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Profumo di casa/Smells like home

Vado a Manchester a trovare Erica, a sentire un po’ di calore meridionale in un weekend in cui le nuvole hanno deciso di aprirsi e di rovesciare un diluvio sulle nostre teste e mi sento l’umidità nei vestiti. Gli abitanti di Manchester, la città che ha le api come simbolo araldico, mi fanno ridimensionare in positivo i miei attuali concittadini, sono grezzi allo stesso modo. Eppure qualcuno riesce ancora a stupirmi: ho preso una cosina per la mia cucina, ma era senza prezzo e senza codice a barre. La cassiera mi chiede se mi ricordavo il prezzo, e io rispondo circa 3 £. Lei mi fa: “che costoso, io non gli darei così tanto. Ti va bene se te lo metto a 1 £? Però non dirlo a nessuno”, facendomi l’occhiolino. Erica ha detto che certe sorprese capitano solo a me.

Mi rifugio in un caffè ispirato all’Islanda chiamato Takk, dall’aspetto spartano e alternativo.
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Per una volta il maltempo mi costringe a un’attività che giudico molto molesta, appena sotto il livello della pioggia: lo shopping. Il centro commerciale di Manchester si prende carico dei miei bisogni materiali. Fuori, i senzatetto che cercano di sopravvivere sulle strade bagnate e fredde sono sempre di più. Forse a Glasgow li nascondiamo sotto il tappeto, ma questo stuolo di mendicanti, che si tengono compagnia la sera, muove compassione.

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Erica mi porta a vedere Manchester switch-on, l’accensione in pompa magna delle lucine di Natale (che volete, Halloween è già passato da una settimana, è ormai ora di cambiare la merce sugli scaffali), con spettacolo pirotecnico come gran finale. Io ed Erica ci lanciamo in manifestazioni d’entusiasmo ingiustificato di fronte ai fuochi d’artificio, che a me riempiono sempre di meraviglia. Io sostengo che il Babbone Natale fatto di glitter e lucine in Albert Square sia vagamente sinistro, mentre d Erica piace. Nonostante Erica mi riprenda spesso (in questi mesi è diventata un despota!), mi fa ridere tanto, in modo spensierato.

Con Erica finiamo sempre per mangiare un sacco, oppure per provare piatti particolari, che non cucineremmo mai da soli, ad esempio la zuppa di funghi e marroni. Non sbuccio le castagne lesse da anni, da quando, negli autunni della mia adolescenza, facevo chili di Mont Blanc, con le buccette secche e fastidiose che s’infilano sotto le unghie, dolorose come spilli. Sono cooptato per lessare, sbucciare e ridurre in purea le patate che servivano per fare la pitta e la focaccia salentina. Erica apre i barattoli, mi fa annusare l’origano, i capperi, il peperoncino che ha portato dal Salento, profumi di casa anche se non sono proprio di casa mia, ma in qualche modo appartiene a me, tramite i miei amici pugliesi. I pomodori, le spezie, il latte, il burro (quest’ultima è una mia aggiunta da nordico) di qui non hanno il profumo come in Italia.

Mentre torno in treno, il paesaggio appare uniformemente grigioverde, pecore grigie che cercano riparo in mezzo ai boschi, case grigie sperse nella campagna, stazioni grigie.

io erica fuochi

I head down to Manchester to pay a visit to my friend Erica, to feel some Southern warmth on a weekend the sky falls apart on our heads like a flood and I feel the moist in my flesh. The local neds make me feel at ease, like if I didn’t leave Glasgow. Not all the Mancunians are rough, though. I buy a small thing without a price tag, and when the cashier asks me if I remember how much it costs and I answer it should be 3 £, she replies: “how expensive, I would never spend so much for this, do you mind if I charge you 1 £, but don’t tell anybody, darling” (winking). Erica complains such nice things happen only to me.

I find shelter from the rain in an Icelandic-style café called Takk. Showering weather moves me to do some clothes shopping, which annoys me only slightly less than rain. The Arndale centre is like heaven for shopaholics. Beggars and homeless pave the streets outside, that’s impressive, maybe we hide them under the carpet in Glasgow but it looks like it’s not getting any better. 

