Nglico

Sono molto contento di avere uno Nglico in famiglia. Lo Nglico viene a trovarmi, e passiamo una settimana a mangiare, e i monumenti che visitiamo sono solo una mera pausa tra un pasto e l’altro. Nella settimana che è stato in Regno Unito, abbiamo mandato giù calorie a non finire: pere al forno ripiene di Gian Paolo, salame di coccomentacioccolato, hamburger di Shake Shack, cookies di Ben, burritos, caramelle da Hamleys, cupcakes alla rosa e pistacchio, fudge e cioccolato di Arran, tortine di pesce da Waxy O’Connor, scones di patate, e poi bibite gasate senza fondo.

Lo Nglico ascolta interessato i miei sproloqui appassionati sui marmi del Partenone, per poi trascinarmi fuori dal British Museum, per prendere il sole e fare qualcosa di meno serio noioso, tipo salire sulla ruota panoramica del London Eye oppure percorrere il Serpentine sul pedalò (che fatica!) oppure vedere il cambio della guardia di Buckingham Palace oppure visitare tutti i cinque piani del M&M store permeati di un nauseante odore cioccolatoso oppure assistere all’esibizione un po’ smargiassa di un mangiafuoco italiano in Trafalgar Square. Lo Nglico evidentemente mi assomiglia, se un commesso ci ha chiesto dal nulla se siamo fratelli. Lo Nglico è un ottimo animaluccio da compagnia. Mi sopporta quando gli rubo tutto il piumone rotolando di notte nel sonno. Lo Nglico si adatta ai miei ritmi veloci, ai programmi improvvisati, alle mie evidenti carenze informatiche (tipo ritrovarmi col cellulare morto a Londra per tre giorni), alle gatte troppo affettuose che ci masticano le dita dei piedi mentre prepariamo il caffè nell’appartamento airbnb di Gian Paolo e Bryan, alle lunghe camminate tra una stazione della metropolitana sbagliata e l’altra. Lo Nglico prende in giro con me il trucco tremendo delle scozzesi e la mania per il colore verde di una signora in coda con noi e prontamente ribattezzata il Ramarro.

Lo Nglico assaggia volentieri il whisky di Arran anche se delle spiegazioni, fatte da uno scozzese ilare e barbuto, ha capito poco o niente. Lo Nglico mi assiste pazientemente mentre, di notte, correggo febbrilmente degli abstract da mandare entro la mezzanotte, scadenza che mi è stata comunicata la mattina stessa. Lo Nglico non mi uccide neppure quando scopro che la scadenza è stata rinviata all’ultimo minuto, e che tutte quelle ore davanti al computer sono state ore buttate, e che avremmo potuto continuare a goderci l’Isola di Arran in tranquillità. Lo Nglico viene a vedere il mio laboratorio e si sorbisce il mio tour dettagliato.

Lo Nglico affronta con buona volontà i viaggi in autobus, in treno, in traghetto, in aereo. Lo Nglico canta con me cento volte in due giorni il mio nuovo tormentone personale, preso dalle canzoni travisate del Trio Medusa: ciulo i muffin.

Lo Nglico si prende cura di me, quando io dovrei prendermi cura di lui, perché lui sarà pure il fratello grande, ma io sono il fratello vecchio. Con lui divoro degli spaghetti alla carbonara dopo una giornata lunga, interminabile, infinita senza bisogno di dire una parola.

È un riparatutto che non aggiusta solo macchine da cucire, cellulari e computer, ma anche qualcosa di più importante, nella sua semplicità di diciannovenne. Lo Nglico è famiglia, e riesce a farmi sentire a casa perfino quando una casa proprio non c’è.

I am so glad there’s a Nglico in my family. When Nglico comes and visit me, we spend a week only munching, and the monuments we visit are a mere break between our meals. We swallowed calories enough to feel ashamed: baked stuffed pears, minty chocolate bars, hamburgers from Shake Shack, Ben’s cookies, burritos, candies we found at Hamley’s, rose-and-pistachio cupcakes, fudge and chocolate on the Isle of Arran, fish cakes at Waxy O’Connor, potato scones, and bottomless squash and soda.

Nglico listens with patience my long passionate talks in front of the Parthenon marbles, but then he drags me away, come on, we’re in London, we must do something more exciting, let’s see the change of the guard of Buckingham Palace, let’s see London from the London Eye, let’s explore the 5-floors chocolatey-smelling M&Ms store, let’s cross the Serpentine on a paddle boat, let’s watch the fire-eater in Trafalgar Square (such a braggart). Nglico and I must look alike, as a shop assistant stopped by out of the blue to ask if we are brothers. Nglico is a good pet. He puts up with me even when I steal all the duvet rolling on the bed during the night. He adapts to my swift pace, to my improvised plans,  to my big technological issues (like being with no mobile for three days in London), to the cats who love our toes too much and bite us while we make our morning espresso at Gian Paolo and Bryan’s house, to the long walks from one underground station to the other. He makes fun with me of a total-green-dressed lady who’s queuing behind us and of the heavily made up Scottish girls.

Nglico enjoys his sip of whisky at Arran Distilleries but he cannot get the jokes the long-bearded Scot guide says. Nglico does not grump when I need to submit some abstract before a deadline I have been given that very morning, and because of that deadline we have to hurry back from Arran and interrupt our tour. He does not moan even when I discover the deadline has been suddenly delayed, and the hours we spent at the computer could have been employed much better.

Nglico embarks on neverending travels by bus, ferry or plain with no complaint. He sings along with me over and over that stupid ear worm. He takes care of me, even though it should be the other way round, because he might be the big brother, but the eldest brother is me. We wolf down a huge plate of carbonara spaghetti, after a tiring day, no need to say a word, joined by our silence.

He is a fixer, and he doesn’t fix only sewing machines or mobiles, but something more important and delicate, too. Nglico is family, and he can make me feel home even when I do not even have a house.

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