I pulcini della New York University/NYU chicks

nyu polySulla carta, i motivi per cui ho fatto tutta questa strada per atterrare alla NYU era aprire una collaborazione internazionale, fare ricerca d’alto livello, condividere le rispettive competenze. Invece ho passato le prime settimane a passare da un seminario a un incontro a una visita, come un fattorino, elemosinando l’attenzione dei professori e supplicando che mi fosse data la possibilità di portare a termine qualche esperimento ragionato e fruttuoso-inutilmente. In America sanno fare una cosa, ottenere fondi, soprattutto privati. Non intraprendono nulla se non ne deriveranno proventi, brevetti, scoperte commercializzabili (svantaggio: trasformano l’università in una macchinetta distributrice di sapere. I ragazzi pagano (e tanto) e ottengono la loro laurea che garantirà sicuramente loro un lavoro). Ma io non porto in dote brevetti, e mi hanno trattato come una spia industriale. A furia di scontrarmi con Mrs Giùlemanidallemiescopertelucrose, Mr Seisicurodiavermimandatounamail, Ms Sinceramentesarebbestatomegliosenonfossivenuto, Mrs Scusatemistannochiamandocivediamounaltrogiorno, ho raggiunto un nuovo livello personale di indipendenza e intraprendenza. E una certa dose di esaurimento.Quando mi sento abbattuto penso a tanti talenti che son passati per la New York University. Niente di che, solo gente del calibro di Lady Gaga, Anne Hathaway e Woody Allen, pescando a caso da questa lista. Sì, posso farcela anch’io!

Se c’è una cosa con cui farei cambio, è un certo modo di fare dei professori americani. Inventano esperimenti con la stessa creatività con cui noi mettiamo la testa dentro il frigo e improvvisiamo una frittata salvacena. E poi non sanno dove la formalità stia di casa. Ricorderò sempre con orrore la maglietta sbrindellata di una prof. Mi prudevano le mani dalla voglia di rammendargliela lì, sul posto. Scordatevi gli inamidati professori italiani, scordatevi il lei e gli appuntamenti da fissare mesi prima. Nonostante questo, l’unico ad accogliermi con simpatia è stato il prof. Levon, un finlandese gioviale che mi piazzava domande trabocchetto con grande nonchalanche per mettermi alla prova e verificare la solidità della mia laurea. Per non stare con le mani in mano, mi sono dedicato a quello che mi riesce meglio: fare la governante. Sistemare gli strumenti di laboratorio, riportarli in vita, ripulirli dalla polvere e della ruggine. Un IR, un UV e un AFM hanno ritrovato una ragione d’esistere grazie alle mie cure e alla mia caparbietà (il laboratorio dove sono capitato è vecchio, malfunzionante e malridotto. Promemoria per me: non lamentarmi mai più delle infrastrutture della Strathclyde). E poi, a tempo perso, ho seguito i ragazzi della triennale del gruppo del prof. Levon. Tutti giovanissimi e spesso alle prime armi con il laboratorio. Li cito tutti: Marissa, Natalie, Hannah, Natasha, Omar, Sean Wichester e Sean quello giovane, Hansoo. Gli studenti americani sono stati una ventata d’aria fresca. Sono curiosi, motivati, collaborativi, pratici, svegli, creativi e tutt’altro che pigri.

Guardate la cartolina, non me!

Guardate che bella cartolina!

Insomma, pur passando all’università più ore che a Glasgow, ho aggiunto al mio bagaglio di conoscenze solo un paio di tecniche nuove e nessun risultato da infilare nella tesi di dottorato. Ma poi una mattina torno in laboratorio a Brooklyn dopo due giorni di umilianti viaggi in pellegrinaggio a laboratori e mi trovo questa cartolina sul tavolo che mi ripaga di tutto. “Sono contenta che abbiate deciso di viaggiare fin qui per l’estate. Un mondo di grazie”. Sulla carta, questo deve essere il motivo per cui ho fatto tutta questa strada.

Marissa mi ha insegnato un modo di dire in inglese: non contare i pulcini prima che le uova si schiudano. Lei fa il contrario, dice. È poco saggio e anche poco obiettivo, specie in laboratorio. Però anch’io conto sempre i pulcini, anzi a volte conto le uova due volte. E credo che stavolta le uova si siano schiuse tutte.

Marmellata #080715

news-nyu-logo

Theoretically, I travelled all my way to NYU in order to start some international collaborations, build bridges and share skills. Once I arrived I realized it was somewhat harder. I spent my first weeks on a pilgrimage from office to office, begging the professors for a joint research project. Americans are very good at it, making money out of nothing, because university is expensive, especially when it’s private, and you need to find fundings, patents, findings. Unluckily, I do not bring along any patent, and I am not interesting for them at all. All I gained in this begging process was perseverance, independence and initiative. I had to confront Mrs Handsofffrommylucrativefindings, Mr Areyousureyouwrotemeanemail, Ms Inallfairnessitwouldhavebeenbetteryoudidntcome, Mrs SorrytheyrecallingmeonthephoneIllbebacksoon. And sure, I gained some exhaustion. When I feel tired, I think of the many big names that attended NYU before me. Very simple people you know, nobody you’ve heard of. Like Lady Gaga, Woody Allen, Anne Hathaway (not to mention the other big minds listed here). Yes, I can do it as well!

I really enjoyed American professors’ laid back attitude though. No formality at all. I will remember the frayed t shirt a professor was wearing, I was so tempted to darn it on her, on the spot. They make research in a easy going fashion, the same way someone opens the fridge and makes a dinner out of its spare leftovers. The only welcoming professor was a crazy, tall and blond Finnish, Prof Levon. He enjoys asking me innocent questions that are actually small tests to check if I am prepared (I got through them successfully). He found a corner for me in his lab, I will be grateful for this. While I was waiting for something better to do, I kept myself busy doing what I’m good at, the maid. I tidied up, cleaned, dust and take the rust away. An UV, IR and AFM resurrected under my caring hands (Levon’s lab is oldish. I will stop complaining about Strathclyde’s facilities). Beside that, I tutored the kids in the lab. Undergrad taking a summer project, or doing their thesis. Marissa, Natalie, Hannah, Natasha, Omar, Sean W and Sean the younger, Hansoo. They surprised me. They were curious, motivated, focused, hands-on and quick-minded. And extremely helpful.

So, I will return to Glasgow with not much to report on. I learned something, but I haven’t produced any real data for my thesis. Still, one day I came back to the lab from a very long and unsuccessful trip to another university, I felt down, and I found a nice thank-you card on my desk. “I am very glad both of you decided to travel here for the summer”. Well, this must be the very reason I came here for.

Marissa told me she always counts the chickens before they hatch. I do the same, even twice at times. It’s a dangerous method, you risk to be disappointed and to be biased. Oh well, this time I feel all of them hatched.

Preserve #080715

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