Erica takes me to the switch-on, it’s time to light up the city for the approaching Christmas festivities. We shriek cheerfully and pointlessly to the fireworks-I always enjoy them a lot. I believe the big glittery Santa in Albert Square looks spooky, Erica likes it instead. Erica reproaches me often, but we laugh heartily.

Whenever we meet, Erica and I end up eating a lot, or eating something we wouldn’t if we were on our own. We cook a chestnut and mushrooms soup. I haven’t peeled boiled chestnuts for years, since I lived in Italy, I so hate the needle-like peels sticking painfully under my fingernails. I am co-opted to boil, peel and mash potatoes, she will use to make some specialities from her region, Salento. She opens her jars and I smell oregano, tomatoes, capers, so intense and flavoured. They smell like home, even if my own hometown is hundreds of miles away from her own, and our smells are sometimes different, but still more penetrating than vegetables we find here. 

On my way back to Scotland, from the train, the landscape looks green and grey altogether. Grey sheep sheltering in the green woods, grey stations, grey cottages in the countryside.

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Oltre l’oceano/Big leap

La mia sacca marrone si prepara ad inghiottire i miei vestiti ancora una volta, ma stavolta il salto è davvero lungo, la meta è New York.

Non è per una vacanza. Ho sparso mezze anticipazioni a partire da Dicembre, quando Richard, il mio relatore, mi ha proposto di accompagnarlo a New York per uno scambio tra università. Sul serio, uno scambio? A New York? Dentro di me ho alzato le braccia al cielo e ho detto: “YESSSS!!!”, però di fronte a lui, che è un uomo composto e formale, mi sono trattenuto: “Sì, potrei essere interessato”, ho risposto con tono noncurante. Da lì in poi il progetto ha assunto forma. Lentamente. Troppo lentamente: la mia università, la Strathclyde, e la New York University (NYU) non erano entusiaste di collaborare, gli americani sono gelosi della loro attività di ricerca e non troppo ansiosi di condividerla. Il che è il fallimento della ricerca scientifica in sé, ma d’altra parte si sa, quando la ricerca ha possibili risvolti economici, patti chiari collaborazione lunga. Sono serviti ben sei mesi per definire i termini del progetto. Finalmente ho ricevuto la conferma. Nel giro di pochi giorni ho prenotato una stanza nello studentato e il biglietto d’aereo.

Si parte, sul serio! Il volo è mercoledì, dopodomani. Sto via fino a fine Agosto, ho barattato il tempo ballerino della Scozia con il clima torrido della Grande Mela. Da un giorno all’altro devo mettermi nell’ordine di idee che tra una manciata di ore sarò al di là dell’oceano, sarò nella città in cui volevo portare mia mamma, a Natale, per vedere la neve e i negozi addobbati per le feste. Ora che mancano solo pochi giorni non riesco a fissare i pensieri, mi sento una pallina da flipper spinta all’improvviso in cima al piano inclinato, consapevole che basta lasciarmi andare, correggere leggermente la traiettoria per arrivare in fondo. Forse non ho proprio tanta voglia di partire, di trascinare i bagagli su un aereo per così tanto tempo. Non parto più d’impulso, come alcuni anni fa, solo per il gusto d’andare. Ho frugato dentro di me alla ricerca delle motivazioni per partire di nuovo, come si fruga alla ricerca dei centesimi sul fondo della borsa, e ne ho trovate alcune di abbastanza convincenti. Come si fa a dire di no a un’occasione come questa, quando mi si ripresenterà?

Devo ringraziare il mio relatore per l’accanimento con cui ha lavorato al progetto, e il dipartimento per avermi dato l’appoggio economico. Continuate a seguirmi, fra pochi giorni vi scriverò dalle strade newyorkesi (sempre che non mi perda per strada, ho il terrore che qualcosa vada storto)!

nyu cap

My big brown bag is ready to swallow my clothes once again and be dragged around one more time, this time for a longer distance, beyond the Ocean, to New York, and it’s not a holiday!

I’ve been up to this since December. Richard, my supervisor, has been working at this exchange for a long time. He once called me to his office and put forward that I go along with him. Inside me I was exulting: “YESSSSS New Yooooorrrrk!” But he’s a quiet and formal man, so I simply replied, very accomplished: “Well, I might be interested”. The project took actually ages to become real. NYU and Stratchlyde University had to find an agreement and I’ve been waiting in vain, until I finally got an official permit and I booked my flight and my room on the same day.

