Category Archives: 9 to 5

Assistente/Teaching assistant

Richard, il mio relatore, mi ha proposto di aiutarlo in un paio di lezioni. Tutto è nato dall’esperienza a New York, sia benedetta New York, durante la quale Richard ha avuto modo di osservare la mia disposizione a seguire studenti più piccoli (mio fratello Enrico l’ha sperimentata più volte) e la mia naturale passione per gli spiegoni lunghi e poco efficaci. Richard di solito fa progetti più lunghi della gamba, e io non mi sono fatto illusioni. Infatti nel frattempo Milovan, l’altro (ormai ex-) dottorando del mio gruppo, ha ottenuto un posto da ricercatore ed è passato davanti a me in pole position per aiutare Richard in un paio di lezioni. Le lezioni, per di più, si sono ridotte da vere e proprie lezioni frontali a un paio di semplici esercitazioni in laboratorio con un software (Cambridge Engineering Selector, CES per gli amici), che peraltro io stesso ho dovuto imparare ad usare al volo.

Alla fine, in qualità di assistente dell’assistente, ho sostituito Milovan che aiutava Richard e ho illustrato le potenzialità del CES agli studenti del corso di Biomateriali del master.

Domanda a chi l’insegnante lo fa di professione:
>chi guardate delle persone che avete di fronte a voi? Fissate un punto a caso sul muro in fondo alla stanza o lasciate scorrere lo sguardo? Vi spingete verso le ultime file? Riuscite a non ignorare un settore solo perché per guardarli dovete girare la testa?
>come fate con quelli che usano il cellulare mentre voi parlate? E come reagite ai cali di attenzione generale, che si avvertono con dolorosa chiarezza, simili alle risate finte delle sit com americane?
>ma parliamo del problema gola secca (mirabile combinazione di riscaldamento, moquette e periodo incredibilmente asciutto a Glasgow), della tossetta che è così frequente in questo periodo, del raspeghin.
> E vogliamo poi considerare gli sgambetti della lingua straniera: annaspare alla ricerca delle parole che all’improvviso scompaiono dal tuo vocabolario mentale, le frasi anacolutiche, i termini tecnici che hai sempre e solo letto e mai pronunciato e di cui non sai minimamente l’accento?

La mezz’ora più lunga da molto tempo. Se sono sopravvissuto, è grazie all’allenamento col palco del Grest e con altri palchi. Sinceramente ero meno sudato alla mia laurea.

imag0164.jpg

While we were in New York, Richard hinted at a possible role for me as a teaching assistant in his Biomaterials course. Richard could see me in action while helping out the students at NYU (blessed be my New York experience!) and my disposition at talking at length and with passion about the topics I feel keen on and, most of all, prepared about. I was aware that Richards plans may change quickly, so I didn’t hope for it too much. In the meanwhile, Milovan, the other (now ex-)doctorate in my group, has become a researcher and increased in priority over me. So, I was de-ranked as teaching assistant’s assistant. And the lectures were shrunken to a couple of lab tutorials about an engineering software (Cambridge Engineering Selector, in brief, CES). I had to learn how to use it myself.

But here I went, stepping in for Milovan and showing the software’s power and potential to the masters students.

I’d like to ask a few questions to my friends who are teachers as a job:

>who do you stare at? Do you look at a specific point, maybe on the back wall, or do you run your eye through the audience? Do you look all the rows of people or do you ignore some sectors that are placed out of the reach of your sight?

>how can you keep focused when some people are clearly and deliberately checking their phones? How do you deal with a general, thick indifference to the topic you’re delivering?

>what about issues like dry mouth (a wonderful combination of miraculously good weather, carpet and heating) and coughing?

>Let’s talk about the tricks of speaking in a foreign language, of those words that suddenly decide to disappear from your memory, the anacoluthic sentences, the technical words you’ve never ever pronounced and whose accent you can only guess?

Well, what saved this half an hour was my experience on different stages. It was a very long half an hour, though. I think I didn’t sweat this much on my very own thesis defence. 

