St. Paul the Apostle

Quando sono in una nuova città (quante volte è successo ormai negli ultimi anni?) mi sento come in un ambiente liquido, annaspo alla ricerca di riferimenti, e il mio istinto è quello di coagulare il liquido in qualcosa di solido. Una comunità. La comunità ha una sua struttura. Una volta che ti assorbe nelle sue maglie, ti senti integrato nel tessuto della città, ti muovi in armonia con gli altri, assumi un’identità tridimensionale, non sei più un turista o un visitatore per caso sperso nella massa, ma sei parte attiva della massa. Se manchi, la tua assenza si nota. Appartieni alla città. Ecco, è così confortevole appartenere a un luogo. New York è una città accogliente, sembra che ci sia un posticino per ciascuno, ma il posticino bisogna ricavarselo. Io ho avuto la fortuna di trovare un posticino, una mia comunità nel giro di pochi giorni, ed è la parrocchia di St. Paul the Apostle, a pochi passi da Columbus Circle e Central Park.

La messa a St Paul è festosa, un po’ sopra le righe. Quasi un musical. Una cantante intona i canti con trasporto dall’ambone, accompagnata al piano, spiegando una voce potente e un’espressione contrita, tipo Celine Dion in concerto. Alla fine della messa non manca l’applauso.

Padre Gil è un uomo ilare, dissemina la messa di calore, risate e allegria, ma è capace anche di prediche intense. Apre la celebrazione chiedendoci di salutarci l’un l’altro. E giù abbracci e strette di mano e scambi di sorrisi, che non fanno mai male.

Non manca un po’ di avventura. Una domenica, mentre Celine Dion si esibiva col Gloria, dall’assemblea si è alzato un grido d’inferno, sempre più alto, fino a sovrastare la musica. La mia prima reazione è stata chiedermi cosa stesse succedendo. Gli Americani per fortuna hanno una padronanza migliore del sottoscritto. Si sono gettati a terra, nascondendosi sotto le panche (alcuni sono pure scappati dalla chiesa). Finalmente ho realizzato che poteva esserci un pericolo, data la confidenza degli Americani con le armi, e mi sono tuffato sotto la panca anch’io. Il mio secondo pensiero è stato: non voglio morire giovane, in una sparatoria, in una chiesa americana. Il ragazzo (evidentemente con qualche problema mentale, niente più) ha immediatamente preso la porta, inseguito dalle guardie, che hanno chiamato l’ambulanza e la polizia. Padre Gil è salito sul pulpito per dirci di continuare con serenità la messa e di pregare per il ragazzo, e di pensare ai nostri fratelli nel medio oriente o in Africa che vivono qualcosa di simile, ma molto più tragico, ogni domenica.

Questa parrocchia, a quanto mi dicono, è quella dove Madonna va a messa, e per Madonna non intendo la madre di Gesù. È tanto accogliente da ospitare un nutrito e sorridente gruppo di gay e lesbiche tra i fedeli, spesso con partner al seguito. Il gruppo si chiama Out at St Paul e ha realizzato un video per raccontare com’è essere gay e cattolici insieme. L’hanno pure portato a Papa Francesco. Potete trovarlo qui.

Ogni domenica è un appuntamento, qualcuno mi aspetta: faccio parte di una comunità.

A seguire, un po’ di foto di chiese a caso.

Whenever I end up in a new city (how many times has this happened in the past few years?), I swim in a liquid environment, I flounder looking to grasp to something solid. My first reaction is to curdle the fluid into a community. A community has its own structure. Once it soaks you up in its texture, you are assimilated in the tangle of the city, you move in harmony, you get a 3 dimensional identity, you are not a simple tourist or a random visitor anymore, but you are active part of the mass. You are missed if you’re not there. You belong to the city. Well, I feel so cosy when I belong a place. New York is welcoming, but you need to gain your niche. I was lucky I found a community for me in the first few days, that is, the parish of St Paul the Apostle, which is just a stone’s throw away from Central Park.

Mass at St Paul is joyous, slightly over the top. Almost a musical. There’s a leading singer who sings from the ambo, accompanied on the piano, displaying her powerful voice and emotional expression, sort of Celine Dion in concert. Of course she deserves a round of applause at the end.

Father Gil is a joyful man, he spreads his preaches with jokes, laughs and warmth. He starts the mass inviting us to greet each other. A chain of hugs, hand-shaking and smiles arises, which does not hurt anyone.

Sometimes mass is an adventure. One day, while Celine Dion was singing the Glory, a yell rose until it overcame the music. My first reaction was to check out what was wrong. Fortunately, Americans are more sensible than me, and they jumped under the pews. Eventually I understood that there could be a danger, as people over here are familiar with shooting in churches. The yell came from a boy, who rushed out of the church, followed by the security. He had some mental issues and was taken care of by an ambulance. We recovered from the shock and thought that other brothers in the Middle East or Africa experience such things every week, but it is much more dangerous.

Somebody told me this is Madonna’s parish, and by Madonna, I do not mean Jesus’ mother, but the famous singer. Of course this is a welcoming parish, so welcoming, there is a large and smiley community of gays and lesbians, Out at St Paul. They shot a documentary (you can find it here) where they tell how it is being gay and catholic. They brought it to Pope Francis, too. Hope he watched it.

The weekly appointment with the mass becomes something special, because now I do belong to a community. 

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2 responses to “St. Paul the Apostle

  1. E pensare che ci sono entrato, ma senza voci, contemplando uno strano silenzio.
    La mia messa è stata ad Harlem, con brividi annessi.
    Soul Divine, Shane D – Secret Love (Shane D Remix)

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