Category Archives: cheers!

Pizzoccheri a Pasqua

Pasqua a Glasgow sembra essere un giorno ordinario. Cammino per le strade e vedo che la vita procede come al solito, le scozzesi si fanno ristrutturare la faccia dall’estetista, la gente fa spesa e intasa il centro approfittando del weekend lungo. Alcuni dottorandi vanno all’università, certi di essere finalmente soli in ufficio.

IMG_2000Per me invece Pasqua è un giorno speciale, ancor più speciale di Natale, non è sepolta sotto millenni di tradizioni accessorie. È speciale anche per le poche persone che si sono radunate di notte in chiesa per accendere una luce e scambiarsi sorrisi e pace.

Diventa speciale quando il sole radioso guarnisce il tutto come la ciliegina sulla torta, e quando si condivide questo sole con altre persone. Sono stato ospitato a pranzo da alcune ragazze in Erasmus (sostengo sempre che gli Erasmus hanno una marcia in più). Abbiamo preparato un pranzo semplice ma-ai nostri palati affamati-di lusso con pizzoccheri, lasagne, tortilla e panna cotta. Ci siamo divertiti sugli scivoli di Glasgow Green come bambini ululando di gioia.

IMG_2004Pasqua è ancora più speciale per me, che ho ricevuto in regalo un radioso uovo di cioccolata, un regalo generoso e inaspettato, una sorpresa, che mi ha reso felice come un’aragosta. Buona Pasqua.

glasgow green easter day

Photo credits: Maria Gallo x

Apparently Easter day is an ordinary day in Glasgow. Walking in the street I see people have their shopping and cram the city center, taking advantage of this long weekend. Glaswegian women go for their Cleopatra mask, PhD student sneak to the office, probably enjoying they are all alone and quiet.

Easter is a special day, even more special than Christmas to me. It is not burdened with millennia of trivial traditions. It is special for the few people than gathered at night in the church to light up a candle and give each other smiles and signs of peace.

easter egg maria

It becomes a special day when the beaming sun makes everything perfect like icing on the cake, and when you share this sun with people. I was invited by Maria to spend the Easter lunch with her and her Erasmus friends (I keep thinking that Erasmus people have an extra oomph). We shared a simple but so tasty meal: pizzoccheri (cheese and cabbage pasta), lasagne, tortilla, panna cotta. We had fun on the slides in Glasgow Green, screaming with excitement like children.

Easter was even more special to me, as I received a glorious chocolate egg as an unexpected gift, a real surprise which made me happy as a lobster. Happy Easter.

nico fiori

Quiz

In Italia i nuclei d’aggregazione della vita sociale sono i bar. In Gran Bretagna sono i pub. I pub non offrono solamente litri di birra e atmosfere fumose per fare due chiacchiere più o meno lucide. Organizzano anche attività ludiche, come i tornei di freccette, il karaoke o i quiz. Se vi ricordano le nostre osterie, punto per la vostra squadra.

Anche nel mio dipartimento non può mancare la serata quiz. La organizziamo una volta l’anno, questa edizione è stata piuttosto povera di partecipanti, hanno disertato sia i professori che gli studenti del master. Mi sa che quest’anno tenere la vita sociale all’interno del dipartimento a un livello accettabile sarà un’impresa, ma è proprio per questo che sono entrato nella Biomedical society, nome pomposo per chiamare il gruppo eventi sociali e ricreativi.

bridget jones quizUn quiz assomiglia molto a trivial pursuit (sto scegliendo un paragone nobile e non banale come i quiz televisivi). Il quiz master legge ad alta voce le domande, e i giocatori, riuniti in squadre, cercano di rispondere in modo da aggiudicarsi l’ambito premio in denaro. Come in Bridget Jones (Mario avevi ragione!). E io di solito ai quiz ho la sua stessa faccia attonita. La moneta del Vietnam? La capitale del Nepal? Il numero di giocatori di una squadra di hockey? E quanti singoli al numero uno ha ottenuto Michael Jackson nel Regno Unito? Booooh! E poi riconoscere le sigle dei programmi televisivi, oppure dare un nome a tutti i marchi illustrati in fotografia. E così via, mentre le domande si dipanano di categoria in categoria, dalla letteratura alla musica allo sport alla cultura generale.

frozen-elsa-exhultingPoi arrivano le domande inutili, e mi illumino. Cosa collega il ponte Øresund. Cosa dice il corvo nell’omonima poesia di Poe. Quelle piccole vittorie che ti non sai se mettere sotto la casella delle cose ti cui essere orgoglioso (per aver portato un punto in più alla squadra) o di cui vergognarti, tipo sapere il nome dell’album di Beyoncé, o che Frozen e Taylor Swift sono gli unici album di platino del 2014 negli USA. La mia squadra è arrivata terza su quattro, ma considerando che eravamo solo in quattro, di cui due dal sud dell’Europa, direi che ci siamo battuti bene.