I pulcini della New York University/NYU chicks

nyu polySulla carta, i motivi per cui ho fatto tutta questa strada per atterrare alla NYU era aprire una collaborazione internazionale, fare ricerca d’alto livello, condividere le rispettive competenze. Invece ho passato le prime settimane a passare da un seminario a un incontro a una visita, come un fattorino, elemosinando l’attenzione dei professori e supplicando che mi fosse data la possibilità di portare a termine qualche esperimento ragionato e fruttuoso-inutilmente. In America sanno fare una cosa, ottenere fondi, soprattutto privati. Non intraprendono nulla se non ne deriveranno proventi, brevetti, scoperte commercializzabili (svantaggio: trasformano l’università in una macchinetta distributrice di sapere. I ragazzi pagano (e tanto) e ottengono la loro laurea che garantirà sicuramente loro un lavoro). Ma io non porto in dote brevetti, e mi hanno trattato come una spia industriale. A furia di scontrarmi con Mrs Giùlemanidallemiescopertelucrose, Mr Seisicurodiavermimandatounamail, Ms Sinceramentesarebbestatomegliosenonfossivenuto, Mrs Scusatemistannochiamandocivediamounaltrogiorno, ho raggiunto un nuovo livello personale di indipendenza e intraprendenza. E una certa dose di esaurimento.Quando mi sento abbattuto penso a tanti talenti che son passati per la New York University. Niente di che, solo gente del calibro di Lady Gaga, Anne Hathaway e Woody Allen, pescando a caso da questa lista. Sì, posso farcela anch’io!

Se c’è una cosa con cui farei cambio, è un certo modo di fare dei professori americani. Inventano esperimenti con la stessa creatività con cui noi mettiamo la testa dentro il frigo e improvvisiamo una frittata salvacena. E poi non sanno dove la formalità stia di casa. Ricorderò sempre con orrore la maglietta sbrindellata di una prof. Mi prudevano le mani dalla voglia di rammendargliela lì, sul posto. Scordatevi gli inamidati professori italiani, scordatevi il lei e gli appuntamenti da fissare mesi prima. Nonostante questo, l’unico ad accogliermi con simpatia è stato il prof. Levon, un finlandese gioviale che mi piazzava domande trabocchetto con grande nonchalanche per mettermi alla prova e verificare la solidità della mia laurea. Per non stare con le mani in mano, mi sono dedicato a quello che mi riesce meglio: fare la governante. Sistemare gli strumenti di laboratorio, riportarli in vita, ripulirli dalla polvere e della ruggine. Un IR, un UV e un AFM hanno ritrovato una ragione d’esistere grazie alle mie cure e alla mia caparbietà (il laboratorio dove sono capitato è vecchio, malfunzionante e malridotto. Promemoria per me: non lamentarmi mai più delle infrastrutture della Strathclyde). E poi, a tempo perso, ho seguito i ragazzi della triennale del gruppo del prof. Levon. Tutti giovanissimi e spesso alle prime armi con il laboratorio. Li cito tutti: Marissa, Natalie, Hannah, Natasha, Omar, Sean Wichester e Sean quello giovane, Hansoo. Gli studenti americani sono stati una ventata d’aria fresca. Sono curiosi, motivati, collaborativi, pratici, svegli, creativi e tutt’altro che pigri.

Guardate la cartolina, non me!

Guardate che bella cartolina!

Insomma, pur passando all’università più ore che a Glasgow, ho aggiunto al mio bagaglio di conoscenze solo un paio di tecniche nuove e nessun risultato da infilare nella tesi di dottorato. Ma poi una mattina torno in laboratorio a Brooklyn dopo due giorni di umilianti viaggi in pellegrinaggio a laboratori e mi trovo questa cartolina sul tavolo che mi ripaga di tutto. “Sono contenta che abbiate deciso di viaggiare fin qui per l’estate. Un mondo di grazie”. Sulla carta, questo deve essere il motivo per cui ho fatto tutta questa strada.