So I am leaving, I am truly leaving in two days. I don’t really feel like, to be honest. I don’t pack my stuff ready to leave as eagerly as I used to do some years back. Now I feel confused, I feel like a ball on a pinball slope, I know I just need to let me go and follow the slope and I will safely meet my drain. I looked through myself in search for strong motivations to leave, the same way you look for pennies at the bottom of your bag, and I found some good enough. How cannot take advantage of such a good opportunity to see the US and to live the city life?

I wish to thank my supervisor and my department for letting me go, for giving me this big opportunity, this chance to visit the US and for trusting me somehow. Keep following me, in a couple of days I will update you from the streets of New York (as long as I don’t get lost on the way)!

We can’t do it (ad arrivare puntuali)

Programma per la serata: si va a vedere un musical. I biglietti li ha presi Scott, forse mi ha detto anche il nome dello spettacolo, chissà, ricordo solo il nome del teatro, il King’s theater, per curiosità sbircio il programma sul loro sito. Calamity Jane, dicono. Mah, un musical western. Vebbè, aspettiamo prima di giudicare.

Mangiamo una malefica pizza veloce e corriamo al teatro. Ci sediamo in primissima fila. Scott tira fuori l’immancabile iPhone e si mette a taggarsi su Facebook: «a vedere The Producers». ,,Ehi Scott, ma non è Calamity Jane?” ,,No, Calamity Jane è una prossima produzione, questo è The Producers“. ,,Ah, ma allora…perché il banjo sul sipario? E le bambine col cappello da cowgirl…?” ,,No no, tranquillo”. Alle 7.20 interviene una maschera: ,,Signori, posso vedere il vostro biglietto? Perché a quel che ne so le prime due file sono riservate. Ah, infatti. Siete nel teatro sbagliato. Questo è Calamity Jane.” Cooosa? Ma se ce li hanno controllati due volte, nessuno se ne è accorto? Prendiamo le nostre carabattole e fuggiamo, rossi d’imbarazzo, di corsa verso il Theater Royal (Royal, King…Scott avrà fatto confusione). Arriviamo alle 7.30 con la lingua di fuori, appena in tempo per l’inizio dello spettacolo. Con Scott non mi annoio di certo.

Wrong curtain.

Wrong curtain. Notare il banjo.

Nella mia immensa ignoranza cinematografica, non sapevo che The producers fosse tratto da un vecchio film di Mel Brooks (risate assicurate), che poi ne ha curato pure la versione in musical. La storia gira intorno a un produttore di Broadway non più di successo che incontra un giovane aspirante produttore e lo aiuta nelle sue aspirazioni. Insieme raccoglieranno i finanziamenti per mettere in piedi il peggior spettacolo di sempre, in modo da dichiarare fallimento e tenersi il denaro. Cercano lo script più ridicolo e lo affidano al direttore dai gusti artistici discutibili. Lo spettacolo si rivela talmente trash ed eccessivo da riscuotere un successo che non prevedevano.

the producersThe producers è condito da stereotipi grossolani (che però nel contesto giusto strappano risate): qualche gay effeminato, una svedese bionda alta e procace, e un tedesco che tenta di riscattare l’immagine di Hitler. Per motivi di trama c’erano tanti saluti a braccio teso; ho impiegato un po’ di tempo per sentirmi a mio agio e a ridere a queste battute politicamente scorrette, il mio trascorso italiano pesa parecchio, da noi certi argomenti sono tabu.

L’America sembra ossessionata da Broadway, luogo magico, il palco dove i sogni prendono consistenza sotto forma di note e passi di danza. A scuola mi hanno spiegato il metateatro. The producers inscena direttamente il metabroadway: un musical che mostra la produzione di un musical.
Di questo spettacolo mi porto a casa i sorrisi delle ballerine e ballerini, la fluidità dei movimenti e dei cambi di scena e d’abito, l’agilità dei corpi, le coreografie. Ero così affascinato da tutte le diverse espressioni e movenze coordinate e leggere del cast. È uno di quei musical scintillanti che sollevano in aria lo spirito e gli fanno fare una piroetta. Nonostante non capissi tutte le battute, ho sparso risate con generosità.

ooops

Sicuri che siamo nel teatro giusto?

