziente nel cercarmi al telefono per l’intervista telefonica. Scambierò pure un paio di parole col conduttore. Sintonizzatevi su Radio2 alle 22.30 ora italiana. Spero che vi affezionate al programma e che venga voglia anche a voi di inviare una storia, perché raccontare storie è catartico.

PS Il podcast della trasmissione si può ripescare qui: http://www.radio.rai.it/podcast/A46288289.mp3. È stata un’esperienza strana sentire la mia voce in radio, mi sono reso conto di quanto sia ancora marcato il mio accento veronese.

Madeleines

Dalla Scozia ho portato uno stampo da madeleine, in silicone rosso, in regalo alla Nenna, lei che, proprio come me alla sua età, ha cominciato a prendere gusto per la pasticceria e sforna dolci ogni volta che può. Abbiamo subito testato lo stampo e per la ricetta ci siamo rivolti a Julia Child, che di cucina francese ne sa qualcosa. Alla Nenna piacciono le lingue straniere, abbiamo tradotto la ricetta dall’inglese e trasformato le dosi da tazze a grammi. Anche se abbiamo saltato a piè pari il passaggio col burro fuso e nonostante l’abbronzatura generosa sulla pancia per via del forno vecchiotto e inaffidabile, le madeleines sono venute buone, fragranti nella loro forma a conchiglietta.

Ho raccontato alla Nenna la storia di Proust, ma forse non è l’argomento adatto per catturare l’attenzione di una tredicenne intenta a grattugiare la buccia di limone.

Tra le mie madeleines ci sono le caramelle all’anice (alzi la mano a chi altri piace l’anice), quelle quadrate, piccole e dure, color confetto. Come tutte le caramelle dure, le mangio sgranocchiandole, una dietro l’altra. Mi ricordano di un negozio che ora non esiste più, poco distante da casa, era grande e difficile da illuminare e vendeva prodotti da forno e c’erano appesi alle pareti di legno i cuori di panpepato tipo Bavaria. Mi ricordo che la mamma aveva portato me e Manu e che ci eravamo meritati queste caramelle.

Chissà se le madeleines in futuro riporteranno alla mente alla Nenna questo periodo, le mie brevi visite a casa, l’estate ancora calda, l’adolescenza che tarda ad arrivare ma che ha già mandato in avanscoperta i suoi spettri e le sue insicurezze a fare razzia del suo corpo.

I took a gift from Scotland for my sis Irene. It’s a red silicone mould for madeleines, the French tea cakes. My sister took up a passion for bakery, pretty much like me at her age, and she bakes whenever she can. We put the mould to test using Julia Child’s valid recipe (Julia is a trustworthy French recipes dealer). We translated the English version and converted cups into grams. Even though we got the molten butter passage wrong and the bottom side of the madeleines turned out slightly overbrowned (our old oven is tricky), they tasted and smelled nicely.

I told Irene about Proust’s story, but she wasn’t really impressed. It may not be the best topic to talk to a teen while she’s grating lemon zest.

Among my personal madeleines there are the anise candies. They are small, hard, square-shaped and pale-colored. I like to crunch them and swallow one after the other. I was one of the few kids who liked anise flavour. I remember one particular shop, it was dark and wooden and full of pastry and cakes and sweets and my mum took me and my brother and I got these candies there.

Who knows if madeleines will bring back similar memories to Irene. Memories of this torrid end of the summer, of my short visits back home, of a teenage still slow to kick in but quick to send forward its ghosts and fears to raid her body.

 

Balançoires/Musical swings

balancoires2.jpgNel centro di Montreal, nel Quartiere degli Spettacoli, si trovano ventuno altalene colorate a gruppi di tre: le balançoires. Sono un’installazione artistica, di quelle interattive. Ci sali sopra, cominci a dondolarti, e da sopra la tua testa sgorga musica. All’inizio lenta e monotona, dong dong dong, poi cambia e diventa più variata. È il timbro di uno strumento a corda, così che ti sembra di essere un grosso plettro che va avanti indietro su una chitarra. Non so come funzioni il software che genera la musica, immagino che in qualche modo sia guidato dal ritmo del dondolo, ma sembra andare piuttosto a casaccio.
Notate un particolare: le altalene hanno dei colori sgargianti, un richiamo irresistibile per me. Le avevo provate velocemente con Milovan, ma volevo godermele di nuovo prima di lasciare Montreal. Era un luminoso martedì mattina, le avevano appena tirate fuori dall’involucro dove le tengono di notte, non c’erano troppi turisti a fare concorrenza. Mi sono seduto comodo sull’altalena più esterna e ho preso la spinta.