La serata è finita in gloria da Todd’s, il pub del campus, con Ian che mi ha rovesciato una birra addosso mentre giocavamo alla versione locale di sputo (o tappo, o merda, come lo volete chiamare). Si è gettato sul mucchio di carte con troppa foga, e i miei pantaloni ne hanno fatto le spese. Per consolarmi mi sono preso una cioccolata calda e una sambuca-combinazione vincente.

quiz answers

Pubs are for Great Britain what cafeteria are for Italy: a spot for social gathering and socialisation. Pubs offer the chance to chat over a pint, and furthermore they provide playful activities like darts, karaoke or quiz. 

Even my department organizes every year a quiz. Usually it is a crowded event, but this time it was deserted by lecturers and Masters Students. I sort of guess that keeping the social life to a sufficient level will be a tough job. That’s why I entered the Biomedical Society, tricky name for the social events committee in my department. We will do our best to bring some sparks in our dull academic life.

A quiz is like a big trivial pursuit. The quiz master reads the questions while the participants try first to understand, second to write down the answers on the paper. Do you recall the scene in Bridget Jones’ second movie? Well, my expression is almost the same most of the time. Astonished. What’s the capital of Nepal? The currency of Vietnam? How many players in a cricket team? What is this advert music? What are the names of these brands? Boooooh! Who knows!!!

Then finally more accessible questions pop up. Where is the Øresund bridge. What are the words of the raven in the eponymous poem. You know the answers, but you don’t know weather to feel proud for gaining an extra point to your team, or ashamed for knowing that Frozen and Taylor Swift are the only platinum album of 2014 in the US. My team got a third place out of four, pretty honourable, considering that we were just four.

The night ended up drinking in the Todd’s, the campus pub. Ian spilled his beer on my trousers trying to ,,snap” (we were playing cards).

quiz team

Bubble soccer

 

Se in generale lo sport accende il mio interesse quanto la prospettiva di un malessere intestinale, per il calcio nutro un disgusto particolare. La scorsa estate sono riuscito ad addormentarmi durante una partita dei mondiali (che stavo guardando su esplicita richiesta di Selene), e ho convinto Kevin a saltare la finale. Quando diventerò Presidente del Mondo, farò di tutto per abolirlo.

Per cui c’ho messo un po’ a decidermi se andare a giocare a bubble football, ma poi ho indossato i miei pantaloncini e mi sono aggregato agli altri dodici ragazzi ai Pitches, che è un campetto di calcio al chiuso, vicino a Pollok Park, nel quartiere sud di Glasgow.

In fondo il bubble football non è calcio. Ti infilano dentro una sfera di plastica trasparente bella gonfia d’aria, un guscio, una specie di salvagente che ti copre dalla vita alla testa (a seconda della taglia e delle tue dimensioni! Le piccole ragazze cinesi erano perse all’interno di una palla troppo grande per loro). Ci siamo divisi in due squadre poco equilibrate e via, ci siamo gettati addosso al pallone. Sembravamo tanti soffioni che si agitavano scompostamente sul campetto di erba sintetica. Nessuno tiene conto dei punti, non ci sono regole. Cerchi di rincorrere una palla e di fare gol, ma figuratevi se con questo ingombro sterico ci si riesce. Per di più un pallone di plastica che ti pesa sulle spalle e ti copre la visuale non fa che peggiorare le scarse prestazioni di uno incapace come me. Ho toccato la palla solo per sbaglio. E allora tanto vale giocare da kamikaze: urta, spingi, cadi per terra, fai cagnara. Quando cadi non ti fai nulla, rimbalzi sul pallone e agiti le gambette come una tartaruga rovesciata sul carapace. Dopo quindici minuti l’interno del pallone era appannato dal sudore e dal fiatone, e dopo un’ora di gioco eravamo stremati, mi facevano male più le braccia delle gambe.

Gli ultimi cinque minuti erano riservati al delirio totale, niente palla in campo, solo spintoni e colpi da ariete, lotta estrema tutti contro tutti. L’ultimo che restava in piedi vinceva. Siamo crollati come birilli sotto le spinte dei ragazzi più grossi.