Program for the night: we’re going to watch a musical. Scott booked the tickets, probably he told me the title but I could only remember the name of the theater, the King’s Theater, so, out of curiosity, I checked the program on their website. Apparently on stage there was Calamity Jane, a western, not exactly my cup of tea. Oh well, we’ll enjoy nonetheless.

We eat a venomous pizza and rush to the theater. Our seat in the first row. Scott takes his iPhone and starts tagging on Facebook: «watching The Producers». ,,What? Scott, isn’t this Calamity Jane?’’ ,,No, Calamity Jane will be in the next weeks I guess, this is The Producers.’’ ,,Ahn, then…what about the banjo hanging on the curtain? And what about the girls wearing a cowgirl hats?’’ ,,Don’t worry’’. 7.20, a security guy approaches us: ,,Sirs, may I check your tickets? The first two rows are supposed to be empty. Right, you’re in the wrong theater. This is Calamity Jane’’. Whaaat? But…we went through two ticket controls! Embarrassed, we hurry away to the Theater Royal (royal, king…maybe that’s why Scott got confused). We reach our seat at 7.30, panting, right on time. I certainly can’t be bored when I’m with Scott.

I feel really ignorant when it comes to movies. I didn’t know The producers is a movie from Mel Brooks (which equals good laughs), and he translated it into the musical as well. The story is about a down-on-his-luck Broadway producer who meets a young accountant who wishes to become a producer himself. They team up to gather money and produce a musical. Their aim is to fail, so to keep all the money. With this goal in mind, they pick the most disgusting script and they hire the less talented director. Unfortunately the show will be flamboyant and successful.

The producers is spiced up with coarse stereotypes (which work fairly in this context): camp gays, a blonde, tall and well endowed Swedish girl, a German nostalgic man who wants to brush up Hitler’s image. So many Nazi greetings…it took me time to warm up and laugh at the jokes, some topics are still taboos in Italy.

America seems obsessed with Broadway, a magical place, the stage where dreams come true as a well choreographed set of notes and dance steps. I loved the smiling dancers, their fluid movements and changing costumes, their agile and flexible bodies. I was charmed by their smooth and light steps. It’s one of those bright musicals that lift your spirit up and make it piroette around. I didn’t get all the jokes, but I scattered around my laughs with generosity.

Right curtain.

Right curtain.

Dolly Parton story

Scott si è ritrovato con due biglietti in più per uno spettacolo in onore di Dolly Parton. Io a malapena so chi sia questa cantante, ma era un’idea per un sabato sera alternativo e mi sono accodato.

Eccoci quindi al Pavilion, un teatro nel centro di Glasgow, piccolo e démodé, con i sedili stretti, i controsoffitti pacchiani dipinti a scene bucoliche, putti e fronzoli ovunque, i balconcini ai lati ad imitazione di teatri ben più celebri. Ci siamo ficcati nei seggiolini e ci siamo messi comodi in attesa dello spettacolo. Guardandomi intorno, mi sono accorto che la stragande maggioranza del pubblico era composto di donne di mezza età, signore anziane, ragazze con il cappello da cowboy. Qualche marito che evidentemente era lì solo in veste di accompagnatore. Qualche giovane a caso. Dove mi hanno portato?

La cantante che incede sul palco è una (non più) ragazza con una parrucca platinata eccessivamente finta. Andrea Pattison, questo è il suo nome, cambia l’abito tre volte, ogni volta pieno di lustrini, un po’ sopra le righe e con il serio rischio di mostrare più carne di quello che la serata richiedeva. La storia di Dolly Parton le serve solo per introdurre le diverse canzoni. Parla in falsetto e con un accento simil americano per imitarne la voce. Parte in sordina, ma man mano che si scalda, mi accorgo che la sua voce trascina il pubblico. Mi ritrovo la signora di fianco a me ad urtarmi il braccio mentre si agita con slancio. File intere si alzano in piedi e si dimenano con entusiasmo.

Andrea ci commuove cantandoci una canzone sua, scritta in occasione del suo matrimonio in memoria del papà che non c’era giù più. Ci fa sorridere con qualche battuta. E pian piano mi affeziono anch’io ai ritmi country di Dolly Parton.