Qualcun atro occupava le altalene di fianco a me. Una coppia di turisti con due bambine, una donna latinoamericana, un’altra asiatica. Restano un paio di minuti, poi se ne vanno. Io continuo a dondolare, prendo un ritmo regolare e tranquillo, nessuna ambizione di arrivare troppo in alto. Sorrido.

Una signora anziana vestita di chiaro e con un cappello bianco a tese larghe mi passa davanti. Si vede che è indecisa. Torna indietro, posa la sua borsa ai piedi dell’altalena, sale e si mette a dondolare. Non ci guardiamo neppure. Eravamo timidi, quasi vergognosi di essere colti in un gesto così infantile. C’erano altre altalene libere, ma lei ha scelto di dondolare con me. I suoi accordi si sono mescolati ai miei. Poi si è aggiunto un ragazzo dai capelli rossi, la camicia e le scarpe dicevano che era diretto in ufficio. Prende posto sull’ultima altalena rimasta libera, quella centrale, seduto in direzione contraria alla nostra, si contorce per riuscire a scattarsi un selfie. La musica era malinconica, un tratto ricorrente della musica del Quebéc. Chiudo gli occhi. Quando riapro lo sguardo, la signora è sparita, e anche il ragazzo infila il telefono in tasca e se ne va. Io resto ancora un po’, a guardare le persone che passano. Poi afferro di nuovo la valigia e mi allontano.

Chissà cosa abbiamo condiviso, tre adulti spaiati su un dondolo, assorti nei nostri pensieri, una vita da rincorrere subito dopo, uniti dalla contentezza di spostare il baricentro avanti e indietro su un’altalena nel sole caldo di Montreal.

If you walk by the Quartier des spectacles in Montreal, you will come across this installation called les Balançoires, the musical swings. They are 21, grouped by 3, and they make sound! Like a pinched chord, monotonous and slow at start, but then different, varied, I guess according to the algorithms of some mysterious software, whose logic is not quite clear to me. Anyway, they are an appealing feature for tourists and not, and they are brightly coloured, which makes them even more appealing to me. I went by quickly with Milovan, but didn’t have much time to try them out, so I went back before I left Montreal, on a sunny Tuesday morning. They had just unwrapped them from the protection they keep them at night. I put down my suitcase, I sat comfortably on one seat, and started swinging.

There were more people swinging to my sides, a couple of tourists with two daughters, a woman, but mostly came and go. I just enjoyed my stable pace, not too fast, no ambition to swing too high. I smiled.

An elderly lady in light clothes and a cream-colour large hat walked briskly by. She was clearly tempted. She came back, put down her bag, climbed on the far seat, and joined me in the swinging. We didn’t look at each other, we were almost prim in our childish action. Imagine, an old woman and a not-too-young-anymore guy. She picked my group of swings, though, others were free, but she chose to add her tunes to my music. A ginger guy joined on the central swing. His shirt and trousers and shoes said he was on his way to the office. He took out his phone to take a selfie. I closed my eyes. The music was slightly melancholic, it seems to be the tone of the Quebec. When I opened my eyes, the lady was gone, and the guy put his phone in his pocket, and left. I stayed a bit, to enjoy the sun in my face, people walking by. Finally I grabbed my suitcase and left.

What did we share, deep in our thoughts, a life to chase before and after, three grown-ups, unmatched in all except in our joy of moving our balance back and forward on a musical swing in the warm sun of Montreal.

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Coppa dell’amicizia/Friendship bowl

Test di cultura italiana. Riconoscete questo oggetto?

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Viene dalla Valdaosta: si chiama coppa dell’amicizia, ed è una coppa panciuta di legno con un coperchio circondato da un numero pari di becchi che va da due a una dozzina. Si riempie la coppa di un caffè particolare, tipo quello della Peppina, e si beve in compagnia, a turno, ciascuno da un becco, passando la coppa in giro. Un modo bellissimo di condividere un caffè alla fine di un pasto, nelle notti invernali, con gli amici davanti al camino, a raccontarsi storie. A casa, in Italia, ne abbiamo una, nascosta in una credenza, proveniente da chissà quale viaggio che mia mamma ha fatto da ragazza.

