Category Archives: affetti

Madeleines

Dalla Scozia ho portato uno stampo da madeleine, in silicone rosso, in regalo alla Nenna, lei che, proprio come me alla sua età, ha cominciato a prendere gusto per la pasticceria e sforna dolci ogni volta che può. Abbiamo subito testato lo stampo e per la ricetta ci siamo rivolti a Julia Child, che di cucina francese ne sa qualcosa. Alla Nenna piacciono le lingue straniere, abbiamo tradotto la ricetta dall’inglese e trasformato le dosi da tazze a grammi. Anche se abbiamo saltato a piè pari il passaggio col burro fuso e nonostante l’abbronzatura generosa sulla pancia per via del forno vecchiotto e inaffidabile, le madeleines sono venute buone, fragranti nella loro forma a conchiglietta.

Ho raccontato alla Nenna la storia di Proust, ma forse non è l’argomento adatto per catturare l’attenzione di una tredicenne intenta a grattugiare la buccia di limone.

Tra le mie madeleines ci sono le caramelle all’anice (alzi la mano a chi altri piace l’anice), quelle quadrate, piccole e dure, color confetto. Come tutte le caramelle dure, le mangio sgranocchiandole, una dietro l’altra. Mi ricordano di un negozio che ora non esiste più, poco distante da casa, era grande e difficile da illuminare e vendeva prodotti da forno e c’erano appesi alle pareti di legno i cuori di panpepato tipo Bavaria. Mi ricordo che la mamma aveva portato me e Manu e che ci eravamo meritati queste caramelle.

Chissà se le madeleines in futuro riporteranno alla mente alla Nenna questo periodo, le mie brevi visite a casa, l’estate ancora calda, l’adolescenza che tarda ad arrivare ma che ha già mandato in avanscoperta i suoi spettri e le sue insicurezze a fare razzia del suo corpo.

I took a gift from Scotland for my sis Irene. It’s a red silicone mould for madeleines, the French tea cakes. My sister took up a passion for bakery, pretty much like me at her age, and she bakes whenever she can. We put the mould to test using Julia Child’s valid recipe (Julia is a trustworthy French recipes dealer). We translated the English version and converted cups into grams. Even though we got the molten butter passage wrong and the bottom side of the madeleines turned out slightly overbrowned (our old oven is tricky), they tasted and smelled nicely.

I told Irene about Proust’s story, but she wasn’t really impressed. It may not be the best topic to talk to a teen while she’s grating lemon zest.

Among my personal madeleines there are the anise candies. They are small, hard, square-shaped and pale-colored. I like to crunch them and swallow one after the other. I was one of the few kids who liked anise flavour. I remember one particular shop, it was dark and wooden and full of pastry and cakes and sweets and my mum took me and my brother and I got these candies there.

Who knows if madeleines will bring back similar memories to Irene. Memories of this torrid end of the summer, of my short visits back home, of a teenage still slow to kick in but quick to send forward its ghosts and fears to raid her body.

 

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Nglico

Sono molto contento di avere uno Nglico in famiglia. Lo Nglico viene a trovarmi, e passiamo una settimana a mangiare, e i monumenti che visitiamo sono solo una mera pausa tra un pasto e l’altro. Nella settimana che è stato in Regno Unito, abbiamo mandato giù calorie a non finire: pere al forno ripiene di Gian Paolo, salame di coccomentacioccolato, hamburger di Shake Shack, cookies di Ben, burritos, caramelle da Hamleys, cupcakes alla rosa e pistacchio, fudge e cioccolato di Arran, tortine di pesce da Waxy O’Connor, scones di patate, e poi bibite gasate senza fondo.

