Rondini/Swallows

Sono stato a sentire un concerto di Ólöf Arnalds. Il nome si pronuncia /oulœv/ e, nonostante si addica a un burbero barbaro, si tratta di una ragazza allegra, anzi quasi una bambina, abbraccia la chitarra con goffaggine e interrompe le canzoni per scherzare dal palco. Ci chiede di cantare con lei. Gorgheggia come una rondine andando su e giù con grazia e leggerezza e coraggio tra le note con voce garrula e acuta. Quando dimentica il testo improvvisa un assolo, chiede scusa e ride in un inglese semplice, con l’accento pesante degli islandesi. Queste gig sono molto intime, una cinquantina di persone appoggiate al bancone del locale, sul palco solo lei e un altro chitarrista. Al termine del concerto riesco a scambiare due parole e a farmi fare l’autografo.

Anch’io mi sento una rondine, un animale stagionale. In questi giorni di cambiamenti, nuovi inizi, assestamenti volteggio per trovare una mia routine, percorro chilometri per scegliere i supermercati vicini a casa, organizzo le attività per il nuovo semestre, migro da una scrivania all’altra in cerca di una per me. Nell’open space che è il nostro ufficio in dipartimento non hanno abbastanza scrivanie per tutti noi nuovi dottorandi. A quanto pare la direzione ha stabilito che i posti non sono personali e di giorno in giorno dovremmo conquistarceli (primo che arriva meglio alloggia) e la sera lasciarli liberi di nuovo. I vecchi PhD sono ovviamente in subbuglio, dopo aver colonizzato i banchi per anni riempiendoli di mucchi di carte, note, libri, tazze di tè sporche, partecipazioni a conferenze, modelli di ossa umane. In attesa di sviluppi, ho depositato le mie cose su un tavolo vicino alla finestra che dà su uno spazio verde con delle rugginose installazioni metalliche.

Sto ospitando nel mio appartamento la mia amica Georgia, che è tornata dalla Grecia con un magnifico tatuaggio di rondini in volo sulla schiena-piace anche a me, cui i tatuaggi non stanno simpatici. La sera torno a casa, al mio nido, e ci teniamo compagnia.

I’ve been to a gig of Ólöf Arnalds. Her name sounds like ,,oh-loev”, it’d fit better a grouch barber. However, it relates to a gentle cheerful girl, almost a child. She embraces cuddly her guitar and checks the songs to make jokes on the stage. She asks us to sing along. She warbles like a swallow, she swirls up and down on the notes gracefully, bravely and delightfully. When she forgets her lyrics she improvises some guitar chords, begs our pardon laughing in her simple English, consonants sounding heavily Icelandic. Around her people leaning on the bar with a beer, on the stage just another guitarist. At the end I chat a bit and get an autograph. I feel like a swallow, too. An seasonal animal.

During these days of changes, new starts, settlement I spin around in search for my routine, I twirl from one supermarket to another, organising activities for the new semester, migrate from one desk to another looking for my own space. In the big open space, which is our departmental office, there are no enough desks for all of the new PhD students. Apparently, the direction stated that students are not entitled to a desk and each one of us has to conquer its own every single day and is supposed to leave it free at the end of the day. Not very nice for us, even less for the older PhD students, who are fond of their desks after some years of colonization and after heaping papers, invitation to conferences, books, dirty tea cups and fake human bones. Waiting for news, I got hold of Megan Austin’s desk, close to the window on the garden. Take it from me, if you can.

I’m hosting my friend Georgia. She came back from Greece with a swallow tattoo flying through her back. It’s gorgeous-I like it even if I’m not really into tattoos. At night I get back to my flat, my nest, and we keep company to each other.

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