Mi rendo conto che tutte queste signore hanno il volto raggiante perché stanno rivivendo i ricordi della propria gioventù, legati a una colonna sonora impregnata di un sogno americano che a volte si avvera, schegge di felicità cristallizzata nella memoria. Assieme a queste donne, un sabato sera sono stato trasportato anch’io in un angolo lontano, in un altro tempo, in un’altra nazione. E allora anch’io mi sono alzato in piedi e ho ballato sulle note di Walking on sunshine.  

doll parton story

What is the woman behind me doing???

Scott had two extra tickets for a “Dolly Parton story” tribute show. Dolly Parton does not feature among my favourite singers, but it was a nice idea for an alternative Saturday evening, and I gladly went along.

The show took place at the Pavilion, a wee theatre in the city centre, tiny and out-of-date-looking, with narrow seats, with garish ceilings painted with bucolic scenes, angels and trimmings everywhere, small balconies trying to keep up with more prestigious theatres elsewhere. We burrowed down in the seats and we made ourselves comfortable waiting for the show. I had a look around, there were mostly mid-aged women, old ladies, young girls wearing a cowboy hat. The few men were husbands, evidently dragged over there by their wives, and some random boys. Where the hell was I?

Andrea Pattison, the singer, walked briskly on the stage wearing a visibly fake blondie wig. She would change her dress thrice over the evening, all of which were glittering and slightly over the top and showing little more skin than her age or role should required. Dolly Parton’s personal story was a way to introduce the various songs. She talked in a high-pitched, american-lilted voice. She kicked off on the sly, then she warmed up and triggered the audience’s enthusiasm. The lady sitting by my side started hitting my elbow while jumping in excitement. Whole rows of girls behind me stood up and started shaking along with the music.

Andrea sang one of the songs she penned for her wedding in memory of her departed father, and made us cry. Joke after joke she got some laughs. Little by little I got fond of those country rhythms.

I suddenly became aware that all those women were beaming with delight because they were taken back to their youth whose soundtrack was their personal American dream, to some happy reveries crystallized in their memory. Along with them I was taken as well to another country, another decade far away. So I stood up and danced with them to the notes of Walking on sunshine.

Sfide/Challenges

Correre una maratona non è esercizio fisico fine a se stesso, c’è un obiettivo, una sfida. E a me piace toccare i risultati subito, arrivare al traguardo. Io ho sempre corso, la lentezza non è una mia qualità. Da un anno, ho trasformato questo bisogno in hobby. Per cui quando Sara mi ha proposto di partecipare a una maratona (senza grandi aspettative, solo per provare), ho accettato con entusiasmo.

rainbow run 2015

I colori erano in base al mese di nascita. Riuscite a trovarmi? Suggerimento. Ero in viola.

Ma il passo dal rassicurante tapis rulant della palestra a una maratona seria non è breve. Il mio primo timido contatto con una corsa vera è avvenuto sotto la pioggia di Glasgow una domenica mattina. Era la Rainbow Run ed era un evento non competitivo organizzato dai Frontrunners, un simpatico gruppo di corridori amatoriali. Eravamo vestiti dei colori dell’arcobaleno, e ho percorso 7.5 km in tutta tranquillità ciacolando con gli altri partecipanti. Ho cominciato ad allenarmi con loro, che si ritrovano il giovedì sera e la domenica mattina per correre intorno al centro di Glasgow. Correre all’aria aperta mi fa sentire vivo. Il vento, la pioggia, l’aria umidiccia. Non sento il sudore, mi concentro sul percorso, sulle crepe della strada, sugli alberi, sui passanti, sui rumori. Mi libero dei miei pensieri.

sara stefania sarteUna volta superate le prove generali con successo, ero pronto per la corsa ufficiale. La prima occasione che ci è capitata era la Meadows Marathon. C’era la possibilità di indossare un costume, in fondo si tratta più di beneficenza che di agonismo. Indovinate un po’, mi sarò lasciato scappare l’occasione? Ma certo che no! Ma come al solito mi sono ridotto all’ultimo, con Sara e Stefania che cucivano e pinzavano i pezzi insieme sul treno, ma l’effetto finale era simpatico e abbiamo fatto sorridere molta gente, vestiti da pavone io e fenicottero lei, due macchie di colore vivace contro i colori sobri delle tute da corsa. La maratona si tiene nei meadows di Edimburgo, un parco dietro l’università, in un percorso circolare tipo circuito di formula uno, da percorrere più e più volte. Mentre trotterellavo sotto gli alberi mi godevo la vista del Seggio d’Artù, la montagna che sorveglia la città. Tra l’erba spuntavano i crochi viola e i pezzi del mio boa blu elettrico. A metà strada ci accoglievano i bambini, offrendoci dei bicchieri d’acqua. I volontari ci facevano il tifo.

