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Profumo di casa/Smells like home

Vado a Manchester a trovare Erica, a sentire un po’ di calore meridionale in un weekend in cui le nuvole hanno deciso di aprirsi e di rovesciare un diluvio sulle nostre teste e mi sento l’umidità nei vestiti. Gli abitanti di Manchester, la città che ha le api come simbolo araldico, mi fanno ridimensionare in positivo i miei attuali concittadini, sono grezzi allo stesso modo. Eppure qualcuno riesce ancora a stupirmi: ho preso una cosina per la mia cucina, ma era senza prezzo e senza codice a barre. La cassiera mi chiede se mi ricordavo il prezzo, e io rispondo circa 3 £. Lei mi fa: “che costoso, io non gli darei così tanto. Ti va bene se te lo metto a 1 £? Però non dirlo a nessuno”, facendomi l’occhiolino. Erica ha detto che certe sorprese capitano solo a me.

Mi rifugio in un caffè ispirato all’Islanda chiamato Takk, dall’aspetto spartano e alternativo.
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Per una volta il maltempo mi costringe a un’attività che giudico molto molesta, appena sotto il livello della pioggia: lo shopping. Il centro commerciale di Manchester si prende carico dei miei bisogni materiali. Fuori, i senzatetto che cercano di sopravvivere sulle strade bagnate e fredde sono sempre di più. Forse a Glasgow li nascondiamo sotto il tappeto, ma questo stuolo di mendicanti, che si tengono compagnia la sera, muove compassione.

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Erica mi porta a vedere Manchester switch-on, l’accensione in pompa magna delle lucine di Natale (che volete, Halloween è già passato da una settimana, è ormai ora di cambiare la merce sugli scaffali), con spettacolo pirotecnico come gran finale. Io ed Erica ci lanciamo in manifestazioni d’entusiasmo ingiustificato di fronte ai fuochi d’artificio, che a me riempiono sempre di meraviglia. Io sostengo che il Babbone Natale fatto di glitter e lucine in Albert Square sia vagamente sinistro, mentre d Erica piace. Nonostante Erica mi riprenda spesso (in questi mesi è diventata un despota!), mi fa ridere tanto, in modo spensierato.

Con Erica finiamo sempre per mangiare un sacco, oppure per provare piatti particolari, che non cucineremmo mai da soli, ad esempio la zuppa di funghi e marroni. Non sbuccio le castagne lesse da anni, da quando, negli autunni della mia adolescenza, facevo chili di Mont Blanc, con le buccette secche e fastidiose che s’infilano sotto le unghie, dolorose come spilli. Sono cooptato per lessare, sbucciare e ridurre in purea le patate che servivano per fare la pitta e la focaccia salentina. Erica apre i barattoli, mi fa annusare l’origano, i capperi, il peperoncino che ha portato dal Salento, profumi di casa anche se non sono proprio di casa mia, ma in qualche modo appartiene a me, tramite i miei amici pugliesi. I pomodori, le spezie, il latte, il burro (quest’ultima è una mia aggiunta da nordico) di qui non hanno il profumo come in Italia.

Mentre torno in treno, il paesaggio appare uniformemente grigioverde, pecore grigie che cercano riparo in mezzo ai boschi, case grigie sperse nella campagna, stazioni grigie.

io erica fuochi

I head down to Manchester to pay a visit to my friend Erica, to feel some Southern warmth on a weekend the sky falls apart on our heads like a flood and I feel the moist in my flesh. The local neds make me feel at ease, like if I didn’t leave Glasgow. Not all the Mancunians are rough, though. I buy a small thing without a price tag, and when the cashier asks me if I remember how much it costs and I answer it should be 3 £, she replies: “how expensive, I would never spend so much for this, do you mind if I charge you 1 £, but don’t tell anybody, darling” (winking). Erica complains such nice things happen only to me.

I find shelter from the rain in an Icelandic-style café called Takk. Showering weather moves me to do some clothes shopping, which annoys me only slightly less than rain. The Arndale centre is like heaven for shopaholics. Beggars and homeless pave the streets outside, that’s impressive, maybe we hide them under the carpet in Glasgow but it looks like it’s not getting any better. 

Erica takes me to the switch-on, it’s time to light up the city for the approaching Christmas festivities. We shriek cheerfully and pointlessly to the fireworks-I always enjoy them a lot. I believe the big glittery Santa in Albert Square looks spooky, Erica likes it instead. Erica reproaches me often, but we laugh heartily.

Whenever we meet, Erica and I end up eating a lot, or eating something we wouldn’t if we were on our own. We cook a chestnut and mushrooms soup. I haven’t peeled boiled chestnuts for years, since I lived in Italy, I so hate the needle-like peels sticking painfully under my fingernails. I am co-opted to boil, peel and mash potatoes, she will use to make some specialities from her region, Salento. She opens her jars and I smell oregano, tomatoes, capers, so intense and flavoured. They smell like home, even if my own hometown is hundreds of miles away from her own, and our smells are sometimes different, but still more penetrating than vegetables we find here. 

On my way back to Scotland, from the train, the landscape looks green and grey altogether. Grey sheep sheltering in the green woods, grey stations, grey cottages in the countryside.