Io e la Nico abbiamo salvato questa coppa dell’amicizia dalle incurie dei suoi precedenti padroni, e ora è l’oggetto più prezioso e bello nel mio appartamento. La prima volta che l’ho vista, eravamo al Chai Ovna, una casa del té dall’aspetto molto informale, diciamo pure trascurato, hippie o indie a seconda dei punti di vista, e tutto contento per aver trovato un oggetto così raro in un angolo di Glasgow, sono andato a chiedere alla cameriera da dove venisse. Lei, con espressione tra il fastidio e il disinteresse universale: “Come hai detto?” “La coppa dell’amicizia, quella cosa rotonda di legno…oh, lascia stare”. Cioè, hanno un oggetto d’artigianato e neppure si preoccupano di sapere cos’è. Sono tornato al Chai Ovna a Settembre con Sara, ma la coppa era scomparsa. No, ma come, l’hanno buttata via? Ah, no. L’ho scovata su uno scaffale polveroso, coperta di ragnatele. Sara mi ha consigliato di infilarmela in borsa e portarla via di nascosto, tanto non interessava a nessuno. Io invece, la volta successiva che sono tornato, ho pregato la cameriera di chiedere alla padrona se avesse intenzione di vendermela. Settimane dopo, finalmente mi arriva un messaggio di conferma. Nicoletta è andata a recuperarla per me e me ne ha fatto regalo. Ho dovuto pulirla dalla polvere e dagli schizzi di pittura, ho cosparso il fondo di fondi di caffè per togliere gli odori cattivi, ed ora fa bella figura in cucina, con i suoi decori a stella alpina e il profumo intenso di legno.

L’abbiamo collaudata per la prima volta io e Nick. Non ho preparato il caffè valdostano ma qualcosa di simile, ma non ho considerato che se è troppo piena, il caffé esce da un po’ tutti i becchi quando la si inclina. Ne ha fatto le spese il mio pigiama.

Ricetta del caffè per fare un “buon café à la valdôtaine”(presa dalle istruzioni, custodite all’interno della coppa stessa):

Preparare il caffè in quantità sufficiente secondo le necessita e versarlo nella coppa dell’amicizia; aggiungere due cucchiai di zucchero per ogni caffè; scorze di limone o arancio; mezzo bicchierino di grappa molto forte (o altro liquore secondo i gusti); cospargere il bordo dell’apertura della coppa dell’amicizia con zucchero e bagnarlo con la grappa. Dare fuoco al liquido all’interno della coppa e mescolare con un cucchiaio; spegnere la fiamma chiudendo con il coperchio.

Aggiunte della mia credenza:
Liquore all’amaretto
Acqua di fiori d’arancio

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This is a test to check your knowledge of authentic Italy. What is the item in the picture?

friendship bowl.jpgIt’s not a fancy ashtray. It is a friendship bowl, it is common in the tiniest Italian region, Aosta Valley, on the North-West corner, on the mountains. It is a wooden round bowl with a lid and several beaks. You fill it with a special coffee cocktail and drink from it, in turn, one beak each, with your friends, sharing stories in front of the fire on a winter night. My mum has one at home, a relic from her travels when she was younger.

I first came across this item in Chai Ovna, which is a shabby (or, if you prefer, alternative) tea house in the West End. It was perched on a mantelpiece. I was filled with amazement and went to the waitress, all excited, to ask where they got it from. She didn’t even know what I was talking about. Some time later, I was having a tea with Sara and I couldn’t find it anywhere. I found it out on a windowsill, stranded and forgotten, wrapped in spider cobs. Such a shame! Sara told me to slip it into my bag and leave. Instead, I went to the waitress and asked to purchase it from them. I left them my phone number. After many weeks, I received a text: deal, the bowl was mine! Nicoletta went to pick it up and bought it for me. I cleaned it up from dust and splashes of wall paint. I spread the bottom with coffee grounds to make it smell properly. Now it shines in my kitchen, wooden-smelling, edelweiss-carved, probably the most beautiful, precious item in my flat.

I first tried it with Nick, but I didn’t realize that you need to tilt it carefully when it is full, or you will spill the coffee all over your pyjamas, like I did. Here is the recipe of the traditional Aosta valley coffee, although I made my own version.

Recipe to prepare a good valdostan coffee (as found in the instructions inside the bowl itself):

Make a sufficient quantity of coffee (espresso) and pour into the friendship bowl. Add two teaspoons of sugar for every cup of coffee, as well as lemon or orange rind. Add half a glass of very strong grappa (or another liquor you prefer). Sprinkle sugar on the rim of the bowl and wet it with grappa. Light the drink on fire and stir it with a spoon. Cover the bowl with its lid to put the fire off.