Marissa mi ha insegnato un modo di dire in inglese: non contare i pulcini prima che le uova si schiudano. Lei fa il contrario, dice. È poco saggio e anche poco obiettivo, specie in laboratorio. Però anch’io conto sempre i pulcini, anzi a volte conto le uova due volte. E credo che stavolta le uova si siano schiuse tutte.

Marmellata #080715

news-nyu-logo

Theoretically, I travelled all my way to NYU in order to start some international collaborations, build bridges and share skills. Once I arrived I realized it was somewhat harder. I spent my first weeks on a pilgrimage from office to office, begging the professors for a joint research project. Americans are very good at it, making money out of nothing, because university is expensive, especially when it’s private, and you need to find fundings, patents, findings. Unluckily, I do not bring along any patent, and I am not interesting for them at all. All I gained in this begging process was perseverance, independence and initiative. I had to confront Mrs Handsofffrommylucrativefindings, Mr Areyousureyouwrotemeanemail, Ms Inallfairnessitwouldhavebeenbetteryoudidntcome, Mrs SorrytheyrecallingmeonthephoneIllbebacksoon. And sure, I gained some exhaustion. When I feel tired, I think of the many big names that attended NYU before me. Very simple people you know, nobody you’ve heard of. Like Lady Gaga, Woody Allen, Anne Hathaway (not to mention the other big minds listed here). Yes, I can do it as well!

I really enjoyed American professors’ laid back attitude though. No formality at all. I will remember the frayed t shirt a professor was wearing, I was so tempted to darn it on her, on the spot. They make research in a easy going fashion, the same way someone opens the fridge and makes a dinner out of its spare leftovers. The only welcoming professor was a crazy, tall and blond Finnish, Prof Levon. He enjoys asking me innocent questions that are actually small tests to check if I am prepared (I got through them successfully). He found a corner for me in his lab, I will be grateful for this. While I was waiting for something better to do, I kept myself busy doing what I’m good at, the maid. I tidied up, cleaned, dust and take the rust away. An UV, IR and AFM resurrected under my caring hands (Levon’s lab is oldish. I will stop complaining about Strathclyde’s facilities). Beside that, I tutored the kids in the lab. Undergrad taking a summer project, or doing their thesis. Marissa, Natalie, Hannah, Natasha, Omar, Sean W and Sean the younger, Hansoo. They surprised me. They were curious, motivated, focused, hands-on and quick-minded. And extremely helpful.

So, I will return to Glasgow with not much to report on. I learned something, but I haven’t produced any real data for my thesis. Still, one day I came back to the lab from a very long and unsuccessful trip to another university, I felt down, and I found a nice thank-you card on my desk. “I am very glad both of you decided to travel here for the summer”. Well, this must be the very reason I came here for.

Marissa told me she always counts the chickens before they hatch. I do the same, even twice at times. It’s a dangerous method, you risk to be disappointed and to be biased. Oh well, this time I feel all of them hatched.

Preserve #080715

Cartolina di Natale/Christmas card

Si dice cartolina di Natale? Più propriamente è un biglietto d’auguri. Qui in Gran Bretagna è d’obbligo riceverne e scriverne minimo minimo una decina, se si ha una vita sociale decente. Si sfiora il ridicolo, si scrivono cartoline non tanto per persone lontane  come calorosa e decorativa alternativa alla posta elettronica, ma soprattutto per i colleghi, amici, parenti, vicini di casa. Cartoline da sfoggiare sul luogo di lavoro o sulla mensola del caminetto. Io non sono ancora così british da riceverne (però le scrivo).