Osservando come alcuni ragazzi giocavano, mi è venuto in mente che anche il bubble soccer può essere metafora di vita. Se stai attaccato alla rete, se ti rintani in un angolo per proteggerti, se non osi, non ti butti al centro del campo, non rischi, sicuramente non cadi, e forse non perdi. Però non vinci neppure e non ti diverti fino in fondo. Certo, al di fuori del campo da gioco non c’è un enorme salvagente ad attutire le cadute.

Time over, il tempo è volato, ciao ragazzi, alla prossima. Siamo usciti dall’edificio, il pomeriggio era limpido e freddo, prima di tornare a casa ho fatto un giro nei mercatini di Natale, dove un tipo voleva spacciarmi un hot dog per Bratwurst, e ho guardato i fuochi d’artificio con cui si inauguravano le luci e le decorazioni in St George Square. L’Avvento commerciale è ufficialmente iniziato. Buone compere.

I’m keen on sports as much as I’m keen on stomach flu, but when it comes to football, I find it literally appalling. I managed to fall asleep while watching a World Cup match last summer, match I was watching only because my friend Selene had begged me to. Some days later I persuaded Kevin to skip the final. When I am the President of the Universe, I will do my best to abolish football.

That’s why I took a while to decide and join 12 friends for bubble soccer. At the end they got me going. I wore my gym trackies and I took a taxi with them to the Pitches, an indoor football pitch close to Pollok Park, in the Southside, Glasgow.

After all, bubble soccer is not soccer at all. Fair enough, there’s a ball you aim to kick, but you’re basically squeezed into a huge transparent, plastic ball, filled with air, that covers you from waist to head (well, it depends on your size, indeed the Chinese girls were basically completely hidden inside that cocoon!). We gathered into two teams and off we went, trying to hit the ball, although that massive air cushion was pushing us apart. We looked like giant dandelions running haphazardly on the synthetic grass pitch. There are no rules nor goals to count. The bubble is not that heavy, still it didn’t help improve my football skills, so my contribution to my team was almost zero. I thought I might as well play the kamikaze, pushing, hitting, yelling, falling down. After some minutes the inside of my bubble was filled with sweat and breath steam, after one hour play my arms were aching and we all felt worn out.

The last five minutes were left to us to behave freely and wildly, bumping against each other like dull rams. The last one standing wins. I fall under the thrusts of guys bigger than me. 

I was observing some of the guys playing, and some of them were against the fence, seeking shelter, no dare, no bravery, no risk, and I thought that perhaps they were not falling down, they were not losing the game, but surely they were not winning either, nor having fun. Nice metaphor of life, although of course outside the pitch there is no bubble to protect you once you leave the fence.

Time over, time flew, bye guys, see you later. Out of the building, the autumn sky was clear and frosty. Before going home I browsed through the Christmas market on Argyle street, where a guy tried to sell me a hot dog as a Bratwurst (no, mate, I perfectly know the difference, cheat someone else), and I looked at the fireworks. Christmas lightings in St George Square were officially turned on. The commercial Advent time has kicked off. Enjoy your shopping.

Erbö’s swan dress

Giusto per rendere questo blog un po’ più frivolo e per non farlo sfigurare accanto a quelli di moda e faidate.

Jennifer, che organizza gli eventi sociali del mio coro, ha proposto un venerdì sera al karaoke. Per dare un tocco divertente alla serata, dovevamo partecipare vestiti da cantanti famosi. “Date sfogo alla vostra fantasia!” Detto, fatto. Un’occasione unica per unire il mio lato creativo, la mia voglia esibizionista di stupire, la mia passione per Björk. Ho avuto l’ideona di preparare il suo celebre vestito da cigno sfoggiato agli Oscar.

Alta sartoria.

Alta sartoria.

Avevo bisogno di un boa bianco, e ho passato al setaccio tutti i negozi vintage (nome cool per dire di seconda mano) del West End, ma nisba, in periodo di Halloween solo color arancio, nero o viola. Alla fine l’ho pescato in un piccolo negozio di costumi. Mi sono liberamente ispirato alle istruzioni di questo blog, usando materiale economico e più adatto alle mie scarse capacità sartoriali. Anni di travestimenti per le lauree al Collegio Mazza e di grest sono serviti come buona palestra. Un collant e carta assorbente sono bastate per il collo. Isabel si è rivelata un’ottima sarta, nel giro di un paio d’ore l’abbiamo cucito alla t-shirt con punti sicuri, precisi e forti. Infine le piume. Perfetto.

Ero pronto per uscire, ma Isabel e Georgia non erano soddisfatte. Mi hanno trascinato in bagno e in cinque minuti mi hanno truccato non così tanto da farmi sembrare una drag queen ma abbastanza da attirare gli sguardi attoniti e sospettosi dei glaswegiani alla fermata del bus. Ho calcato il cappello sugli occhi e alzato la sciarpa sul naso. Alla fine sono arrivato al karaoke senza collezionare più di qualche occhiata inquisitoria.