Lo Nglico ascolta interessato i miei sproloqui appassionati sui marmi del Partenone, per poi trascinarmi fuori dal British Museum, per prendere il sole e fare qualcosa di meno serio noioso, tipo salire sulla ruota panoramica del London Eye oppure percorrere il Serpentine sul pedalò (che fatica!) oppure vedere il cambio della guardia di Buckingham Palace oppure visitare tutti i cinque piani del M&M store permeati di un nauseante odore cioccolatoso oppure assistere all’esibizione un po’ smargiassa di un mangiafuoco italiano in Trafalgar Square. Lo Nglico evidentemente mi assomiglia, se un commesso ci ha chiesto dal nulla se siamo fratelli. Lo Nglico è un ottimo animaluccio da compagnia. Mi sopporta quando gli rubo tutto il piumone rotolando di notte nel sonno. Lo Nglico si adatta ai miei ritmi veloci, ai programmi improvvisati, alle mie evidenti carenze informatiche (tipo ritrovarmi col cellulare morto a Londra per tre giorni), alle gatte troppo affettuose che ci masticano le dita dei piedi mentre prepariamo il caffè nell’appartamento airbnb di Gian Paolo e Bryan, alle lunghe camminate tra una stazione della metropolitana sbagliata e l’altra. Lo Nglico prende in giro con me il trucco tremendo delle scozzesi e la mania per il colore verde di una signora in coda con noi e prontamente ribattezzata il Ramarro.

Lo Nglico assaggia volentieri il whisky di Arran anche se delle spiegazioni, fatte da uno scozzese ilare e barbuto, ha capito poco o niente. Lo Nglico mi assiste pazientemente mentre, di notte, correggo febbrilmente degli abstract da mandare entro la mezzanotte, scadenza che mi è stata comunicata la mattina stessa. Lo Nglico non mi uccide neppure quando scopro che la scadenza è stata rinviata all’ultimo minuto, e che tutte quelle ore davanti al computer sono state ore buttate, e che avremmo potuto continuare a goderci l’Isola di Arran in tranquillità. Lo Nglico viene a vedere il mio laboratorio e si sorbisce il mio tour dettagliato.

Lo Nglico affronta con buona volontà i viaggi in autobus, in treno, in traghetto, in aereo. Lo Nglico canta con me cento volte in due giorni il mio nuovo tormentone personale, preso dalle canzoni travisate del Trio Medusa: ciulo i muffin.

Lo Nglico si prende cura di me, quando io dovrei prendermi cura di lui, perché lui sarà pure il fratello grande, ma io sono il fratello vecchio. Con lui divoro degli spaghetti alla carbonara dopo una giornata lunga, interminabile, infinita senza bisogno di dire una parola.

È un riparatutto che non aggiusta solo macchine da cucire, cellulari e computer, ma anche qualcosa di più importante, nella sua semplicità di diciannovenne. Lo Nglico è famiglia, e riesce a farmi sentire a casa perfino quando una casa proprio non c’è.

I am so glad there’s a Nglico in my family. When Nglico comes and visit me, we spend a week only munching, and the monuments we visit are a mere break between our meals. We swallowed calories enough to feel ashamed: baked stuffed pears, minty chocolate bars, hamburgers from Shake Shack, Ben’s cookies, burritos, candies we found at Hamley’s, rose-and-pistachio cupcakes, fudge and chocolate on the Isle of Arran, fish cakes at Waxy O’Connor, potato scones, and bottomless squash and soda.

Nglico listens with patience my long passionate talks in front of the Parthenon marbles, but then he drags me away, come on, we’re in London, we must do something more exciting, let’s see the change of the guard of Buckingham Palace, let’s see London from the London Eye, let’s explore the 5-floors chocolatey-smelling M&Ms store, let’s cross the Serpentine on a paddle boat, let’s watch the fire-eater in Trafalgar Square (such a braggart). Nglico and I must look alike, as a shop assistant stopped by out of the blue to ask if we are brothers. Nglico is a good pet. He puts up with me even when I steal all the duvet rolling on the bed during the night. He adapts to my swift pace, to my improvised plans,  to my big technological issues (like being with no mobile for three days in London), to the cats who love our toes too much and bite us while we make our morning espresso at Gian Paolo and Bryan’s house, to the long walks from one underground station to the other. He makes fun with me of a total-green-dressed lady who’s queuing behind us and of the heavily made up Scottish girls.