Hannah è la mia vicina di scrivania. Siamo molto diversi, la sua scrivania è un casotto assurdo (anche se la mia si batte bene), un inferno di post-it, tazze di tè sporche, cavi e pezzi di congegni. C’è pure una palla da yoga sotto il tavolo, di quelle da sedercisi sopra per stare belli dritti. Hannah arriva al lavoro tardi, a volte ci incrociamo quando sto per andarmene. Hannah sembra timida e tormentata sotto la superficie. Però secondo me se siamo capitati vicini c’è un motivo, un disegno. Siamo un po’ alternativi rispetto al resto dell’ufficio. Lei mi parla in un inglese buffo e io le rispondo con un inglese altrettanto incomprensibile, tanto che i nostri dialoghi sono più pezzi da teatro dell’assurdo. Eppure, in qualche maniera ci capiamo. E ieri mi ha consegnato una carta, la mia prima carta d’auguri di Natale. Grazie Hannah, buon Natale anche a te.

wpid-2014-12-18-08.56.27.jpg.jpeg

 

British people are mad about cards in general and Christmas cards in particular. If you are a Briton, you are supposed to write at least a handful of cards each Christmas, and receive back the same. Cards to show off on the office desk or on the mantelpiece. It is something I am not accustomed to. Why should I write a card to my parents, colleagues, friends, people I meet frequently and I will greet in person, rather than to people I cannot reach? Anyway.

Hannah gave me yesterday my first Christmas card ever (by saying this, I am sure I will sound like I have no friends!). Hannah is my deskmate. She and I are different, sometimes I don’t get what she says and I’m aware she doesn’t get me either, but somehow I feel we match. And evidently we understand each other nonetheless. Thank you Hannah, merry Christmas to you as well.

 

Rondini/Swallows

Sono stato a sentire un concerto di Ólöf Arnalds. Il nome si pronuncia /oulœv/ e, nonostante si addica a un burbero barbaro, si tratta di una ragazza allegra, anzi quasi una bambina, abbraccia la chitarra con goffaggine e interrompe le canzoni per scherzare dal palco. Ci chiede di cantare con lei. Gorgheggia come una rondine andando su e giù con grazia e leggerezza e coraggio tra le note con voce garrula e acuta. Quando dimentica il testo improvvisa un assolo, chiede scusa e ride in un inglese semplice, con l’accento pesante degli islandesi. Queste gig sono molto intime, una cinquantina di persone appoggiate al bancone del locale, sul palco solo lei e un altro chitarrista. Al termine del concerto riesco a scambiare due parole e a farmi fare l’autografo.

Anch’io mi sento una rondine, un animale stagionale. In questi giorni di cambiamenti, nuovi inizi, assestamenti volteggio per trovare una mia routine, percorro chilometri per scegliere i supermercati vicini a casa, organizzo le attività per il nuovo semestre, migro da una scrivania all’altra in cerca di una per me. Nell’open space che è il nostro ufficio in dipartimento non hanno abbastanza scrivanie per tutti noi nuovi dottorandi. A quanto pare la direzione ha stabilito che i posti non sono personali e di giorno in giorno dovremmo conquistarceli (primo che arriva meglio alloggia) e la sera lasciarli liberi di nuovo. I vecchi PhD sono ovviamente in subbuglio, dopo aver colonizzato i banchi per anni riempiendoli di mucchi di carte, note, libri, tazze di tè sporche, partecipazioni a conferenze, modelli di ossa umane. In attesa di sviluppi, ho depositato le mie cose su un tavolo vicino alla finestra che dà su uno spazio verde con delle rugginose installazioni metalliche.

Sto ospitando nel mio appartamento la mia amica Georgia, che è tornata dalla Grecia con un magnifico tatuaggio di rondini in volo sulla schiena-piace anche a me, cui i tatuaggi non stanno simpatici. La sera torno a casa, al mio nido, e ci teniamo compagnia.

I’ve been to a gig of Ólöf Arnalds. Her name sounds like ,,oh-loev”, it’d fit better a grouch barber. However, it relates to a gentle cheerful girl, almost a child. She embraces cuddly her guitar and checks the songs to make jokes on the stage. She asks us to sing along. She warbles like a swallow, she swirls up and down on the notes gracefully, bravely and delightfully. When she forgets her lyrics she improvises some guitar chords, begs our pardon laughing in her simple English, consonants sounding heavily Icelandic. Around her people leaning on the bar with a beer, on the stage just another guitarist. At the end I chat a bit and get an autograph. I feel like a swallow, too. An seasonal animal.