Inglesi/English people

Ho passato il fine settimana della festa della mamma a Sheffield, ed è stata un’ottima occasione per misurare le distanze culturali tra Italia ed Inghilterra. Mentre scendevo in treno verso l’Inghilterra, strano a dirsi, il paesaggio si è coperto di neve, mentre a Glasgow quando sono partito brillava il sole. Il treno si riempiva man mano di Inglesi, così diversi dagli Scozzesi, a partire dall’aspetto fisico. Gli Scozzesi sono più bassi e scuri, mentre gli Inglesi sono alti, hanno la faccia lunga e capelli e occhi chiari. Sheffield era famosa per le acciaierie e la produzione dei coltelli. È una città costruita sui colli e le strade s’inerpicano ripide su e giù.

Il carburante degli inglesi è il tè, ne bevono perfino otto-dieci tazze al giorno. Quando dico té intendo il classico tè nero, che loro bevono con l’aggiunta di un gioccio generoso di latte. Scordatevi il limone, al massimo un po’ di zucchero. Il colore passa da ambrato a beige e mi dà sempre l’impressione che si tratti di caffelatte. A me il tè nero non piace per cui quando mi chiedono se ho sete (il che è un modo implicito di chiedere se voglio un tè), io rispondo: “avete un tè alla frutta?”, e loro cominciano a frugare in fondo alla credenza, perché di tisane non ne bevono, è un oltraggio che sta come il caffè americano all’espresso. Non appoggiano le tazze se non sugli appositi sottotazza, forse per non lasciare segni sulla tavola. Io invece lascio la tazza dove capita e loro mi infilano il sottotazza di nascosto, tirandolo fuori da chissaddove. I tannini lasciano sul fondo delle tazze una incrostazione marroncina che, strato dopo strato, non va più via. Gli Inglesi hanno una concezione molto lasca di pulizia, da questa cattiva abitudine hanno perfino tratto un programma, Case da incubo. Ad esempio lavano le stoviglie in una bacinella d’acqua e poi le mettono ad asciugare, senza risciacquarle sotto l’acqua pulita. Arrrrgh.

Un’altra parata di cose che più inglesi non si può: come dessert, il crumble innaffiato di custard, una versione liquida della crema pasticcera che accompagna, immancabile, ogni fetta di torta; la marmellata d’arance, disponibile in tremila versioni: di Dundee, di arance di Seviglia, d’arance rosse, mista con lime e limone, con la buccia o senza; la confettura di gooseberries (uva spina) e lo sciroppo di sambuco; il rabarbaro; lo stufato di manzo con la gravy (che è il sugo che resta sul fondo della pentola) con contorno di verdura lessa e patate e pastinaca al forno e Yorkshire pudding. Il tutto, sullo sfondo dei narcisi, che addobbano festosi i prati delle isole britanniche in questo periodo. Abbiamo passato il sabato sera a giocare a Scarabeo. Mi sono battuto con le unghie e coi denti ma non sono ancora bravo ad estrarre parole di senso compiuto dal mucchietto di lettere di fronte a me in una lingua straniera.

Dopo aver passato più di due anni immerso nel clima scozzese, la differenza tra Scozia e Inghilterra mi è sembrato evidente. Ho l’impressione che gli Italiani pensino che ai nostri antipodi-culturalmente parlando-ci siano i Tedeschi. Io invece ho sempre sentito la Scozia ben più distante. Ora che ho fatto esperienza dell’Inghilterra non saprei più che dire, se non che al di là del Confine c’è un’altra vasta nazione da scoprire ed esplorare.

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Spending the mum’s weekend down in England meant having a taste of English life. I left Glasgow bathed in sunsbine but while I was travelling down South, the landscape got more and more dusted in snow. The train was filled more and more with English, so different from Scottish. The latter are shorter and darker, while English are tall, have fair hair and eyes and a long face. We arrived to Sheffield, the city of knives and steel companies, clung on hills, whose streets climb up and down the slopes.

The English could drink tea while sleeping. They swallow as much as ten cups a day. I am not a big fan of breakfast tea, so when I get offered a tea I ask for a herbal tea instead, which throws them in panic and have them look at the bottom of the cupboard. The English put their cup of tea on coasters, maybe to avoid marking the table. Forgetfully I always put mine wherever, and they quietly but firmly sneak a coaster under my cup. The tannins stain the bottom of the cups. The English don’t list cleanness among their fortes.