Nglico enjoys his sip of whisky at Arran Distilleries but he cannot get the jokes the long-bearded Scot guide says. Nglico does not grump when I need to submit some abstract before a deadline I have been given that very morning, and because of that deadline we have to hurry back from Arran and interrupt our tour. He does not moan even when I discover the deadline has been suddenly delayed, and the hours we spent at the computer could have been employed much better.

Nglico embarks on neverending travels by bus, ferry or plain with no complaint. He sings along with me over and over that stupid ear worm. He takes care of me, even though it should be the other way round, because he might be the big brother, but the eldest brother is me. We wolf down a huge plate of carbonara spaghetti, after a tiring day, no need to say a word, joined by our silence.

He is a fixer, and he doesn’t fix only sewing machines or mobiles, but something more important and delicate, too. Nglico is family, and he can make me feel home even when I do not even have a house.

Fesenjan

Nebbia. Avevo dimenticato quanto potesse essere brumosa la Germania di prima mattina. E quanto potessero essere fatidiosi i tedeschi chiassosi, specie dopo che ho passato la notte sulle panche dell’aeroporto di Hahn.

Sole. Mi stupisco di quanto chiaro e limpido sia il cielo di Colonia, specie se visto dall’alto della torre del Duomo, guadagnata dopo 532 sudati gradini con il ridicolo zainetto blu e giallo dell’Invicta sulle spalle. Non voglio più scendere, la vista è inebriante. La luce dentro il Duomo vibra, le colonne elevano verso l’alto, vengono le vertigini. Penso a quei muratori, carpentieri, architetti che si sono arrampicati fin quassù per far volare questi angeli di pietra. Martina e Valentina mi aspettano all’Università. Anche un pasto alla mensa universitaria sembra un pasto da re, se altrimenti si mangiano solo panini e se è offerto e consumato in compagnia. Il sole ci colora le braccia mentre chiacchieriamo su una panchina. Avevo dimenticato quanto mi trovassi a mio agio in Germania, mi sono precipitato dentro Rossman con commozione a comprare cioccolata e caramelle.

La notte dormo nel paese natale di Adenauer, di cui sarei capace di affezionarmi nonostante sia piccolino e dall’aria così provinciale.

A Bonn visito l’Arithmeum, il museo degli strumenti di calcolo, dall’abaco ai computer moderni. A voi profani non interesserà probabilmente vedere come Leibniz ha costruito macchinari per ottenere la divisione girando una manovella, e non vi emozionerete di fronte a un cilindro di silice commercialmente pura, nera e lucente, minacciosa nella sua onnipotenza inespressa. I quadri astratti alle pareti fanno pendant con i colori delle caramelle Haribo, alle quali Bonn ha dato i natali, assieme a Beethoven, il cui testone capellone e sturmunddrangamente corrucciato fa severamente capolino da ogni angolo del centro. Visito anche un cimitero. Ci riposa Schumann con la moglie Clara, uniti dopo la morte come lo sono stati durante la vita. C’è mai nessuno che prega per gli artisti defunti, o le loro tombe sono solo monumenti?

Nicoletta mi vizia con parole e cibo prima di lasciarmi andare verso Düsseldorf, che non riesco a farmi piacere, un cantiere aperto e disordinato senza una chiara idea di dove andare a parare. In Germania l’autunno è già arrivato, col suo carico di foglie gialle sulle strade. I tedeschi però ci sanno fare, con l’architettura (impressionante) e con il design cittadino, riempiendo i centri di opere moderne che a me piacciono e che riempiono le cicatrici lasciate dalla guerra, in mancanza di meglio. Esempio da imitare anche altrove: dovremmo circondarci di cose belle per educare l’occhio al bello.