During these days of changes, new starts, settlement I spin around in search for my routine, I twirl from one supermarket to another, organising activities for the new semester, migrate from one desk to another looking for my own space. In the big open space, which is our departmental office, there are no enough desks for all of the new PhD students. Apparently, the direction stated that students are not entitled to a desk and each one of us has to conquer its own every single day and is supposed to leave it free at the end of the day. Not very nice for us, even less for the older PhD students, who are fond of their desks after some years of colonization and after heaping papers, invitation to conferences, books, dirty tea cups and fake human bones. Waiting for news, I got hold of Megan Austin’s desk, close to the window on the garden. Take it from me, if you can.

I’m hosting my friend Georgia. She came back from Greece with a swallow tattoo flying through her back. It’s gorgeous-I like it even if I’m not really into tattoos. At night I get back to my flat, my nest, and we keep company to each other.

Notizie dal fronte/From the front

Sono ufficialmente in vacanza! Santa Fortuna mi ha assistito, e con la consegna della mia tesina di progetto estivo ho totalizzato 180 crediti britannici. Mica male no? (ma qui i crediti valgono il doppio che in Italia)

È stato un anno spossante. In Regno Unito hanno la flessibilità di una lastra di marmo e procedono seguendo protocolli, regole e procedure.

Vogliamo parlare degli esami? Non si può saltare l’appello e lo si supera col 50%, e se si passa (ma si passa quasi sempre, sarà anche il fatto che la retta è altissima e se uno paga vuole anche ottenere la laurea), si tiene il voto che capita, non c’è possibilità di ripetere l’esame, al massimo ci si può appellare adducendo malori giustificati e possibilmente documentati, se si sospetta di aver toppato. In Regno Unito ci si laurea con un’etichetta: pass (per i voti dal 50 al 60), merit (60-70) e distinction (sopra il 70). Però a quanto pare è stato deciso che i voti devono seguire una distribuzione statistica, e quindi a pochi è concesso di essere bocciati oppure di meritarsi distinction, con la conseguenza che si assiste a una generale livellazione dei voti, dell’entusiasmo e della motivazione. Se non si passa un esame, i professori rimediano attingendo voti da altri esami (lo so, come alle superiori, non ridete), ma se proprio non si riesce a travasare (non sto qui a spiegarvi tutte le loro maledette regole), si ridà l’esame e però per punizione ci si laurea automaticamente nella fascia di voti più bassa, quale che sia la media effettiva. Infine, se si viene bocciati in più di tre esami, si perde il master. Il regolamento è ulteriormente diverso per il bachelor (che dura quattro anni e non tre come da noi).

Quando capitano esami a scelta multipla mi sembra di essere a Chi vuol essere milionario: le risposte le si spara un po’ a caso, scegliendo tra alternative tutte apparentemente plausibili ed equivalenti, a meno che non si abbia studiato certosinamente ogni singola slide a memoria.
Scordatevi esami orali, al massimo qualche presentazione, in cui di solito il modo di presentare le slide conta come il contenuto, e se siete vivaci oratori il gioco è fatto.
Sembra che si studi più come passare l’esame, che la materia stessa-in fondo è impossibile preparare bene sei esami diversi in meno di tre mesi.