I had the chance to experience a variety of English food: jam, apple and blackberry crumble, merangue nests with berries, custard, curd, gooseberry marmelade, and then a glorious beef with Yorkshire pudding, mashed potatoes and parsnip. I could play Scrabble, which I’m not too much good at, I can’t promptly work a meaningful English word from the letters lined in front of me. Anyway, it’s fun.

I realized how distant is England from Scotland, after being dipped in the Scottish environment for so long. I’ve always felt the Scottish so distant from the Italian culture, but now I need to reconsider my mind. What I know is that, beyond the Borders, there is yet a whole new Country for me to meet and know.

 

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Assistente/Teaching assistant

Richard, il mio relatore, mi ha proposto di aiutarlo in un paio di lezioni. Tutto è nato dall’esperienza a New York, sia benedetta New York, durante la quale Richard ha avuto modo di osservare la mia disposizione a seguire studenti più piccoli (mio fratello Enrico l’ha sperimentata più volte) e la mia naturale passione per gli spiegoni lunghi e poco efficaci. Richard di solito fa progetti più lunghi della gamba, e io non mi sono fatto illusioni. Infatti nel frattempo Milovan, l’altro (ormai ex-) dottorando del mio gruppo, ha ottenuto un posto da ricercatore ed è passato davanti a me in pole position per aiutare Richard in un paio di lezioni. Le lezioni, per di più, si sono ridotte da vere e proprie lezioni frontali a un paio di semplici esercitazioni in laboratorio con un software (Cambridge Engineering Selector, CES per gli amici), che peraltro io stesso ho dovuto imparare ad usare al volo.

Alla fine, in qualità di assistente dell’assistente, ho sostituito Milovan che aiutava Richard e ho illustrato le potenzialità del CES agli studenti del corso di Biomateriali del master.

Domanda a chi l’insegnante lo fa di professione:
>chi guardate delle persone che avete di fronte a voi? Fissate un punto a caso sul muro in fondo alla stanza o lasciate scorrere lo sguardo? Vi spingete verso le ultime file? Riuscite a non ignorare un settore solo perché per guardarli dovete girare la testa?
>come fate con quelli che usano il cellulare mentre voi parlate? E come reagite ai cali di attenzione generale, che si avvertono con dolorosa chiarezza, simili alle risate finte delle sit com americane?
>ma parliamo del problema gola secca (mirabile combinazione di riscaldamento, moquette e periodo incredibilmente asciutto a Glasgow), della tossetta che è così frequente in questo periodo, del raspeghin.
> E vogliamo poi considerare gli sgambetti della lingua straniera: annaspare alla ricerca delle parole che all’improvviso scompaiono dal tuo vocabolario mentale, le frasi anacolutiche, i termini tecnici che hai sempre e solo letto e mai pronunciato e di cui non sai minimamente l’accento?

La mezz’ora più lunga da molto tempo. Se sono sopravvissuto, è grazie all’allenamento col palco del Grest e con altri palchi. Sinceramente ero meno sudato alla mia laurea.

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While we were in New York, Richard hinted at a possible role for me as a teaching assistant in his Biomaterials course. Richard could see me in action while helping out the students at NYU (blessed be my New York experience!) and my disposition at talking at length and with passion about the topics I feel keen on and, most of all, prepared about. I was aware that Richards plans may change quickly, so I didn’t hope for it too much. In the meanwhile, Milovan, the other (now ex-)doctorate in my group, has become a researcher and increased in priority over me. So, I was de-ranked as teaching assistant’s assistant. And the lectures were shrunken to a couple of lab tutorials about an engineering software (Cambridge Engineering Selector, in brief, CES). I had to learn how to use it myself.

But here I went, stepping in for Milovan and showing the software’s power and potential to the masters students.

I’d like to ask a few questions to my friends who are teachers as a job:

>who do you stare at? Do you look at a specific point, maybe on the back wall, or do you run your eye through the audience? Do you look all the rows of people or do you ignore some sectors that are placed out of the reach of your sight?

>how can you keep focused when some people are clearly and deliberately checking their phones? How do you deal with a general, thick indifference to the topic you’re delivering?

>what about issues like dry mouth (a wonderful combination of miraculously good weather, carpet and heating) and coughing?

>Let’s talk about the tricks of speaking in a foreign language, of those words that suddenly decide to disappear from your memory, the anacoluthic sentences, the technical words you’ve never ever pronounced and whose accent you can only guess?

Well, what saved this half an hour was my experience on different stages. It was a very long half an hour, though. I think I didn’t sweat this much on my very own thesis defence.