Oltre l’oceano/Big leap

La mia sacca marrone si prepara ad inghiottire i miei vestiti ancora una volta, ma stavolta il salto è davvero lungo, la meta è New York.

Non è per una vacanza. Ho sparso mezze anticipazioni a partire da Dicembre, quando Richard, il mio relatore, mi ha proposto di accompagnarlo a New York per uno scambio tra università. Sul serio, uno scambio? A New York? Dentro di me ho alzato le braccia al cielo e ho detto: “YESSSS!!!”, però di fronte a lui, che è un uomo composto e formale, mi sono trattenuto: “Sì, potrei essere interessato”, ho risposto con tono noncurante. Da lì in poi il progetto ha assunto forma. Lentamente. Troppo lentamente: la mia università, la Strathclyde, e la New York University (NYU) non erano entusiaste di collaborare, gli americani sono gelosi della loro attività di ricerca e non troppo ansiosi di condividerla. Il che è il fallimento della ricerca scientifica in sé, ma d’altra parte si sa, quando la ricerca ha possibili risvolti economici, patti chiari collaborazione lunga. Sono serviti ben sei mesi per definire i termini del progetto. Finalmente ho ricevuto la conferma. Nel giro di pochi giorni ho prenotato una stanza nello studentato e il biglietto d’aereo.

Si parte, sul serio! Il volo è mercoledì, dopodomani. Sto via fino a fine Agosto, ho barattato il tempo ballerino della Scozia con il clima torrido della Grande Mela. Da un giorno all’altro devo mettermi nell’ordine di idee che tra una manciata di ore sarò al di là dell’oceano, sarò nella città in cui volevo portare mia mamma, a Natale, per vedere la neve e i negozi addobbati per le feste. Ora che mancano solo pochi giorni non riesco a fissare i pensieri, mi sento una pallina da flipper spinta all’improvviso in cima al piano inclinato, consapevole che basta lasciarmi andare, correggere leggermente la traiettoria per arrivare in fondo. Forse non ho proprio tanta voglia di partire, di trascinare i bagagli su un aereo per così tanto tempo. Non parto più d’impulso, come alcuni anni fa, solo per il gusto d’andare. Ho frugato dentro di me alla ricerca delle motivazioni per partire di nuovo, come si fruga alla ricerca dei centesimi sul fondo della borsa, e ne ho trovate alcune di abbastanza convincenti. Come si fa a dire di no a un’occasione come questa, quando mi si ripresenterà?

Devo ringraziare il mio relatore per l’accanimento con cui ha lavorato al progetto, e il dipartimento per avermi dato l’appoggio economico. Continuate a seguirmi, fra pochi giorni vi scriverò dalle strade newyorkesi (sempre che non mi perda per strada, ho il terrore che qualcosa vada storto)!

nyu cap

My big brown bag is ready to swallow my clothes once again and be dragged around one more time, this time for a longer distance, beyond the Ocean, to New York, and it’s not a holiday!

I’ve been up to this since December. Richard, my supervisor, has been working at this exchange for a long time. He once called me to his office and put forward that I go along with him. Inside me I was exulting: “YESSSSS New Yooooorrrrk!” But he’s a quiet and formal man, so I simply replied, very accomplished: “Well, I might be interested”. The project took actually ages to become real. NYU and Stratchlyde University had to find an agreement and I’ve been waiting in vain, until I finally got an official permit and I booked my flight and my room on the same day.

So I am leaving, I am truly leaving in two days. I don’t really feel like, to be honest. I don’t pack my stuff ready to leave as eagerly as I used to do some years back. Now I feel confused, I feel like a ball on a pinball slope, I know I just need to let me go and follow the slope and I will safely meet my drain. I looked through myself in search for strong motivations to leave, the same way you look for pennies at the bottom of your bag, and I found some good enough. How cannot take advantage of such a good opportunity to see the US and to live the city life?

I wish to thank my supervisor and my department for letting me go, for giving me this big opportunity, this chance to visit the US and for trusting me somehow. Keep following me, in a couple of days I will update you from the streets of New York (as long as I don’t get lost on the way)!

We can’t do it (ad arrivare puntuali)

Programma per la serata: si va a vedere un musical. I biglietti li ha presi Scott, forse mi ha detto anche il nome dello spettacolo, chissà, ricordo solo il nome del teatro, il King’s theater, per curiosità sbircio il programma sul loro sito. Calamity Jane, dicono. Mah, un musical western. Vebbè, aspettiamo prima di giudicare.

Mangiamo una malefica pizza veloce e corriamo al teatro. Ci sediamo in primissima fila. Scott tira fuori l’immancabile iPhone e si mette a taggarsi su Facebook: «a vedere The Producers». ,,Ehi Scott, ma non è Calamity Jane?” ,,No, Calamity Jane è una prossima produzione, questo è The Producers“. ,,Ah, ma allora…perché il banjo sul sipario? E le bambine col cappello da cowgirl…?” ,,No no, tranquillo”. Alle 7.20 interviene una maschera: ,,Signori, posso vedere il vostro biglietto? Perché a quel che ne so le prime due file sono riservate. Ah, infatti. Siete nel teatro sbagliato. Questo è Calamity Jane.” Cooosa? Ma se ce li hanno controllati due volte, nessuno se ne è accorto? Prendiamo le nostre carabattole e fuggiamo, rossi d’imbarazzo, di corsa verso il Theater Royal (Royal, King…Scott avrà fatto confusione). Arriviamo alle 7.30 con la lingua di fuori, appena in tempo per l’inizio dello spettacolo. Con Scott non mi annoio di certo.