Al voto concorrono i temuti assignments, che possono essere tesine, ricerche, relazioni. Gli assignments di solito sono limitati a una precisa lunghezza. Avete presente quando Harry Potter e compagni devono scrivere un tema per casa lungo un metro, e Ron tenta di ingrandire la calligrafia per arrivare in fondo? Ecco, più o meno così: a volte si allunga la minestra per arrivare alle 5000 parole, altre volte si condensano i pensieri per stare dentro a 2 pagine striminzite. Tutto passa attraverso il filtro di un programma antiplagio (Turnitin) per evitare che qualcuno copi, non solo da internet ma anche dai propri compagni. Turnitin utilizza un algoritmo che confronta gruppi di parole con un immenso database elettronico che comprende tutti i siti, documenti e pubblicazioni possibili caricati in internet, comprese tesine, tesi e quant’altro. Lentamente arriverà anche in Italia, e vivrete anche voi il brivido di veder comparire la percentuale di testo plagiato: oltre il 25%, si rischia una punizione ufficiale da parte dell’università.

hurdleInsomma, una corsa ad ostacoli, dove gli ostacoli sono chiamati deadlines. L’importante è arrivare in fondo in tempo, non importa se si perdono pezzi e nozioni per strada.

Forse dovrei accennare al fatto che noi studenti dal continente non siamo per niente soddisfatti dalla qualità dell’insegnamento e della modalità di valutazione dei corsi, e che abbiamo esposto una quantità tale di lamentele ai coordinatori del master da lasciarli interdetti. Voi che avete fatto esperienze all’estero cosa ne pensate?

A dir la verità, dopo aver passato cinque anni a protestare contro il sistema universitario italiano, l’ho abbondantemente rivalutato. Se solo ci fossero più corsi in inglese, e l’organizzazione fosse un po’ più moderna (un esempio è l’impiego di internet per sveltire la gestione dei corsi  e della burocrazia), più orientata al lavoro e meno in mano ai capricci dei singoli docenti, competerebbe con quelle estere per livello di preparazione e preparazione critica. Qui perlopiù ho raffinato i miei strumenti per spulciare la letteratura, ho messo a punto una tecnica di taglia e cuci per creare tesine su misura, ho carburato 5 esami in 14 giorni e finalmente sono diventato puntuale nelle consegne.

Vi chiedo un favore: se ho intenzione di iscrivermi a un altro master in vita mia, legatemi a una sedia e picchiatemi forte.

Ma adesso ho finito, da ottobre comincio il progetto di dottorato vero e proprio, con un sacco di idee che mi riempiono le pagine del mio quaderno di laboratorio (chi l’ha detto che il mio non è un campo creativo?). Ma, al tempo. In mezzo ci sono le vacanze. Italia, arrrrriiiivoooo!

keep-calm-and-go-to-honolulu-with-merlin

It has been a tough year trying to cope with the crazy rules of University in Uk. A year spent balancing through assignments, anti-plagiarism engines, deadlines, maximum or minimum length, multiple choice questions, bundles of handouts, percentages to understand if I got a fail, pass, merit or distinction. Procedures, handbooks and guidelines: if you’re not really careful, British university looks more like a run against time and hurdles, and rather than learning for an exam, you learn how to pass an exam. It’s a race where much is left to serendipity and less to diligence and effort.

We, international students, have not been enthusiastic of the quality of teaching and assessment. We’ve learnt how to use literature, how to prepare an assignment in short time and by the due deadline, of the right number of words and correct interline. But I’m glad I studied in Italy: after much complaining, now I can tell I got a good preparation. If only Italian university were more updated (more internet and more English), job-oriented and less left in the lecturers’ whimsical hands, it would be a big competitor of northern universities.

If I decide to enroll in another Master, please, tie me to a chair and beat me up.

Anyway, now I’m finished, won’t start my doctorate project until end of September, my head is full of plans but well before that…Italy, I’m cooomiiiing!!

Speranza/Hope

Prima di partire dall’Italia, col gruppo ado(lescenti) della parrocchia stavamo portando avanti una riflessione sulla speranza, e mi sono imbattuto su questa riflessione di Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose.

