Bubble soccer

 

Se in generale lo sport accende il mio interesse quanto la prospettiva di un malessere intestinale, per il calcio nutro un disgusto particolare. La scorsa estate sono riuscito ad addormentarmi durante una partita dei mondiali (che stavo guardando su esplicita richiesta di Selene), e ho convinto Kevin a saltare la finale. Quando diventerò Presidente del Mondo, farò di tutto per abolirlo.

Per cui c’ho messo un po’ a decidermi se andare a giocare a bubble football, ma poi ho indossato i miei pantaloncini e mi sono aggregato agli altri dodici ragazzi ai Pitches, che è un campetto di calcio al chiuso, vicino a Pollok Park, nel quartiere sud di Glasgow.

In fondo il bubble football non è calcio. Ti infilano dentro una sfera di plastica trasparente bella gonfia d’aria, un guscio, una specie di salvagente che ti copre dalla vita alla testa (a seconda della taglia e delle tue dimensioni! Le piccole ragazze cinesi erano perse all’interno di una palla troppo grande per loro). Ci siamo divisi in due squadre poco equilibrate e via, ci siamo gettati addosso al pallone. Sembravamo tanti soffioni che si agitavano scompostamente sul campetto di erba sintetica. Nessuno tiene conto dei punti, non ci sono regole. Cerchi di rincorrere una palla e di fare gol, ma figuratevi se con questo ingombro sterico ci si riesce. Per di più un pallone di plastica che ti pesa sulle spalle e ti copre la visuale non fa che peggiorare le scarse prestazioni di uno incapace come me. Ho toccato la palla solo per sbaglio. E allora tanto vale giocare da kamikaze: urta, spingi, cadi per terra, fai cagnara. Quando cadi non ti fai nulla, rimbalzi sul pallone e agiti le gambette come una tartaruga rovesciata sul carapace. Dopo quindici minuti l’interno del pallone era appannato dal sudore e dal fiatone, e dopo un’ora di gioco eravamo stremati, mi facevano male più le braccia delle gambe.

Gli ultimi cinque minuti erano riservati al delirio totale, niente palla in campo, solo spintoni e colpi da ariete, lotta estrema tutti contro tutti. L’ultimo che restava in piedi vinceva. Siamo crollati come birilli sotto le spinte dei ragazzi più grossi.

Osservando come alcuni ragazzi giocavano, mi è venuto in mente che anche il bubble soccer può essere metafora di vita. Se stai attaccato alla rete, se ti rintani in un angolo per proteggerti, se non osi, non ti butti al centro del campo, non rischi, sicuramente non cadi, e forse non perdi. Però non vinci neppure e non ti diverti fino in fondo. Certo, al di fuori del campo da gioco non c’è un enorme salvagente ad attutire le cadute.

Time over, il tempo è volato, ciao ragazzi, alla prossima. Siamo usciti dall’edificio, il pomeriggio era limpido e freddo, prima di tornare a casa ho fatto un giro nei mercatini di Natale, dove un tipo voleva spacciarmi un hot dog per Bratwurst, e ho guardato i fuochi d’artificio con cui si inauguravano le luci e le decorazioni in St George Square. L’Avvento commerciale è ufficialmente iniziato. Buone compere.

I’m keen on sports as much as I’m keen on stomach flu, but when it comes to football, I find it literally appalling. I managed to fall asleep while watching a World Cup match last summer, match I was watching only because my friend Selene had begged me to. Some days later I persuaded Kevin to skip the final. When I am the President of the Universe, I will do my best to abolish football.

That’s why I took a while to decide and join 12 friends for bubble soccer. At the end they got me going. I wore my gym trackies and I took a taxi with them to the Pitches, an indoor football pitch close to Pollok Park, in the Southside, Glasgow.

After all, bubble soccer is not soccer at all. Fair enough, there’s a ball you aim to kick, but you’re basically squeezed into a huge transparent, plastic ball, filled with air, that covers you from waist to head (well, it depends on your size, indeed the Chinese girls were basically completely hidden inside that cocoon!). We gathered into two teams and off we went, trying to hit the ball, although that massive air cushion was pushing us apart. We looked like giant dandelions running haphazardly on the synthetic grass pitch. There are no rules nor goals to count. The bubble is not that heavy, still it didn’t help improve my football skills, so my contribution to my team was almost zero. I thought I might as well play the kamikaze, pushing, hitting, yelling, falling down. After some minutes the inside of my bubble was filled with sweat and breath steam, after one hour play my arms were aching and we all felt worn out.

The last five minutes were left to us to behave freely and wildly, bumping against each other like dull rams. The last one standing wins. I fall under the thrusts of guys bigger than me. 

I was observing some of the guys playing, and some of them were against the fence, seeking shelter, no dare, no bravery, no risk, and I thought that perhaps they were not falling down, they were not losing the game, but surely they were not winning either, nor having fun. Nice metaphor of life, although of course outside the pitch there is no bubble to protect you once you leave the fence.

Time over, time flew, bye guys, see you later. Out of the building, the autumn sky was clear and frosty. Before going home I browsed through the Christmas market on Argyle street, where a guy tried to sell me a hot dog as a Bratwurst (no, mate, I perfectly know the difference, cheat someone else), and I looked at the fireworks. Christmas lightings in St George Square were officially turned on. The commercial Advent time has kicked off. Enjoy your shopping.

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