Wrong curtain.

Wrong curtain. Notare il banjo.

Nella mia immensa ignoranza cinematografica, non sapevo che The producers fosse tratto da un vecchio film di Mel Brooks (risate assicurate), che poi ne ha curato pure la versione in musical. La storia gira intorno a un produttore di Broadway non più di successo che incontra un giovane aspirante produttore e lo aiuta nelle sue aspirazioni. Insieme raccoglieranno i finanziamenti per mettere in piedi il peggior spettacolo di sempre, in modo da dichiarare fallimento e tenersi il denaro. Cercano lo script più ridicolo e lo affidano al direttore dai gusti artistici discutibili. Lo spettacolo si rivela talmente trash ed eccessivo da riscuotere un successo che non prevedevano.

the producersThe producers è condito da stereotipi grossolani (che però nel contesto giusto strappano risate): qualche gay effeminato, una svedese bionda alta e procace, e un tedesco che tenta di riscattare l’immagine di Hitler. Per motivi di trama c’erano tanti saluti a braccio teso; ho impiegato un po’ di tempo per sentirmi a mio agio e a ridere a queste battute politicamente scorrette, il mio trascorso italiano pesa parecchio, da noi certi argomenti sono tabu.

L’America sembra ossessionata da Broadway, luogo magico, il palco dove i sogni prendono consistenza sotto forma di note e passi di danza. A scuola mi hanno spiegato il metateatro. The producers inscena direttamente il metabroadway: un musical che mostra la produzione di un musical.
Di questo spettacolo mi porto a casa i sorrisi delle ballerine e ballerini, la fluidità dei movimenti e dei cambi di scena e d’abito, l’agilità dei corpi, le coreografie. Ero così affascinato da tutte le diverse espressioni e movenze coordinate e leggere del cast. È uno di quei musical scintillanti che sollevano in aria lo spirito e gli fanno fare una piroetta. Nonostante non capissi tutte le battute, ho sparso risate con generosità.

ooops

Sicuri che siamo nel teatro giusto?

Program for the night: we’re going to watch a musical. Scott booked the tickets, probably he told me the title but I could only remember the name of the theater, the King’s Theater, so, out of curiosity, I checked the program on their website. Apparently on stage there was Calamity Jane, a western, not exactly my cup of tea. Oh well, we’ll enjoy nonetheless.

We eat a venomous pizza and rush to the theater. Our seat in the first row. Scott takes his iPhone and starts tagging on Facebook: «watching The Producers». ,,What? Scott, isn’t this Calamity Jane?’’ ,,No, Calamity Jane will be in the next weeks I guess, this is The Producers.’’ ,,Ahn, then…what about the banjo hanging on the curtain? And what about the girls wearing a cowgirl hats?’’ ,,Don’t worry’’. 7.20, a security guy approaches us: ,,Sirs, may I check your tickets? The first two rows are supposed to be empty. Right, you’re in the wrong theater. This is Calamity Jane’’. Whaaat? But…we went through two ticket controls! Embarrassed, we hurry away to the Theater Royal (royal, king…maybe that’s why Scott got confused). We reach our seat at 7.30, panting, right on time. I certainly can’t be bored when I’m with Scott.

I feel really ignorant when it comes to movies. I didn’t know The producers is a movie from Mel Brooks (which equals good laughs), and he translated it into the musical as well. The story is about a down-on-his-luck Broadway producer who meets a young accountant who wishes to become a producer himself. They team up to gather money and produce a musical. Their aim is to fail, so to keep all the money. With this goal in mind, they pick the most disgusting script and they hire the less talented director. Unfortunately the show will be flamboyant and successful.

The producers is spiced up with coarse stereotypes (which work fairly in this context): camp gays, a blonde, tall and well endowed Swedish girl, a German nostalgic man who wants to brush up Hitler’s image. So many Nazi greetings…it took me time to warm up and laugh at the jokes, some topics are still taboos in Italy.

America seems obsessed with Broadway, a magical place, the stage where dreams come true as a well choreographed set of notes and dance steps. I loved the smiling dancers, their fluid movements and changing costumes, their agile and flexible bodies. I was charmed by their smooth and light steps. It’s one of those bright musicals that lift your spirit up and make it piroette around. I didn’t get all the jokes, but I scattered around my laughs with generosity.

Right curtain.

Right curtain.

Dolly Parton story

Scott si è ritrovato con due biglietti in più per uno spettacolo in onore di Dolly Parton. Io a malapena so chi sia questa cantante, ma era un’idea per un sabato sera alternativo e mi sono accodato.

Eccoci quindi al Pavilion, un teatro nel centro di Glasgow, piccolo e démodé, con i sedili stretti, i controsoffitti pacchiani dipinti a scene bucoliche, putti e fronzoli ovunque, i balconcini ai lati ad imitazione di teatri ben più celebri. Ci siamo ficcati nei seggiolini e ci siamo messi comodi in attesa dello spettacolo. Guardandomi intorno, mi sono accorto che la stragande maggioranza del pubblico era composto di donne di mezza età, signore anziane, ragazze con il cappello da cowboy. Qualche marito che evidentemente era lì solo in veste di accompagnatore. Qualche giovane a caso. Dove mi hanno portato?