L’autobus mi recapita ad Hannover con abbondante ritardo e sotto la pioggia, ma posso contare sull’ospitalità di Jorge. Non ho bisogno di rivedere la città, ma tanto ho tempo a disposizione, e quindi faccio una capatina al pulcioso mercato delle pulci. Vago nei giardini del palazzo reale, rilassando lo spirito alla vista delle piante, dei fiori, della fontana e delle Nanas danzanti di Niki de Saint-Phalle.

Festeggio il compleanno di Emanuele cucinando con Fatemeh pancakes e il fesenjan, delizioso piatto tradizionale iraniano che unisce noci, pollo e melograno (qui la ricetta), in una pigra domenica. Rivedo molti altri amici dopo un anno che sono partito, e ci aggiorniamo sulle rispettive vite.

Ma alla fine devo partire di nuovo-per il terzo anno di fila mi ritrovo su un aereo proprio quando l’estate lascia spazio all’autunno, ormai è tradizione. Auf wiedersehen, Freunde, bis bald.

 

Fog. I had forgotten how misty Germany can be, especially early in the morning. And how noisy and annoying Germans can be, especially after one slept badly on the benches of the Frankfurt Hahn Airport.

Sun. I was stunned by the crystal clear sky over Cologne. I reached the top of the tall Dome tower climbing 532 steep steps with my childish blue and yellow school bag on my shoulders. I don’t feel like getting down, the sightseeing over there is heady. I think of all the carpenters, architects and masons who climbed up to here to let the stone angels fly. Inside the Dome the light is vibrating, the columns lead the visitor skywards, I get dizziness. Martina and Valentina are waiting on me at University. We have lunch at the canteen, so nicely when you have company. The sun tans our arms while chatting away in the park. I forgot how much I do love Germany. Excited, I rush into Rossmann to fill up my pockets with candies and chocolate.

That night I sleep in Bad Honnef, Adenauer’s village, so tiny and provincial, still lovely. It’s close to Bonn. I visit the Arithmeum, a museum about calculators and computing machines. Probably you won’t thrill at the sight of Leibniz’ first calculating device, and won’t feel emotional in front of a pure, black and shining silica cylinder, threatening with its unexpressed omnipotence. The abstract paintings on the walls match with the colours of Haribo candies, which were born in Bonn, as well as Beethoven, whose hairy and severe head pops up from every corner of the city center. I pay a visit to the graveyard, too. There Schumann and his wife Clara rest forever, together in death as they were in life. Is there anyone praying for dead artists, or are their tombs mere monuments?

Nicoletta spoils me with food and words before I head for Düsseldorf. I can’t fall in love with this city, a neverending construction site with no clear idea what to become once it’s grown up. The autumn has already arrived with its clock of yellowing leaves on the pavements. Germans are very good at this one thing: making up the cities with impressive modern architecture and decorative modern art, to fill up the scars and empty spaces left by war. A lesson to learn and take example from: being surrounded by beauty lets us look for beautiful things.

The bus drops me late under a rainy sky in Hannover, where at first I can count on Jorge hospitality. So many things have changed! I have time to stroll around the city even though I don’t feel I have to. I wander through the shaggy flea market, the Royal gardens, the Grotte of Niki de Saint-Phalle.

I celebrate Emanuele’s birthday together with Fatemeh by cooking pancakes and fesenjun (here’s the recipe), a typical tasty iranian dish, on a lazy Sunday.

But the time to leave arrives soon. Once again I’m taking a flight when summer lets room to autumn-it’s becoming an annual tradition. Aud wiedersehen Freunde! Bis bald.