Il team di lavoro di Dennistoun.

Il team di lavoro di Dennistoun.

Il karaoke è una disciplina seria qui in Scozia, al pari dei quiz o delle freccette, e vengono organizzati dai pub a cadenza settimanale. Dovreste vedere il brio con cui la gente sceglie le canzoni, l’entusiasmo con cui le interpretano e il tifo con cui sostengono gli amici. Non si sale sul palco in 25000 per una cantata di gruppo come si fa in Italia. Davvero il Regno Unito è la patria degli X factor e x’s got talent, che non sono altro che karaoke con una scenografia alle spalle.

When Abbas met Bjork

I membri del coro in complesso hanno dato ottima dimostrazione di doti canore e bella presenza. Rappresentati c’erano, tra gli altri, gli Abba, Britney Spears, Paul McCartney. Io di sicuro ho sfoggiato le mie piume più della mia voce. Ho portato sul palchetto It’s oh so quiet quando ormai si era fatto tardi, trascinando con me Jennifer perché da solo non ne avrei avuto il coraggio. Diciamolo, oltre che le sembianze, del cigno avevo pure la voce sgraziata. Tant’è, mi sono divertito.

Uno scozzese mi ha chiesto se fosse un cigno (diamogli il beneficio del dubbio) e un altro, un armadio d’uomo, mi ha urlato: ,,mi piace Björk!”. Se cercherò fortuna nel mondo dello spettacolo, ho scelto il mio nome d’arte: Erbö.

 

Uguali! Aces!

Uguali! Aces!

Random post aiming at making my blog a wee bit frilly and to add some fashion-blogger-like taste to it.

Jennifer, the social convenor of the Chorus (Strathclyde Choir), proposed a night out in Cosmopol, the karaoke bar. To thrill up the night, everyone was invited to dress up as a famous, fancy singer. Great! A unique chance to show off my creativity, to give vent to my exhibitionist side, to take inspiration from one of my fav artists, Björk. Here we are: let’s prepare her celebrated swan dress, worn at the Oscar ceremony.

I needed a white boa, so I sifted out every vintage (which is actually a nicer word for “bargain”) clothes shop in West End. No way, the only colors available were orange, purple and black, damn Halloween! I eventually found it out in a wee costume shop in the Forge. A quick search on the internet gave me the right instructions and off I went, using a cream-coloured stockings, kitchen paper, glue and a big deal of help from Isabel, who turned up being a great tailor. We sewed the dress up in a couple of hours. I was ready! Oh no: Isabel and Geo were not happy with it, something was lacking…sure, the make-up! They dragged me to the bathroom, were they painted my face not too much to resemble a drag queen but enough to make me feel embarrassed while I was waiting for the bus, peeped by the stunned East End Glaswegians. I pulled down my hat and my scarf up to hide my face, but the feathers were popping out of the jacket. 

Karaoke is a serious thing in Great Britain, as well as darts and quizzes. Every pub organizes them regularly. People choose carefully their songs, perform alone on the stage, the audience help them with yells and beer. It doesn’t come as a surprise that United Kingdom is the reign of X factor and Britain’s got talent: they’re nothing else than bigger karaoke, with a jury instead of the bar tenant.

The choir guys have performed well. There were Abbas, Paul McCartney, Britney Spears, among the other. We sang nicely. I convinced Jennifer to sing together, I was too scared by the stage. For sure my dress was better than my voice, and It’s oh so quiet is rather a difficult song to try and emulate. It was fun.

A guy asked me if I was wearing a swan (“what on earth do you think it is, a chicken?”), another one, big and square, yelled: “I love Björk!”. I believe if I’ll ever try a career in the show business, my stage name will be Erbö.

Foresti/Foreigners

Finalmente sono rientrato in possesso delle mie chiavi, del mio letto, della mia routine. La mia camera per un mese si è trasformata in un ostello, un po’ come la mia vita, con gente che va e che viene. A Glasgow sono esplosi il bel tempo e i Giochi del Commonwealth, e la richiesta di ospitalità sul sito di Couchsurfing è schizzata alle stelle. La gente mi risparmia la fatica di rispondere di no, dato che la maggior parte di loro non superano il Test del Gelato (offro ospitalità solo a chi mi cita il suo gusto preferito, secondo una precisa richiesta nascosta nel mio profilo. No gelato, no ospitalità).