La cantante che incede sul palco è una (non più) ragazza con una parrucca platinata eccessivamente finta. Andrea Pattison, questo è il suo nome, cambia l’abito tre volte, ogni volta pieno di lustrini, un po’ sopra le righe e con il serio rischio di mostrare più carne di quello che la serata richiedeva. La storia di Dolly Parton le serve solo per introdurre le diverse canzoni. Parla in falsetto e con un accento simil americano per imitarne la voce. Parte in sordina, ma man mano che si scalda, mi accorgo che la sua voce trascina il pubblico. Mi ritrovo la signora di fianco a me ad urtarmi il braccio mentre si agita con slancio. File intere si alzano in piedi e si dimenano con entusiasmo.

Andrea ci commuove cantandoci una canzone sua, scritta in occasione del suo matrimonio in memoria del papà che non c’era giù più. Ci fa sorridere con qualche battuta. E pian piano mi affeziono anch’io ai ritmi country di Dolly Parton.

Mi rendo conto che tutte queste signore hanno il volto raggiante perché stanno rivivendo i ricordi della propria gioventù, legati a una colonna sonora impregnata di un sogno americano che a volte si avvera, schegge di felicità cristallizzata nella memoria. Assieme a queste donne, un sabato sera sono stato trasportato anch’io in un angolo lontano, in un altro tempo, in un’altra nazione. E allora anch’io mi sono alzato in piedi e ho ballato sulle note di Walking on sunshine.  

doll parton story

What is the woman behind me doing???

Scott had two extra tickets for a “Dolly Parton story” tribute show. Dolly Parton does not feature among my favourite singers, but it was a nice idea for an alternative Saturday evening, and I gladly went along.

The show took place at the Pavilion, a wee theatre in the city centre, tiny and out-of-date-looking, with narrow seats, with garish ceilings painted with bucolic scenes, angels and trimmings everywhere, small balconies trying to keep up with more prestigious theatres elsewhere. We burrowed down in the seats and we made ourselves comfortable waiting for the show. I had a look around, there were mostly mid-aged women, old ladies, young girls wearing a cowboy hat. The few men were husbands, evidently dragged over there by their wives, and some random boys. Where the hell was I?

Andrea Pattison, the singer, walked briskly on the stage wearing a visibly fake blondie wig. She would change her dress thrice over the evening, all of which were glittering and slightly over the top and showing little more skin than her age or role should required. Dolly Parton’s personal story was a way to introduce the various songs. She talked in a high-pitched, american-lilted voice. She kicked off on the sly, then she warmed up and triggered the audience’s enthusiasm. The lady sitting by my side started hitting my elbow while jumping in excitement. Whole rows of girls behind me stood up and started shaking along with the music.

Andrea sang one of the songs she penned for her wedding in memory of her departed father, and made us cry. Joke after joke she got some laughs. Little by little I got fond of those country rhythms.

I suddenly became aware that all those women were beaming with delight because they were taken back to their youth whose soundtrack was their personal American dream, to some happy reveries crystallized in their memory. Along with them I was taken as well to another country, another decade far away. So I stood up and danced with them to the notes of Walking on sunshine.

Sfide/Challenges

Correre una maratona non è esercizio fisico fine a se stesso, c’è un obiettivo, una sfida. E a me piace toccare i risultati subito, arrivare al traguardo. Io ho sempre corso, la lentezza non è una mia qualità. Da un anno, ho trasformato questo bisogno in hobby. Per cui quando Sara mi ha proposto di partecipare a una maratona (senza grandi aspettative, solo per provare), ho accettato con entusiasmo.

rainbow run 2015

I colori erano in base al mese di nascita. Riuscite a trovarmi? Suggerimento. Ero in viola.

Ma il passo dal rassicurante tapis rulant della palestra a una maratona seria non è breve. Il mio primo timido contatto con una corsa vera è avvenuto sotto la pioggia di Glasgow una domenica mattina. Era la Rainbow Run ed era un evento non competitivo organizzato dai Frontrunners, un simpatico gruppo di corridori amatoriali. Eravamo vestiti dei colori dell’arcobaleno, e ho percorso 7.5 km in tutta tranquillità ciacolando con gli altri partecipanti. Ho cominciato ad allenarmi con loro, che si ritrovano il giovedì sera e la domenica mattina per correre intorno al centro di Glasgow. Correre all’aria aperta mi fa sentire vivo. Il vento, la pioggia, l’aria umidiccia. Non sento il sudore, mi concentro sul percorso, sulle crepe della strada, sugli alberi, sui passanti, sui rumori. Mi libero dei miei pensieri.