Convergenze/Catching up

Il paradosso dei due gemelli: uno si allontana dalla Terra a velocità prossima a quella della luce mentre l’altro rimane a casa. Quando l’astronauta torna scoprirà che il gemello è invecchiato più velocemente, oppure avranno ancora la stessa età? Chi se ne importa: scoprirà che lo scollamento temporale è ben altro. È tornare a casa con l’impressione che troppo sia successo nel frattempo, oppure troppo poco, che i piccoli cambiamenti, quei mutamenti insignificanti che rendono la vita di paese così rassicurante, così statica, si sommano drammaticamente, ti lasciano indietro. Oppure tu sei cambiato senza stare al passo con gli aggiornamenti del tuo ambiente, il linguaggio dei riti quotidiani è mutato. Ti senti come un tassello che non combacia col resto del puzzle.

Poi però basta una scintilla e la macchina del tempo fa uno scatto e le linee cronologiche si riallineano. Click.

Può essere un matrimonio, una pasta e una fetta di crostata da amici, un cappuccino dopo messa, un tè cioccolato e cannella, una passeggiata al timido sole settembrino, un gelato sotto Ponte Pietra o in Piazza dei Signori o una corsa in bus parlando di noi, un karkadé ascoltando i nonni rimestare nei ricordi di cinquant’anni fa, un compleanno in famiglia, un litigio, rivedersi dopo anni senza una schermata di Skype in mezzo. Click- i fili si riannodano, tutto torna a combaciare.

Ma poi volto la pagina dell’agenda, è una nuova settimana.
Click-lo zaino è chiuso.
Chiudo gli occhi.
Li riapro in Germania.

The twin paradox: one twin leaves on a space ship travelling close to the speed of light, the other one is left behind on the Earth. After some years the austronaut will come back and see she’s younger than her twin (don’t expect me to explain physics).
Doesn’t really matter: what she’ll really find out is a time detachment. Too much has changed, or maybe all the tiny changes that make life on Earth so reassuringly boring have summed up to an avalanche. Or maybe it’s you having changed that much, so you don’t speak anymore the everyday language, you don’t fit anymore into the daily routine, like a wrong puzzle bit.

But then, a sparkle, and life catches up, life lines reallign, the pace is the same. Snap.

It might be a wedding, a family quarrel, a pasta and a slice of cake at friends’, an ice cream talking about us, a chocolate and cinnamon tea, a walk, a cappuccino after mass, two birthday cakes, grans rummaging in their fifty years old memories. Snap: threads interweave, time rims match again.

But then I turn over the diary pages. A new week.
Snap: the rucksack is tied closed.
I close my eyes.
I open them: I’m in Germany.

Rosche/Watermelon

erica me big gCerte cose ti capita di farle solo quando vengono a trovarti amiche di vecchia data, con cui l’imbarazzo e la timidezza lasciano spazio alla spontaneità e alle avventure.

Ad esempio dormire in due su un letto col fondato timore di scalciarsi a vicenda fuori dal bordo, svegliarsi tardi e mangiare una quintalata di pancakes con la Nutella.

Imbattersi a caso in un paio di famiglie calabresi in gita a Glasgow e offrirsi di accompagnarle in giro per la città, fino a West End (la prossima volta mi faccio pagare come guida turistica, sia chiaro). Visitare il museo anatomico e l’Hunterian Museum, pieni zeppi di reperti anatomici. Sì, quelle membra schifose imbalsamate, feti sotto formalina, occhi aperti a metà, bambini ciclopici e teste aperte. Perfino Erica è uscita col voltastomaco (io in realtà mi sono rifiutato di vedere di nuovo questi reperti rivoltanti e ho aspettato in un angolo).

deep fried marsPiluccare un’intera cestina di fragole camminando per strada lungo il West End, Erica che regge la confezione e l’altro il coperchio a mo’ di raccoglipiccioli.

Entrare in un charity shop a comprare un romanzo di seconda mano (regalato da Erica).

Godersi un riservato sole similautunnale e l’aria freschetta sulle sponde del Clyde.