dePer una macchinazione della vita, nello stesso fine settimana si sono incrociate due bionde ventenni tedesche, che sono riuscito tuttavia ad ammassare da qualche parte nella mia cameretta asfittica. Per quattro giorni ho dato aria al mio tedesco, ho scosso un po’ di polvere, ho aggiunto dei rammendi e delle cuciture nuove provenienti dal Sud e dall’Ovest, regioni in cui non ho vissuto.

ampelmannDiverse ma simili, giovani e inesperte ma felici di viaggiare per la prima volta da sole. Se avete uno stereotipo di tedesco medio, Stella riesce ad intaccarlo. Ha studiato latino, adora l’Austria (non è scontato: tedeschi e austriaci condividono poco più della lingua, non osate confonderli o si offendono), e ha deciso di prendersi un periodo di pausa prima di scegliere la facoltà universitaria e se ne è andata in Irlanda per imparare l’inglese e lavorare. Mentre era mia ospite è riuscita in un’impresa che credevo impossibile: scottarsi sotto il sole di Glasgow. Elsa si è lasciata trascinare in giro docilmente per la città una domenica pomeriggio e mi ha aspettato pazientemente mentre interrogavo serratamente una studentessa d’arte in merito a una mostra di cui volevo assolutamente capire il significato. Stella ed Elsa sono più giovani di me, cinque-sei anni di differenza si sentono, i problemi e i punti di riferimento nelle nostre rispettive vite si trovavano su due livelli diversi, però mi hanno lasciato, con spontaneità freschezza gentilezza innocenza, un bel ricordo, assieme a un magnete sul frigorifero.

nzPoi è stata la volta di Mike, un kiwi (=neozelandese) altissimo e affascinante, specie quando sguaina la chitarra e canta con atteggiamento spensierato e provocante. È ancora un ragazzo immaturo, se riesce a far convivere un vistoso simbolo della pace con la sua militanza nelle forze armate per sette mesi, in quanto pilota d’aereo. Intende girare tutta l’Europa facendo autostop e affidandosi al buon cuore della gente.

dulce de lecheitTommaso, italiano, è un ragazzo generoso e alla mano, incontrarne di persone così, e si è dimostrato entusiasta di qualsiasi cosa, anche se il clima di Glasgow gli ha reso difficile (leggasi umida) la sua visita.ar Non l’ho potuto ospitare perché nello stesso periodo da me stava Flor, che è nata a Buenos Aires in una famiglia mista italoebrea. Con grande invidia per la sua pronuncia perfetta (studia fonetica e credo che parli più o meno come la regina, mentre io parlo più o meno come Shrek) abbiamo chiacchierato a lungo. Flor mi ha spiegato la tradizione del mate, quell’infuso amarissimo diffuso in Sud America, che si beve a qualsiasi ora del giorno ma soprattutto con gli amici. Si riempie la tazza con le foglie di questa pianta, si versa acqua calda e poi si sorbisce attraverso una cannuccia. Quando l’acqua è finita, la tazza viene riempita di nuovo e passata al secondo del gruppo, e via così. Una specie di grolla sudamericana. Flor è stata in assoluto la mia ospite più pulita, non so come, ma il bagno sembrava diventare sempre più lindo col tempo. Prima di partire mi ha regalato due confezioni di dulce de leche (la deliziosa, caramellosa crema, l’originale argentina!) e un simpatico set di sottobicchieri con ricette per preparare cocktails, dato che sto ormai diventando una barzelletta internazionale con la mia ostinazione a non bere birra né vino.

Mantengo alta la bandiera italiana cucinando per i miei ospiti cose buone e ad alto contenuto di gusto (le pesche al forno con amaretti hanno riscosso successo), e la bandiera scozzese facendo loro conoscere cose buone e ad alto contenuto di colesterolo (il mars fritto, il fudge e la millionaire short cake). Selene è stata ben contenta di partecipare a queste cene di massa, contribuendo con torte salate, bibite gasate e portando a casa la sua parte di calorie, mentre Thibaut ha lavato i piatti. Non abbiamo mai mangiato così bene in tutto l’anno come in questo periodo, e a quanto pare qualcuno dei miei couchsurfers non vedeva tanto cibo da mesi. Ho visto Glasgow con gli occhi di gente da altre parti del mondo, di gente in viaggio, di gente di passaggio: per loro era una sorpresa, era cara, era economica, era noiosa, era grigia, era interessante…

Ora però sono esausto. Ho offerto tanto ai miei ospiti: tempo, il mio lettone, cene, serate con i miei amici, tour della città. Sarà strano ora abituarsi alla camera di nuovo vuota, ma hey, mi manca la mia stessa compagnia.