sara stefania sarteUna volta superate le prove generali con successo, ero pronto per la corsa ufficiale. La prima occasione che ci è capitata era la Meadows Marathon. C’era la possibilità di indossare un costume, in fondo si tratta più di beneficenza che di agonismo. Indovinate un po’, mi sarò lasciato scappare l’occasione? Ma certo che no! Ma come al solito mi sono ridotto all’ultimo, con Sara e Stefania che cucivano e pinzavano i pezzi insieme sul treno, ma l’effetto finale era simpatico e abbiamo fatto sorridere molta gente, vestiti da pavone io e fenicottero lei, due macchie di colore vivace contro i colori sobri delle tute da corsa. La maratona si tiene nei meadows di Edimburgo, un parco dietro l’università, in un percorso circolare tipo circuito di formula uno, da percorrere più e più volte. Mentre trotterellavo sotto gli alberi mi godevo la vista del Seggio d’Artù, la montagna che sorveglia la città. Tra l’erba spuntavano i crochi viola e i pezzi del mio boa blu elettrico. A metà strada ci accoglievano i bambini, offrendoci dei bicchieri d’acqua. I volontari ci facevano il tifo.

smileE non importa se non abbiamo corso la maratona intera ma la sua forma breve di 10 km, se siamo arrivati praticamente ultimi (in 1h 11′), se le gambe erano pesanti e lo stomaco affamato, se avevamo piume in bocca come una palla di pelo. Il nostro personale obiettivo era arrivare prima di una ragazza che sbuffava dietro di noi, e ce l’abbiamo fatta. Magari la prossima volta raccogliamo soldi per un’associazione di beneficienza. L’importante non era vincere, ma accettare la sfida, esibirsi, divertirsi e strappare qualche sorriso.

noi tre e bobby

A marathon is not mere solipsist exercise, it means running with a goal, a purpose, it means a challenge. Besides, I like harvesting results as soon as possible, reaching the finish line. I’ve been always rushing in my life. Taking it slow is not my cup of tea, at times I think I’ll die earlier given my longing for speedup. One year ago, I simply turned this need into a hobby. So when Sara suggested we might run a marathon, I accepted enthusiastically. 

Anyway running a marathon is not the same as running on the treadmill, in the safe gym environment. My first shy approach to a run happened on a Sunday morning, under the tiny Glaswegian rain. It was the Rainbow Run organized as a friendly event by Glasgow Frontrunners, a running club. I jogged 7.5 km chatting away with the other runners. We were all dressed with different colours, so to make up a rainbow. I then joined the Frontrunners on a Thursday night, it is fun to run together in the fresh air in the evening, it makes me feel alive, the wind, the rain, the moist air. The sweat does not bother me, I am focussed on my path, on the pavement cracks, the trees, the people passing by, the noises. I get rid of my blues.

stretching

Look how flexible I am!

Once I got successfully through the general rehearsing, I felt ready for a real marathon. The first we picked up was the Meadows Marathon. It is a charity event held in Edinburgh, in the meadows, next to the University, in a circular pathway to run around over and over. Participants were invited to wear a costume-no better chance for me to make good use of my ideas. We finished to sew and staple the pieces together on the train to Edinburgh. Me and Sara came around flamboyantly dressed up as a peacock and a flamingo, glittering spots of colours among black tracksuits. We sparked many laughs and smiles. While I was trotting along I enjoyed the view of the Arthur’s seat, towering upon the city. Along the pathway children offered glasses of water, the volunteers cheered us. Crocuses peeped out of the grass together with the feathers dropping from my electric-blue boa.

in corsaIt doesn’t matter if we ran only a short 10k run rather than the whole marathon, if we arrived almost last (in 1h 11′), if our legs were aching and our stomach was grumbling, if I felt a yarn of fake feathers in my mouth. We had a personal goal, arrive to the finish line before the panting woman behind us, and we made it! What matters to us was not to win, but to take the challenge, show off, have fun and make people laugh.

Speculaasbrokken

Era da tempo che avevo la curiosità di visitare Amsterdam, ma mi è sempre mancato un compagno di avventure. Luca si è offerto volontario. Detto, organizzato.

Amsterdam è pulita e ordinata, piccola e civile. Ti senti gratificato quando le auto e perfino i tram si fermano per fare passare te, pedone. I pissatoires ad ogni angolo della strada si sono rivelati particolarmente utili (anche se poco eleganti) se si passeggia a lungo e non si vuole entrare in un bar.

casette colorateTutto il centro è impregnato del forte odore di fumo. Quel fumo. E da molti angoli spuntano le ragazze che si guadagnano la vita esibendosi svestite in vetrina. La domenica sera le strade erano vuote, Amsterdam è una cittadina tranquilla, se si escludono quelle quattro strade. I turisti in giro sembravano essere lì principalmente per approfittare dei biscotti ai funghi e delle case a luci rosse, e a me dà l’impressione che più che una conquista di civiltà e di libertà personale si tratti di una miseria assoluta. A noi due per divertirsi è bastato molto meno, ad esempio un castello di legno su cui arrampicarsi nel Vondelpark.

castello legno

Castello di legno. I bambini erano più agili di noi.

Gli olandesi sono molto gentili e cortesi, e parlano un inglese invidiabile, tutti, dalle cassiere in su. A proposito di cassiere, in Olanda hanno abolito i fastidiosi centesimi di rame: alla cassa arrotondano il prezzo, tanto in media una volta sarà a vantaggio del cliente, una volta a vantaggio del commerciante, e siamo pari. La vita è abbastanza cara. Una visita al supermercato è stata una boccata d’aria europea per me e un’esperienza per Luca, che non aveva mai visto gli speculoos (i biscottini fragranti alla cannella) o gli spinaci con la panna o il vuoto a rendere. Luca è rimasto stupito anche dell’assenza di tende e tapparelle alle finestre.

casetta storta

Non vi sembra storta. Lo è.