Cenare con un fried mars (e chiedere se potevano friggerci pure il Bounty. Perché no? Sarebbe un’idea! »:[ ) e poi una parmigiana improvvisata e divorata nel giro di un’ora e poi l’anguria e il gelato al mango. Ma abbiamo camminato tanto.

Lanciare le rosche dell’anguria giù dal ponte nel Clyde (ormai è diventata una tradizione circaferragostana). Mangiare l’anguria fredda anche per colazione prima di prendere il bus.



rosche

You do certain things only when you happen to be with certain friends, when embarrassment and shame and shyness vanish and you feel free and take time off.

For example sleep together in the same bed, fearing one of us kicks the other off the border. Wake up late and devour a heap of pancakes with Nutella.

melanzaneTake around a group of tourist from Italy, accompanying them to the West End and showing them around (next time I’ll make sure I get paid for it though!). Visit Hunterian Museum and Anatomy Gallery, crammed with disgusting body bits (sorry guys, I know you’re dead, but you’re horrible anyway). Well to be honest I didn’t take the tour, I curled up in a corner waiting for Erica and even she felt revulsion.

Pick at a whole strawberries box, me holding the lid as a stalk-tray and she holding the box, while walking on the street.

Buy a second hand novel in a charity shop (Erica’s gift).

Enjoy the sunny, chilly weather on the Clyde waterside.


Dine with deep fried mars bars (and even ask for a fried bounty, why the hell don’t you fry that instead, it’d be scrumptious!) and then a vegetables lasagne and then watermelon and the mango sorbet. We actually walked a lot.

Throw watermelon peels off the Suspension bridge. Eat chilled watermelon for breakfast as well before running to the bus station.

Drew and Kelly

Ci vuole una dose di sconsideratezza per mettere a disposizione la mia stretta camera a gente sconosciuta della quale so quel poco che scrivono sul loro profilo di couchsurfer. Io lo faccio un po’ per gratitudine, per ricambiare l’ospitalità ricevuta: quando ne avevo bisogno ho sempre trovato un letto su cui riposare le gambe, una tazza di tè caldo, una chiacchiera e qualche dritta per sopravvivere nella città sconosciuta. E poi perché questi viaggiatori portano con sé altre vite, esperienze, novità, che valgono più delle sterline e mi arricchiscono più di un proprietario di ostello. Questo tipo di ospitalità mi costa poco soprattutto se gli ospiti dopo pochi giorni sono destinati a scomparire dalla mia vita.

Couchsurfing comunque presuppone un contatto con le persone del posto, uno scambio, passare del tempo insieme, condividere una cena oltre che la camera da letto. Io, per evitare scrocconi che di solito non leggono neppure il profilo degli aspiranti ospiti e che quindi essenzialmente non sono interessati alla mia personalità ma solo a viaggiare a sbafo, ho inserito, tra le (poche) righe di presentazione sul mio profilo, una richiesta: indicare il proprio gusto preferito di gelato (sappiatelo, potenziali couchsurfers! >:] ), altrimenti non accetterò la richiesta di ospitalità.

Drew e Kelly sono rimasti colpiti dal cremoso gelato italiano, ma amano in particolare il gusto cioccomenta. Drew e Kelly hanno lasciato i rispettivi lavori e sono partiti dalla California in Marzo, appena dopo essersi fidanzati, in un viaggio intorno all’Europa della durata di 4 mesi. Hanno visitato ogni angolo dell’Europa occidentale, partendo da Londra, passando per Spagna, Francia, Italia e Svizzera, Grecia e Germania, Belgio e Irlanda, Scozia e poi di nuovo Londra prima di ripartire. Potete ripercorrere il loro viaggio attraverso il blog http://kd-europe2014.tumblr.com/. Io li ho ospitati per tre notti.