me and florDo I look tired? Sure, after one long month of couch-hosting. My wee room was turned into a hostel, like my life, with a lot of people landing and quitting. Fortunately I can turn down most of the requests on the website since they don’t pass the Ice Cream Test (which means, they didn’t read my profile, where I utterly ask them to cite their favourite ice cream, just to check if they’re sending a personal request or cutandcopying it), still, because of the summer and the Games, I hosted a load of people, crammed into my wee room.

deFirst of all came two German girls, both in their early twenties, both fair and small but from different part of Germany. They helped me brushing up my dusted German with new expressions (kein Plan to say ,,no idea”). Stella managed to get sunburned in Glasgow. Elsa let me pull her around the city, in a rushed tour culminating in me having a discussion with an art student about the meaning of some artworks. They were 5 years younger than me, enough to make me feel on a different level. Our concerns, plans and experiences are different. Still, their spontaneity, naivety and kindness left me warm memories, plus a nice magnet on my fridge.

nzMike is a tall, attractive kiwi, especially when he takes out his guitar to sing. He’s selfaware and bantering, and quite reliant on his hosts’ generosity. He’s trying to visit the whole Europe by hitchhiking.

itI met Tommaso just for lunch, but it was enough to understand he’s a decent guy, accommodating and laid back. He got soaked under a particularly rainy weegie day, still he was rather happy with the city.arAt that time I was hosting Flor, a delicious girl from Argentina. She’s becoming an English phonetic teacher, so she speaks like the Queen, while my pronunciation is rather like Shrek’s one. Flor taught me the art of mate. In Southamerica you drink mate the whole day. Mate is a bitter herb tea: you bring along a big thermos and the crunched dried leaves, you fill up a cup with those, then pour hot water and sip with a straw. If you’re hanging out with friends, new water is added and the cup is passed on to the following guy. The core of mate is sharing and chatting and staying together. Flor gave me two cups of original dulce de leche from Argentinia, have you ever tried this delicious caramel cream? Plus a set of coasters with recipes to prepare cocktails. She was the cleanest guests I had, the toilet looked to shine with time.

I support my country with pride cooking highly scrumptious dinners (my baked peaches with amaretti rocked!), and I support with pride Scotland by offering highly caloric meals (deep fried mars rules!). Selene was happy to did her part, brought along quiche, drinks and brought away her burden of calories, while Thibaut happily helped with the washing up. We’ve never eaten so much and with so much pleasure the whole past year, and I may bet some of my guests simply hadn’t seen much food at all lately, because they were short of money. They reported their version of Glasgow: cheap, dull, interesting, expensive, surprising…

I’m exhausted. I’ve given all: my bed, keys, time, dinners, friends, city tours. It’s hard to get back to my empty room now, but hey-sometimes my own company is nice enough!

Gary and Audrey

Non mi faccio mancare proprio nulla: Kevin mi ha invitato al matrimonio di un suo amico, e io ho deciso di mettere a tacere quella vaga sensazione come di intruso e di portare con me allegria, curiosità e il vestito buono da matrimoni.

Il matrimonio si è celebrato a Greenock, una cittadina poco fuori Glasgow dove nacque Watt, l’inventore del motore a vapore. Cerimonia cattolica: come da rito, metà degli invitati non avevano la minima idea di cosa fare, e al momento dello scambio della pace, stringendo la mano, per poco non dicevano “nice to meet you“.

L’uomo scozzese nelle occasioni ufficiali indossa il kilt, al quale si accompagna sempre il borsello, che funge da pratica borsetta per metterci lo smartphone oppure una fiaschetta di whiskey (trovo molto più sensato il primo uso ma vi assicuro che gli scozzesi danno priorità al secondo). So cosa vi state chiedendo: è vero che sotto il kilt non c’è niente? Confermo: nulla (loro dicono: altrimenti sarebbe una gonna). Sono testimone oculare e ho le prove fotografiche, che ovviamente non posso pubblicare sennò mi censurano il blog. Altro accessorio necessario è lo sgian-dubh [skiandoo], ed è l’unica lama che la legge scozzese permette di portare con sé. Are you kidding me? Cioè, io non posso avere neppure un taglierino nel mio astuccio, e loro girano con un coltellaccio proprio in un’occasione in cui si beve più del solito.

Stavo commentando con le mie amiche che certe scollature, scarpe e trucco delle invitate sarebbero vietate dal buon gusto a un matrimonio all’italiana. Io qui non posso entrare. Solitamente la sposa si salva per sobrietà e grazia. Ma non dirò di più per evitare incidenti diplomatici. Di figuracce ne ho fatte già abbastanza, baciando ogni volta sulla guancia sbagliata causando numerosi incidenti nasali. Non si contano poi i malintesi legati all’idioma parlato a Greenock. Fortuna che gli amici di Kevin sono calorosi, irriverenti e allegri e mi hanno accolto con simpatia.