L’olandese alle mie orecchie suona come il norvegese, pieno di gutturali e aspirate. Appunto a latere sugli uomini olandesi. Mentre aspettavo all’aeroporto che mi ispezionassero la carta d’identità, un poliziotto passava sgranocchiando una mela. Gli cade un pezzetto minuscolo per terra, forse il picciolo, e lui dall’alto dei suoi quasi due metri di muscoli si china a raccoglierlo e lo butta via nel cestino. Wow.

casa piccola amsterdam

Casetta piccina picciò. Alta 5 m e profonda 2.

Il Museo di Van Gogh è particolarmente ben costruito. Sono uscito con l’impressione di aver toccato un po’ l’essenza del pittore così prolifico e che deve aver sofferto molto. È stupendo osservare quei gialli accostati ai blu, pur sapendo che i blu forse erano viola e che gli arancio erano rossi e gli azzurri sono ingrigiti e che il tempo e le reazioni chimiche c’hanno messo lo zampino. Ho scoperto che era così affezionato agli autoritratti perché pagare un modello sarebbe costato troppo.

Il Rijksmuseum ha una struttura complicata, che per capirla ci vogliono quattro lauree, e alla fine abbiamo fatto un’abbuffata tale d’arte che il giorno dopo abbiamo dovuto riposare gli occhi e ci siamo accontentati di girare per il centro. Segnalo da visitare il cortile delle beghine, dove si respira un’aria di pace.

cortile beghine

Cortile delle beghine. Adesso non ce ne sono più, ma una volta vivevano in quelle casette.

Mi sono innamorato dei canali, della luce del tramonto sui canali, dei ponti che scavalcano i canali, delle casette alte, strette e a volte storte che fiancheggiano i canali, dei vasi di fiori sull’uscio e delle infine biciclette che circolano. Si esce anche il venerdì sera in bicicletta. Si scarrozzano gli infanti in bicicletta.

canaleUn cameriere si è guadagnato la nostra simpatia offrendoci da bere. Devo dire che la vodka pink ha messo alla prova la mia sobrietà. Prima di lasciare Amsterdam ci siamo goduti una colazione al Kobalt café, con una torta al cioccolato strepitosa e una cameriera spiritosa. Per me che sto ancora cercando un luogo da chiamare casa, ad Amsterdam, che pure mi ricorda la bellissima Amburgo, non mi si è aperto il cuore, però tutto sembrava naturale, più vicino al mio modo di sentire. Bedankt, a presto!

casetta amsterdamA trip to Amsterdam was a dream of mine but I’ve never had the chance or a travel buddy. When my friend Luca volunteered, we organized quickly. There we go.

fringe festival

Nel bagno dell’appartamento ho trovato…il Fringe Festival di Edinburgo!

Amsterdam is tidy and clean, tiny and polite. Cars and tram respect pedestrians and stop to let them cross. Many pissatoires are placed in the corners of squares and streets, and I must admit they are maybe trivial but useful, especially after a long walk in the cold.

The small city centre is soaked a strong smoke smell. Yes, the joint smell. The working girls pop out in the windows. Tourists seem to be around only to try the weed cookies and lollipops and to pay visit to the red light neighbourhood, and I got the feeling that this is pretty miserable and shameful rather than a sign of freedom. We had fun with much more simple things, like climbing on a wooden castle in the Vondelpark.

poisson picasso amsterdam

Picasso donated this fish. It is a fish, I guess.

Dutch are kind and gentle, speak an accomplished English, all of them, starting from cashiers. So jealous! In Netherlands there are no wee 1, 2 and 5 coins any more, they round up bills and on an average everyone is happy. Life is expensive. The supermarket was like fresh air for me. I had the chance to enjoy European food once again. Luca was puzzled at the cream spinach, speculoos (cinnamon biscuits), the empties to return. The absence of blinds was new to Luca as well.

Dutch sounds a little bit like Norwegian, rich in guttural sounds. While I was waiting for my ID to be checked at the airport, a tall policeman was passing by, crunching an apple. A small bit of it fell to the floor. He bent down and picked it up and threw it away. I was amazed and delighted.

Van Gogh museum is very good at providing a glimpse into this prolific artist’s lonely and suffering life. Yellows and blues together in thick brushes on the canvas. Grey used to be turquoise, orange were red, blue was violet. Time and chemistry quenched the hues, but not the life from the paintings.

The Rijksmuseum filled us up with art and crafts and we had just left energies to stroll around in the city centre. The beguines yard is a oasis of peace hidden in the alleys.

chiesetta beghine

Beguines yard church.