smileE non importa se non abbiamo corso la maratona intera ma la sua forma breve di 10 km, se siamo arrivati praticamente ultimi (in 1h 11′), se le gambe erano pesanti e lo stomaco affamato, se avevamo piume in bocca come una palla di pelo. Il nostro personale obiettivo era arrivare prima di una ragazza che sbuffava dietro di noi, e ce l’abbiamo fatta. Magari la prossima volta raccogliamo soldi per un’associazione di beneficienza. L’importante non era vincere, ma accettare la sfida, esibirsi, divertirsi e strappare qualche sorriso.

noi tre e bobby

A marathon is not mere solipsist exercise, it means running with a goal, a purpose, it means a challenge. Besides, I like harvesting results as soon as possible, reaching the finish line. I’ve been always rushing in my life. Taking it slow is not my cup of tea, at times I think I’ll die earlier given my longing for speedup. One year ago, I simply turned this need into a hobby. So when Sara suggested we might run a marathon, I accepted enthusiastically. 

Anyway running a marathon is not the same as running on the treadmill, in the safe gym environment. My first shy approach to a run happened on a Sunday morning, under the tiny Glaswegian rain. It was the Rainbow Run organized as a friendly event by Glasgow Frontrunners, a running club. I jogged 7.5 km chatting away with the other runners. We were all dressed with different colours, so to make up a rainbow. I then joined the Frontrunners on a Thursday night, it is fun to run together in the fresh air in the evening, it makes me feel alive, the wind, the rain, the moist air. The sweat does not bother me, I am focussed on my path, on the pavement cracks, the trees, the people passing by, the noises. I get rid of my blues.

stretching

Look how flexible I am!

Once I got successfully through the general rehearsing, I felt ready for a real marathon. The first we picked up was the Meadows Marathon. It is a charity event held in Edinburgh, in the meadows, next to the University, in a circular pathway to run around over and over. Participants were invited to wear a costume-no better chance for me to make good use of my ideas. We finished to sew and staple the pieces together on the train to Edinburgh. Me and Sara came around flamboyantly dressed up as a peacock and a flamingo, glittering spots of colours among black tracksuits. We sparked many laughs and smiles. While I was trotting along I enjoyed the view of the Arthur’s seat, towering upon the city. Along the pathway children offered glasses of water, the volunteers cheered us. Crocuses peeped out of the grass together with the feathers dropping from my electric-blue boa.

in corsaIt doesn’t matter if we ran only a short 10k run rather than the whole marathon, if we arrived almost last (in 1h 11′), if our legs were aching and our stomach was grumbling, if I felt a yarn of fake feathers in my mouth. We had a personal goal, arrive to the finish line before the panting woman behind us, and we made it! What matters to us was not to win, but to take the challenge, show off, have fun and make people laugh.

Speculaasbrokken

Era da tempo che avevo la curiosità di visitare Amsterdam, ma mi è sempre mancato un compagno di avventure. Luca si è offerto volontario. Detto, organizzato.

Amsterdam è pulita e ordinata, piccola e civile. Ti senti gratificato quando le auto e perfino i tram si fermano per fare passare te, pedone. I pissatoires ad ogni angolo della strada si sono rivelati particolarmente utili (anche se poco eleganti) se si passeggia a lungo e non si vuole entrare in un bar.

casette colorateTutto il centro è impregnato del forte odore di fumo. Quel fumo. E da molti angoli spuntano le ragazze che si guadagnano la vita esibendosi svestite in vetrina. La domenica sera le strade erano vuote, Amsterdam è una cittadina tranquilla, se si escludono quelle quattro strade. I turisti in giro sembravano essere lì principalmente per approfittare dei biscotti ai funghi e delle case a luci rosse, e a me dà l’impressione che più che una conquista di civiltà e di libertà personale si tratti di una miseria assoluta. A noi due per divertirsi è bastato molto meno, ad esempio un castello di legno su cui arrampicarsi nel Vondelpark.

castello legno

Castello di legno. I bambini erano più agili di noi.