Prima del pranzo/cena lo sposo e il testimone si sono esibiti in un discorso lunghissimo, ringraziandosi a vicenda e poi lodando la sposa e blablabla, il che ha aumentato notevolmente l’appetito. Non ho ancora capito perché la sposa o le damigelle d’onore non si esprimano mai e se ne stiano mute e sorridenti ad ascoltare gli sproloqui degli uomini. Il menù prevedeva cibi tipicamente scozzesi, come l’haggis o la steak pie, e anche se le portate erano solo tre (e quindi ci siamo risparmiati un’infornata di calorie superflue), era tutto buono e abbondante. Finito di mangiare, i tavoli sono stati spostati lungo le pareti per lasciare spazio alla pista da ballo, e una live band ci ha fatto ondeggiare con i ritmi del ceilidh (al quale non ho partecipato per mancanza di donzella) e balli più moderni.

Io e Kevin eravamo condizionati dagli orari dei treni e siamo fuggiti via, stanchi ma contenti di aver partecipato, prima di vedere troppi scozzesi alticci. Thanks Gary and Audrey for your invitation, all the best for your life together!

 

Kevin invited me to his friend Gary’s wedding. Why not? It was our first Scottish wedding, I couldn’t miss this chance. Let’s go then, I’ll bring along my cheerfulness, my curiosity and my fancy wedding suit, ignoring the feeling I was an intruder.

The wedding was set in Greenock, a small town some kilometers outside Glasgow. The biggest local pride is James Watt, the steam engine inventor, who’s keeping an eye on the town from every corner. The ceremony was catholic. As usual, people were not fully aware what to do in a church, and I could swear some of them, by shaking hands at the peace moment, said: “nice to meet you”.

Nice official ceremony equals kilt in Scotland. I know what you’re wondering: are they wearing anything under the kilt? My answer: of course not! (it’d be a skirt otherwise) I’m an eye witness, I have picture evidence but I can’t post it otherwise my blog will be censored. Kilt must be worn with the purse (sporran), very useful to hold your smartphone or a small whiskey bottle (and apparently Scottish’s priority is the latter), and the sgian-dubh [skiandoo], the only knife allowed in public by Scottish law. Wait, are you kidding me? I am not allowed to keep scissors in my pencil case, and you go to a wedding (where you’ll probably drink enough) with such a sword?

I was gossiping with my friends about Scottish female fashion, but I won’t say again that such décolleté, shoes and makeup wouldn’t be normally allowed at an Italian wedding. Usually the bride is dressed with taste and elegance. I won’t say more words to avoid diplomatic incidents, since I already crashed enough noses by trying to kiss on the wrong cheek or put my foot in my mouth by misunderstanding the Greenock slang. Fortunately Kevin’s friends were welcoming, cheeky, bantering and warm.

Before letting us devour the dinner, the groom and the best man spent (too) many words thanking each other, flattering the bride and blablabla…I still don’t understand why the bride and the bridesmaids are not supposed to speak as well and they just can sit down and listen. The dinner comprised specialties from Scotland, like haggis and steak pie. After dinner the tables were pushed away to make room to dance. I couldn’t take part in the ceilidh, I was lacking a lady, but I enjoyed the other modern dances.

Me and Kevin had to rush away because of the train before the people were completely drunk. It was a nice wedding, thanks Gary and Audrey for invitation and all the best for your life together!

Salonicco/Thessaloniki

Se chiudo gli occhi, ho ancora impressa sulla retina la luce del sole di Grecia, i riflessi sull’acqua trasparente del mare, il colore turchese. Secondo le nostre ospiti, il tempo non era dei migliori, tanto che quando siamo atterrati ci ha accolto una pioggerellina estiva, ma lo standard locale è molto diverso da quello scozzese, e il cielo, enorme, era sgombro di nuvole la maggior parte del tempo.