I fell in love with the canals, the bridges over the canals, the sunset over the water, the tall narrow tilted houses on the canals, the flowers on the doors and the bikes around. Families carrying children on the bikes, young people going out for a drink on their bikes.

casetta di legnoA waiter endeared us by getting us to drink. Pink vodka harshly challenged my soberness. Before leaving we popped into the Kobalt café, I had an amazing chocolate cake and the waitress was so nice. Maybe I cannot claim it feels like home here, even though Amsterdam looks so similar to Hamburg, yet my heart cringed when I left. See you later, Netherlands!albero

Jetlag, sleeplag

Avevo bisogno di un po’ di riposo. Quattro giorni trascorsi a Manchester a cavallo del nuovo anno, ospite nella casetta di Erica e Carlos, amici che risalgono al mio Erasmus in Germania, è stata l’occasione giusta.

Cibo etiope: verdure disposte sul pane, da mangiare con le mani.

Cibo etiope: verdure e carne disposte a mucchietti su un pane piatto e spugnoso. Si mangia con le mani, strappando un pezzo di pane e facendo la scarpetta.

Carlos mi ha viziato con molto cibo gustoso, sia quello che ha cucinato, sia quello che mi ha fatto conoscere portandomi fuori a cena in ristoranti etnici. Erica da parte sua mi ha fatto trovare i biscottini buoni a colazione portati dal lavoro. E ho osservato la vita nei quartieri di Manchester, sbirciando i vicini dalla finestra (quanto mi piace guardare dentro le finestre illuminate!) e venendo ricambiato dallo sguardo fisso e spettrale di una bambina bionda.

Siamo andati a pattinare sul ghiaccio. Erica era molto incerta sui pattini, specie quando ci superavano massicce mamme britanniche, o quando i bambini si mettevano di traverso sulla nostra pista incerta. Alla fine ci facevano male i muscoli, ma ho riscoperto quant’è bello pattinare. Di fianco alla pista da ghiaccio c’era uno scivolo altissimo, che abbiamo ovviamente provato. Con Erica viene spontaneo buttarsi in questi gesti infantili.

Ho potuto dormire (non so come mai il mio orario-cenerentola, quando divento uno zombie, scattava già alle 11) e leggere a volontà. Complice il fatto che i nostri ritmi circadiani sono sfasati di 4-5 ore, mi ritrovavo con molto tempo libero, ma ammetto di essere stato un ospite poco presente. Grazie dell’ospitalità, amici!

I needed some rest before coming back to Glasgow, and four days spent in Manchester, hosted by Erica and Carlos, my friends from my Erasmus period in Germany, proved to be relaxing enough.

Carlos spoiled me cooking delicious, fatty food and taking me out to ethnic restaurants. Erica brought me biscuits from her workplace.

We went ice-skating. Erica was unsure on the blades, trying to avoid the stocky British mums and their unaware children on the scarry ice. Our leg muscles were sore, but it’s so nice to glide on the ice. We adventured down a giant slide, like children. Such a fun!

My cindarella time was far before 11pm, and I ended up sleeping much and reading even more. There’s a certain lag between our sleeptime, so I had a lot of spare time, although I must admit I wasn’t an entertaining guest. Thanks for hospitality, my friends!

Gita a Dumbarton/Dumbarton trip

 

Sant’Andrea è il patrono della Scozia, la sua croce dalla forma bislacca ha ispirato la bandiera scozzese. Anche Google ha celebrato questa giornata con un doodle:saint-andrews-day-2014-5175814832259072-hp

scotland flagIn questo fine settimana speciale tutti i castelli scozzesi sono in via eccezionalle a ingresso gratuito: bisogna approfittarne, è un’ottima occasione per stare fuori di casa e vedere posti nuovi. Dato che però sono allergico ai manieri delle sedi regali celebri, Stirling e Edimburgo in testa, ho scelto un castello non troppo lontano da Glasgow ma abbastanza insignificante da non andarci per altri motivi. Dumbarton, costa ovest.

dumbarton mountains

Il castello di Dumbarton è più un forte, costruito sopra un rilievo che s’innalza di ben 70 metri sopra il resto della città. Mi sono arrampicato sui sentieri che portano alla polveriera, alla casa del guardiano, ai bastioni. Non chiedetemi di spiegarvi bene le vicende che si sono alternate quassù-nomi di popoli e re e date di invasioni e matrimoni combinati non sono il mio forte, e la storia della Scozia è abbastanza complessa. Io dei mille James & Co ricordo solo che di qui è passata Maria Stuarda. Strati di popoli e case reali si sono accumulati su questo picco, e gli scozzesi sono così gonfi d’orgoglio nazionale che celebrano gli angoli più insignificanti, dedicando molta cura a ogni pietra. Da noi in Italia, abituati ai templi grecoromani in centro città e alle ammoniti tra le rocce dietro casa, buona parte di questo sito sarebbe derubicato ad area picnic.

sun on the clyde

Quest’anno questa parte di Scozia si è concessa un autunno splendido. Il sole era così forte da non poterlo fissare, raggiante in un cielo cristallino. La mia macchinetta fotografica non dà fotografie soddisfacenti, per cui ho pensato di disegnare il tramonto, mentre ero appollaiato su una roccia affacciata sul fiume Clyde.