Gli olandesi sono molto gentili e cortesi, e parlano un inglese invidiabile, tutti, dalle cassiere in su. A proposito di cassiere, in Olanda hanno abolito i fastidiosi centesimi di rame: alla cassa arrotondano il prezzo, tanto in media una volta sarà a vantaggio del cliente, una volta a vantaggio del commerciante, e siamo pari. La vita è abbastanza cara. Una visita al supermercato è stata una boccata d’aria europea per me e un’esperienza per Luca, che non aveva mai visto gli speculoos (i biscottini fragranti alla cannella) o gli spinaci con la panna o il vuoto a rendere. Luca è rimasto stupito anche dell’assenza di tende e tapparelle alle finestre.

casetta storta

Non vi sembra storta. Lo è.

L’olandese alle mie orecchie suona come il norvegese, pieno di gutturali e aspirate. Appunto a latere sugli uomini olandesi. Mentre aspettavo all’aeroporto che mi ispezionassero la carta d’identità, un poliziotto passava sgranocchiando una mela. Gli cade un pezzetto minuscolo per terra, forse il picciolo, e lui dall’alto dei suoi quasi due metri di muscoli si china a raccoglierlo e lo butta via nel cestino. Wow.

casa piccola amsterdam

Casetta piccina picciò. Alta 5 m e profonda 2.

Il Museo di Van Gogh è particolarmente ben costruito. Sono uscito con l’impressione di aver toccato un po’ l’essenza del pittore così prolifico e che deve aver sofferto molto. È stupendo osservare quei gialli accostati ai blu, pur sapendo che i blu forse erano viola e che gli arancio erano rossi e gli azzurri sono ingrigiti e che il tempo e le reazioni chimiche c’hanno messo lo zampino. Ho scoperto che era così affezionato agli autoritratti perché pagare un modello sarebbe costato troppo.

Il Rijksmuseum ha una struttura complicata, che per capirla ci vogliono quattro lauree, e alla fine abbiamo fatto un’abbuffata tale d’arte che il giorno dopo abbiamo dovuto riposare gli occhi e ci siamo accontentati di girare per il centro. Segnalo da visitare il cortile delle beghine, dove si respira un’aria di pace.

cortile beghine

Cortile delle beghine. Adesso non ce ne sono più, ma una volta vivevano in quelle casette.

Mi sono innamorato dei canali, della luce del tramonto sui canali, dei ponti che scavalcano i canali, delle casette alte, strette e a volte storte che fiancheggiano i canali, dei vasi di fiori sull’uscio e delle infine biciclette che circolano. Si esce anche il venerdì sera in bicicletta. Si scarrozzano gli infanti in bicicletta.

canaleUn cameriere si è guadagnato la nostra simpatia offrendoci da bere. Devo dire che la vodka pink ha messo alla prova la mia sobrietà. Prima di lasciare Amsterdam ci siamo goduti una colazione al Kobalt café, con una torta al cioccolato strepitosa e una cameriera spiritosa. Per me che sto ancora cercando un luogo da chiamare casa, ad Amsterdam, che pure mi ricorda la bellissima Amburgo, non mi si è aperto il cuore, però tutto sembrava naturale, più vicino al mio modo di sentire. Bedankt, a presto!

casetta amsterdamA trip to Amsterdam was a dream of mine but I’ve never had the chance or a travel buddy. When my friend Luca volunteered, we organized quickly. There we go.

fringe festival

Nel bagno dell’appartamento ho trovato…il Fringe Festival di Edinburgo!

Amsterdam is tidy and clean, tiny and polite. Cars and tram respect pedestrians and stop to let them cross. Many pissatoires are placed in the corners of squares and streets, and I must admit they are maybe trivial but useful, especially after a long walk in the cold.

The small city centre is soaked a strong smoke smell. Yes, the joint smell. The working girls pop out in the windows. Tourists seem to be around only to try the weed cookies and lollipops and to pay visit to the red light neighbourhood, and I got the feeling that this is pretty miserable and shameful rather than a sign of freedom. We had fun with much more simple things, like climbing on a wooden castle in the Vondelpark.

poisson picasso amsterdam

Picasso donated this fish. It is a fish, I guess.