Thessaloniki-Tourist-Map-3.mediumthumbSe chiudo gli occhi, mi tornano ancora i sapori mediterranei in bocca. La mamma di G. (mi è stato imposto il segreto d’ufficio: io sono l’unico ad aver dichiarato la mia assenza per vacanze, le altre tre amiche si sono giustificate davanti ai rispettivi relatori di tesi in altri modi abbastanza ridicoli e incompatibili con la tintarella esibita al rientro) ha deciso che non sono abbastanza nutrito e mi ha ingolfato di pasticio e mutsaka (un piatto a base di melanzane). Gli abitanti di Salonicco hanno una relazione strana con le melanzane, dato che nel 1917 un incendio ha distrutto il centro città e fu appiccato da una donna che stava appunto friggendo le melanzane. A Salonicco non ci si può perdere la bugatsa (una torta a base di pasta fillo e crema pasticcera nella versione dolce, con feta o spinaci nella versione salata); le barrette di sesamo, il pane koulouri, i dolci al bergamotto, il pirulo. La vacanza si è chiusa con una cena stupenda in una taverna mangiando pescetti fritti e bevendo ouzo.

Se chiudo gli occhi, ho ancora il suono della lingua greca nelle orecchie. I cartelli stradali sembravano lunghe formule fisiche, e ogni tanto si capiva una parola, dato che era identica al corrispettivo italiano: piruni è la forchetta, e indovinate cosa significano banio, kucina, valigia, anguria. Ho riesumato le mie conoscenze di greco per imparare a dire almeno grazie e prego e molto buono (hala hala!) o molto figo.

Se chiudo gli occhi, ho ancora le immagini di Salonicco in mente. Superata la prima impressione di caos e disordine (tipo un uomo e tre bambini su un motorino, tutti senza casco), Salonicco è una bella cittadina mediterranea, con la Torre Bianca, le chiese ortodosse (Hagia Sofia e Hagios Dimitrios in primis) dove entrandosi fa il segno della croce e poi si bacia l’icona del santo, le salite ripide (è tutta arrampicata in collina), molti spazi verdi, il lungo mare (Paralia) che va fino all’Opera, il sito archeologico nella città vecchia, i mille locali, il mercato con le bancarelle di frutta. L’ospitalità greca è meravigliosa. G. e le sue amiche greco-tedesche si sono prodigate per farci godere il più possibile la spiaggia. Ci hanno portato sulla seconda penisola di Halkidiki, da dove si scorgeva il profilo del Monte Athos, irraggiungibile dalle donne e dall’accesso ristretto anche agli uomini. In vacanza ho smentito in un colpo l’idea che io non sappia nuotare e che sia bianco latte: in effetti, mi sono trasformato in un’aragosta, rossa e allegramente sguazzante.

Certe vacanze non si dimenticano, specie se un’amica parla nel sonno, un altro si rotola rumorosamente nel letto, un’altra è accompagnata da un cane troppo affettuoso, o se un’altra ancora si rifiuta di credere che la tenda zanzariera possa essere aperta. Vacanze documentate da più di ottocento foto in 5 giorni, parecchie delle quali tentando di saltare.

If I close my eyes, I still have the light of the Greek sun impressed on the back of my eyes, its reflection on the crystalline water, the endlessly extending turquoise. Apparently the weather was not even so nice, indeed we were welcomed by clouds and drizzle, but evidently our hosts have different standards than the Scottish ones with regards to temperatures. The sky was cloudless most of the time.

If I close my eyes, Mediterranean tastes come back to my mouth. G’s mother (our host, but I can’t reveal her identity since she and the other two friends travelling with me were not officially allowed by their supervisors 😉 ) decided I looked underfed and stuffed me up with pasticio and mutsaka, which is made of aubergines. Thessaloniki inhabitants have a weird relationship with aubergines: the city burned down in 1917 and the fire was allegedly started by a woman frying aubergines. Other delicacies you must try in Thessaloniki are bugatsa, which can be either savory (with spinach and/or feta) or sweet, with curd; the kouluri bread, the pirulo. Our holiday ended in a taverna eating seafood and drinking ouzo.

If I close my eyes, I still hear the sounds of Greek. On the boards it looked like long physical formulas. I picked up some words, just to say thanks or sorry or please, or very nice or very sexy. Some of them are so close to Italian!

If I close my eyes, I still see Thessaloniki busy streets, the White Tower, the hills and slopes, the orange trees, the orthodox churches, the seaside, the archeological sites, the bars and pubs at night, the cafes and frappe coffees, the market and the fruit stands. Greeks are hospital and sweet, G. and her friends did their best to set us at ease. We enjoyed the sea on the second finger of Halkidiki peninsula, from where the Mount Athos silhouette could be glimpsed, still unreachable by women and restricted to men as well. I proved wrong the idea I can’t swim and I am pale: actually I turned into a red lobster, happy to splash in the water.

Such holiday won’t fade away, especially if one friend is sleeptalker, another rolls over loudly on the bed, another is accompanied by a dog showing too much affection, or another doesn’t manage to open the mosquito net on the window. We documented almost every minute through over 800 pictures, most of which jumping!