Il verde è il colore della speranza perché verdi sono le piante. Le piante, per passare dal colore sbiadito del seme a quello vitale e brillante delle foglie, hanno bisogno di tempo. La speranza è l’atteggiamento del giardiniere e del contadino: piantare il seme e attendere che getti radici e diventi un essere verde, e tornare al momento giusto per raccogliere i frutti, o godere dell’ombra dei rami o della bellezza dei fiori, e nel frattempo però non abbandonare le piante a sé stesse, ma lavorare e curarsi di loro con costanza, senza avere la certezza matematica che tutto andrà per il meglio, magari la grandine o troppa acqua o la siccità rovinerà tutto, ma con una fiducia basata su una premessa (o una Promessa). La speranza è caparbia, positiva, attiva e sbilanciata pericolosamente verso il futuro.

Ho messo a dimora anch’io le mie piantine e raccoglierò i frutti fra qualche anno: ho ricevuto il mio progetto di ricerca di dottorato, dopo attento colloquio col mio futuro relatore. Essendo materialista, ai materiali mi dedicherò: l’obiettivo sarà migliorare la superficie di cateteri (=tubicini) polimerici (=di plastica) per evitare che proteine e cellule aderiscano e li occludano. Comincerò a fine maggio con un periodo di tirocinio in laboratorio per permettermi di considerare con attenzione se sono adatto e se mi piace il gruppo, poi ad ottobre inizierò il lavoro vero e proprio.

E per accogliere la bella stagione sul mio davanzale ho seminato viole, menta, narcisi, prezzemolo, basilico, per portare un po’ di vita in camera e ricordarmi che dal terreno scuro nascono fiori variopinti e che nero e colore sono separati da uno stelo verde, che si erge fragile ma dritto e ostinato e pieno di speranza verso l’alto. daffodilsForse il genio sta non tanto nell’essere come il fiore, che è l’obiettivo, e neppure tenere lo sguardo inchiodato verso il suolo, quanto nell’essere come lo stelo, ancorato a terra e proteso verso il futuro.

♣ ♣ ♣ ♣ ♣ ♣ ♣ ♣ ♣ ♣ ♣ ♣

Green is the colour of hope because plants are green. Once you lay your seeds in the ground, you have to wait for them to grow up. You will come back at dye time to pick up the fruits, or enjoy the flowers, or the shadow of the boughs. You never know if your efforts will succeed: hail, rain, droughts can destroy everything. Still you carry on trustfully. You can’t be unfaithful or mindless, you have to stick to a place: you have to come back regularly to check how things are going, you can’t bring plants along with you. Hope is an attitude like this, like a gardener: it’s hard-headed, positive, active and riskily bended towards the future.

I have prepared my seedbed as well and in some time I’ll pick up my fruits. I have been assigned my research project I’ll be developing for the next three years. I am a materialist, and materials will be my subject. I’ll modify the surface of small polymeric catheters in order to avoid them to get stuck by cell and protein adhesion. I’ll start with an introductory internship at the end of May and then, in October, the main project.

Accordingly, I’ve seeded pansies, mint, daffodils, parsley, basil in pots in my bedroom, to light it up with something reminding me nature, life and nice moments. Coloured flowers blossom from the dark soil, and so black and colors are joint by a green stalk, standing tiny and frail but stubborn and hopeful upwards. Maybe genius is not being not like the flower, which is the final goal, nor staring dully at the ground, but being like the stalk, anchored to the soil while reaching out for the future.

Foresta nera/Black forest gateau/Schwarzwäldertorte

In dipartimento i dottorandi organizzano ogni anno una International Dinner, in occasione della quale i ragazzi sono invitati a portare un piatto tipico da gustare insieme; sono previsti premi per il miglior piatto dolce e salato. A certi eventi mondani, va da sé, non posso mancare.

kirschHo scelto di portare un dolce tedesco. Riponete lo sguardo offeso; pensateci: cosa si può portare a un party che sia tipicamente e golosamente italiano, e nel contempo pratico da fare, trasportare e mangiare in piedi, e che non sia il classico tiramisù, che ho già fatto millemila volte in Germania? Non suggeritemi il pandoro (Selene…) né la cassata. Ho optato per una torta tedesca ad effetto, tutta cioccolato e panna: la foresta nera.