Che Drew e Kelly siano anime belle l’ho avvertito a partire dal primo contatto visivo, quando mi sono venuti incontro con un sorriso, largo e caloroso come il loro abbraccio, nella Central Station dove ero andato a recuperarli. Cucinano con fantasia e improvvisazione, con un senso del gusto e dell’estetica. Sono una coppia giovanissima ma con molti progetti per il futuro. Due ragazzi alla mano, entusiasti, dinamici, che una mattina hanno riordinato la nostra cucina abbastanza disordinata e come regalo d’addio mi hanno lasciato della marmellata, una cartolina di Firenze (io e Kelly siamo due degli ultimi che ancora scrivono cartoline), un arcobaleno dipinto sul viso e i racconti di un Europa vista con gli occhi di due americani della costa ovest, senza pregiudizi, piuttosto con meraviglia e ammirazione.

Capite perché sono un couchsurfer?

Thanks guys, you’ve brightened up my week! You’ll be always welcomed here, I hope we meet again in the future! Love, Davide 

Some weekends are milder than others. The rhythm is faster, I spin around from place to place, lots is going on, but I don’t feel distressed, because all this activity is filling me up with joy and human warmth and nice people are swirling with me.

I’ve received the visit of two lovely couchsurfers, Drew and Kelly. If you need some inspiration, just check out their life in their blog: http://kd-europe2014.tumblr.com/. They’re super young but they have experienced a lot, travelled around and visited every single corner of West Europe in 4 months. I’m so glad they’ve landed at mine’s as one of the last stops before leaving for US, I could enjoy their reports about the places they’ve visited. Drew and Kelly are enthusiastic and dynamic, they’ve unexpectedly tidied up my kitchen and cooked for me and my flatmates a nice dinner. They cook with creativity, fantasy and good taste, like the people who enjoy staying in the kitchen and entertaining friends. They are warm and easy going like their hug with which they welcomed me when I picked them up in the Central Station. They left me a fancy rhubarb&ginger jam, a rose lemonade, a postcard from Florence (me and Kelly are one of the last few people still sending postcards) and a rainbow painted on the face. 

That’s why I’m glad I am a couchsurfer. It is an easy way to make something good to helpless travellers. It is cheap for them, and rewarding for me. Every time I grow richer, not with pounds, rather with something more valuable.

Thanks guys, you’ve brightened up my week! You’ll be always welcomed here, I hope we meet again in the future! Love, Davide 

Salonicco/Thessaloniki

Se chiudo gli occhi, ho ancora impressa sulla retina la luce del sole di Grecia, i riflessi sull’acqua trasparente del mare, il colore turchese. Secondo le nostre ospiti, il tempo non era dei migliori, tanto che quando siamo atterrati ci ha accolto una pioggerellina estiva, ma lo standard locale è molto diverso da quello scozzese, e il cielo, enorme, era sgombro di nuvole la maggior parte del tempo.

Thessaloniki-Tourist-Map-3.mediumthumbSe chiudo gli occhi, mi tornano ancora i sapori mediterranei in bocca. La mamma di G. (mi è stato imposto il segreto d’ufficio: io sono l’unico ad aver dichiarato la mia assenza per vacanze, le altre tre amiche si sono giustificate davanti ai rispettivi relatori di tesi in altri modi abbastanza ridicoli e incompatibili con la tintarella esibita al rientro) ha deciso che non sono abbastanza nutrito e mi ha ingolfato di pasticio e mutsaka (un piatto a base di melanzane). Gli abitanti di Salonicco hanno una relazione strana con le melanzane, dato che nel 1917 un incendio ha distrutto il centro città e fu appiccato da una donna che stava appunto friggendo le melanzane. A Salonicco non ci si può perdere la bugatsa (una torta a base di pasta fillo e crema pasticcera nella versione dolce, con feta o spinaci nella versione salata); le barrette di sesamo, il pane koulouri, i dolci al bergamotto, il pirulo. La vacanza si è chiusa con una cena stupenda in una taverna mangiando pescetti fritti e bevendo ouzo.