Dutch are kind and gentle, speak an accomplished English, all of them, starting from cashiers. So jealous! In Netherlands there are no wee 1, 2 and 5 coins any more, they round up bills and on an average everyone is happy. Life is expensive. The supermarket was like fresh air for me. I had the chance to enjoy European food once again. Luca was puzzled at the cream spinach, speculoos (cinnamon biscuits), the empties to return. The absence of blinds was new to Luca as well.

Dutch sounds a little bit like Norwegian, rich in guttural sounds. While I was waiting for my ID to be checked at the airport, a tall policeman was passing by, crunching an apple. A small bit of it fell to the floor. He bent down and picked it up and threw it away. I was amazed and delighted.

Van Gogh museum is very good at providing a glimpse into this prolific artist’s lonely and suffering life. Yellows and blues together in thick brushes on the canvas. Grey used to be turquoise, orange were red, blue was violet. Time and chemistry quenched the hues, but not the life from the paintings.

The Rijksmuseum filled us up with art and crafts and we had just left energies to stroll around in the city centre. The beguines yard is a oasis of peace hidden in the alleys.

chiesetta beghine

Beguines yard church.

I fell in love with the canals, the bridges over the canals, the sunset over the water, the tall narrow tilted houses on the canals, the flowers on the doors and the bikes around. Families carrying children on the bikes, young people going out for a drink on their bikes.

casetta di legnoA waiter endeared us by getting us to drink. Pink vodka harshly challenged my soberness. Before leaving we popped into the Kobalt café, I had an amazing chocolate cake and the waitress was so nice. Maybe I cannot claim it feels like home here, even though Amsterdam looks so similar to Hamburg, yet my heart cringed when I left. See you later, Netherlands!albero

Jetlag, sleeplag

Avevo bisogno di un po’ di riposo. Quattro giorni trascorsi a Manchester a cavallo del nuovo anno, ospite nella casetta di Erica e Carlos, amici che risalgono al mio Erasmus in Germania, è stata l’occasione giusta.

Cibo etiope: verdure disposte sul pane, da mangiare con le mani.

Cibo etiope: verdure e carne disposte a mucchietti su un pane piatto e spugnoso. Si mangia con le mani, strappando un pezzo di pane e facendo la scarpetta.

Carlos mi ha viziato con molto cibo gustoso, sia quello che ha cucinato, sia quello che mi ha fatto conoscere portandomi fuori a cena in ristoranti etnici. Erica da parte sua mi ha fatto trovare i biscottini buoni a colazione portati dal lavoro. E ho osservato la vita nei quartieri di Manchester, sbirciando i vicini dalla finestra (quanto mi piace guardare dentro le finestre illuminate!) e venendo ricambiato dallo sguardo fisso e spettrale di una bambina bionda.

Siamo andati a pattinare sul ghiaccio. Erica era molto incerta sui pattini, specie quando ci superavano massicce mamme britanniche, o quando i bambini si mettevano di traverso sulla nostra pista incerta. Alla fine ci facevano male i muscoli, ma ho riscoperto quant’è bello pattinare. Di fianco alla pista da ghiaccio c’era uno scivolo altissimo, che abbiamo ovviamente provato. Con Erica viene spontaneo buttarsi in questi gesti infantili.

Ho potuto dormire (non so come mai il mio orario-cenerentola, quando divento uno zombie, scattava già alle 11) e leggere a volontà. Complice il fatto che i nostri ritmi circadiani sono sfasati di 4-5 ore, mi ritrovavo con molto tempo libero, ma ammetto di essere stato un ospite poco presente. Grazie dell’ospitalità, amici!

I needed some rest before coming back to Glasgow, and four days spent in Manchester, hosted by Erica and Carlos, my friends from my Erasmus period in Germany, proved to be relaxing enough.

Carlos spoiled me cooking delicious, fatty food and taking me out to ethnic restaurants. Erica brought me biscuits from her workplace.

We went ice-skating. Erica was unsure on the blades, trying to avoid the stocky British mums and their unaware children on the scarry ice. Our leg muscles were sore, but it’s so nice to glide on the ice. We adventured down a giant slide, like children. Such a fun!

My cindarella time was far before 11pm, and I ended up sleeping much and reading even more. There’s a certain lag between our sleeptime, so I had a lot of spare time, although I must admit I wasn’t an entertaining guest. Thanks for hospitality, my friends!