Innanzitutto mi serviva il kirsch, un liquore alla ciliegia. L’ho cercato ovunque, nei supermercati e nei negozietti polacchi, ma no, nel Regno Unito si beve solo whisky e vodka. L’ho dovuto ordinare in un sinistro negozio d’alcolici dove il negoziante è separato e protetto dai clienti tramite una vetrina e comunica attraverso una porticina. 19.99 £, mi è costato: sperando che ne valesse la pena.

Fare la foresta nera non è difficile, ma è complesso. Richiede strati di pan di spagna al cioccolato, ciliegie e panna. Ci si mette ore. La parte peggiore è l’assemblaggio. Ricoprire la superficie e i fianchi della torta si è trasformato presto in un incubo a tinte color panna. La mia sac à poche era ingovernabile; la densa panna scozzese non era abbastanza per coprire tutti i buchi. Sono corso disperato in extremis al supermercato per recuperare della panna spray, che ha fatto il suo sporco lavoro di tappabuchi, ma nel giro di cinque minuti torna allo stato liquido! Chili di carta scottex mi aiutano ad arginare il fiume di panna che cola dai fianchi della torta. A questo punto mi accorgo che è troppo cicciona per il porta torte, e per proteggerla nel tragitto casa-università la fascio di nuovo dentro la tortiera a cerniera, rendendo vano tutto il mio lavoro di restauro sui bordi.

Sono convinto che la mia famiglia sia colpita da una maledizione che ci porta a fare dolci perlopiù buoni ma di solito orridi. Torte brutte, storte, sgraziate, impresentabili.

foresta_nera_cedimenti

Qualche esperto in stucchi, restauro o makeup può aiutarmi?

bannerPer cui è stata con grande sorpresa che ho vinto il premio. Un buono da M&S! Adesso posso tirarmela come fanno le food bloggers. Ho già pronto il banner 

 

La cena, a onor del vero, era piena di prelibatezze, ho mangiato come un orso dopo il letargo. Yummy!

foresta_nera_gnam

Quel che è rimasto per i miei coinquilini.

 

 

International dinner night: an event organized every (?) year by the PhD students of my department, obviously I can’t help taking part in it! Each of us was invited to bring along a special dish from his/her country, and prizes were given for the best savory and sweet one.

I decided to prepare the black forest gateau. If you have a better idea about an italian dessert which is at the same time nice, delicious, easy to bake, to transport and to eat at a stand-up party, and is not the classical tiramisù (idea I have exploited too many times while I was in Germany), please let me know. Come on, everyone like a black-and-white, cream-and-chocolate cake! My German friends will be glad of it.

First of all I needed kirsch, a cherry-flavoured gin, but it was nowhere to be found in Glasgow. Evidently here people drink just Scotch and whisky. I had to order it at a squalid alcohol shop in High St, where the shop assistant is separated (i.e. protected) from the customer by a window and hands out bottles through a small door in it. I spent 19.99 £ (!), hoping it was worth it.

The Black Forest gateau is not difficult, it’s complex though. It’s made of tiers of chocolate sponge, cream and cherries. It takes hours to accomplish it. The worst part is assembling the layers: very soon I found myself in a cream-colored nightmare, my sac à poche was squirting cream everywhere, the cream was not enough to glaze the whole gateau, I then ran to the next Aldi to grab some spray cream, but it was not stiff enough and melted everywhere. Once I managed to soak it up with the kitchen paper, I realized the cake was too huge to fit my cake holder, and I had to squeeze it back into the mould, definitely spoiling the sides.

Me and my mum think our family is cursed. The dishes we produce are nice, but also ugly, irregular, uneven, clunky. 

Therefore it was much to my surprise I won the prize! Thanks guys! Now I can show off like all the food bloggers. I’ll put a banner.

The dinner was full of international delicacies, and I’ve eaten like a bear after hibernation.