Se chiudo gli occhi, ho ancora il suono della lingua greca nelle orecchie. I cartelli stradali sembravano lunghe formule fisiche, e ogni tanto si capiva una parola, dato che era identica al corrispettivo italiano: piruni è la forchetta, e indovinate cosa significano banio, kucina, valigia, anguria. Ho riesumato le mie conoscenze di greco per imparare a dire almeno grazie e prego e molto buono (hala hala!) o molto figo.

Se chiudo gli occhi, ho ancora le immagini di Salonicco in mente. Superata la prima impressione di caos e disordine (tipo un uomo e tre bambini su un motorino, tutti senza casco), Salonicco è una bella cittadina mediterranea, con la Torre Bianca, le chiese ortodosse (Hagia Sofia e Hagios Dimitrios in primis) dove entrandosi fa il segno della croce e poi si bacia l’icona del santo, le salite ripide (è tutta arrampicata in collina), molti spazi verdi, il lungo mare (Paralia) che va fino all’Opera, il sito archeologico nella città vecchia, i mille locali, il mercato con le bancarelle di frutta. L’ospitalità greca è meravigliosa. G. e le sue amiche greco-tedesche si sono prodigate per farci godere il più possibile la spiaggia. Ci hanno portato sulla seconda penisola di Halkidiki, da dove si scorgeva il profilo del Monte Athos, irraggiungibile dalle donne e dall’accesso ristretto anche agli uomini. In vacanza ho smentito in un colpo l’idea che io non sappia nuotare e che sia bianco latte: in effetti, mi sono trasformato in un’aragosta, rossa e allegramente sguazzante.

Certe vacanze non si dimenticano, specie se un’amica parla nel sonno, un altro si rotola rumorosamente nel letto, un’altra è accompagnata da un cane troppo affettuoso, o se un’altra ancora si rifiuta di credere che la tenda zanzariera possa essere aperta. Vacanze documentate da più di ottocento foto in 5 giorni, parecchie delle quali tentando di saltare.

If I close my eyes, I still have the light of the Greek sun impressed on the back of my eyes, its reflection on the crystalline water, the endlessly extending turquoise. Apparently the weather was not even so nice, indeed we were welcomed by clouds and drizzle, but evidently our hosts have different standards than the Scottish ones with regards to temperatures. The sky was cloudless most of the time.

If I close my eyes, Mediterranean tastes come back to my mouth. G’s mother (our host, but I can’t reveal her identity since she and the other two friends travelling with me were not officially allowed by their supervisors 😉 ) decided I looked underfed and stuffed me up with pasticio and mutsaka, which is made of aubergines. Thessaloniki inhabitants have a weird relationship with aubergines: the city burned down in 1917 and the fire was allegedly started by a woman frying aubergines. Other delicacies you must try in Thessaloniki are bugatsa, which can be either savory (with spinach and/or feta) or sweet, with curd; the kouluri bread, the pirulo. Our holiday ended in a taverna eating seafood and drinking ouzo.

If I close my eyes, I still hear the sounds of Greek. On the boards it looked like long physical formulas. I picked up some words, just to say thanks or sorry or please, or very nice or very sexy. Some of them are so close to Italian!

If I close my eyes, I still see Thessaloniki busy streets, the White Tower, the hills and slopes, the orange trees, the orthodox churches, the seaside, the archeological sites, the bars and pubs at night, the cafes and frappe coffees, the market and the fruit stands. Greeks are hospital and sweet, G. and her friends did their best to set us at ease. We enjoyed the sea on the second finger of Halkidiki peninsula, from where the Mount Athos silhouette could be glimpsed, still unreachable by women and restricted to men as well. I proved wrong the idea I can’t swim and I am pale: actually I turned into a red lobster, happy to splash in the water.

Such holiday won’t fade away, especially if one friend is sleeptalker, another rolls over loudly on the bed, another is accompanied by a dog showing too much affection, or another doesn’t manage to open the mosquito net on the window. We documented almost every minute through over 800 pictures, most of which jumping!