Datemi il muschio e i licheni sulle rocce grigie, riso del diavolo tra i sassi, l’erba bagnata e soffice mista a fili secchi e stepposi, l’erica sbiadita bistrattata dal vento, e il mio cuore nato in montagna sarà contento.

the fort

scotland flag 2St Andrew is the saint patron of Scotland, his martyr cross inspired the saltire, that is, Scotland’s flag. It is a great day of celebration here in Scotland, remembered even by Google with a doodle. On this weekend the entry to all the Scottish castles is free. Yuppie, an opportunity to be taken advantage of, a good chance to get out of my flat and to see somewhere new. I’m not a great fan of reknown royal castle, Edinburgh or Stirling on top, though. I opted for a less famous one, one I wouldn’t visit otherwise, not too far away from Glasgow either: Dumbarton.

It used to be a castle, then a fort, perched on a 70-odd meters high hill facing the end part of the Clyde. I climbed the narrow passage going up the guard house, the bastion, the French prison. Don’t ask me to remember by heart the number of nobel people who took possession of this place. Of all the Jameses and Olafs I just recall that Mary Stuart lived here for a while. Too many people have layered in Scotland, and dates and names are not really my cup of tea. Scottish take care of all the tiny historical remains. Every corner, every detail is accurately celebrated. For an Italian, some of them would be neglected or regarded as worthless.

down the valley

Scotland put on the dress for great occasions. A bright sun was shining in the crystal blue sky. The sunset was glorious and romantic.

sunset 2

Give me moss, lichens, stonecrops in the cracks of the rocks, heather combed by wind, give me rough rocks, wet soft grass mixed with moores, give me this land and my mountain heart will be happy.

Escape Edinburgh

Sono chiuso a chiave all’interno di una stanza assieme ad altri cinque amici, nel seminterrato di un edificio ad Edimburgo. La chiave per aprire la serratura è all’interno di una cassaforte bene in vista, a sua volta dentro una teca trasparente protetta da un lucchetto. Abbiamo sessanta minuti per trovare la combinazione che apre la teca e poi la cassaforte. La combinazione è composta da cinque lettere, custodite in due cassette a loro volta nascoste in armadietti chiusi da altri lucchetti. La stanza è spoglia: un televisore, qualche quadro enigmatico, un orologio. Il tempo scorre sullo schermo della televisione. Nell’angolo, una libreria, contenente perlopiù libri del terrore, gialli, thriller. Sotto la tv, un cassetto pieno di vecchi album. Una cartina della Scozia, un telefono a ghiera, un divano per sedersi, una lavagna bianca per scrivere. Ci stanno tenendo d’occhio attraverso telecamere nell’angolo, nel caso in cui decidessimo di forzare o rompere qualcosa. La tensione cresce tra di noi, non sappiamo da dove partire. Un attimo–l’orologio! Le lancette non si muovono, l’ora deve essere la prima combinazione! Prova–sì, si apre. Secondo indizio…

 bel tempo a edimburgoLa Scozia non è mai stata così bella come in queste settimane. Freddo, sole, aria limpida, il cielo azzurro e poi rosa e giallo la sera. Lo sto scrivendo un po’ troppo spesso, questo basti a darvi un’idea di quanto ci sentiamo graziati da questo tempo insolitamente splendente.

La lampadina UV rivela un paese evidenziato con l’inchiostro simpatico sulla cartina della Scozia sul muro. Un numero accanto al nome ci porta al successivo indizio. Decifriamo scritte in Braille, decodificando lettere greche usate come numeri, rovistiamo tra i cd alla ricerca di un album con una data in copertina.

greyfriars bobbySono già stato tante volte ad Edimburgo, e finalmente ne esploro le parti un po’ più nascoste, e la città comincia a piacermi, scopro che ha un’anima non ancora slavata dai turisti stolidi. Negozi di bigiotteria e gioielli artigianali, piccoli caffè, angoli architettonici. Mentre eravamo alla ricerca di Bobby del Greyfriars, che è il simbolo di Edimburgo, un cane che ha passato gli ultimi 14 anni della sua vita sulla tomba del padrone morto di TBC e al quale è stata dedicata una fontana minuscola all’angolo di una strada di fronte a un pub, ci siamo fermati per un caffè (tappa obbligatoria quando si è con greci al seguito). Siamo entrati all’Elephant House, celebre perché qui J K Rawling si sedeva a scrivere Harry Potter. Di sicuro è un posto con un’atmosfera alternativa, singolare, forse non magica ma confortevole. Se siete elefantofobici, non entrate. Statuette statuine immagini santini dipinti effigi riproduzioni foto di elefanti in ogni angolo. E se volete un servizio veloce, rinunciatevi. I camerieri in Regno Unito sono estremamente lenti e imbranati. Non sarebbero pronti a ricevere venti ordinazioni diverse in risposta alla domanda: ,,signori, vi porto un caffè?” (come invece succedeva a me dal Tom).

we escapedCi blocchiamo. Manca un passaggio. Provvidenziale, arriva il suggerimento dallo schermo della tv: “guardate sotto il divano”. Altri indovinelli da risolvere di corsa, il tempo scorre veloce. Finalmente apriamo la cassaforte in tempo prima dello scadere dell’ora. Abbiamo vinto! Sì, si trattava solo di un gioco: si chiama Escape. Ma perché nessuno viene ad aprirci? Ah no, scusate, le chiavi vere erano in un doppiofondo, mica ce n’eravamo accorti. Click–la serratura si apre.

wpid-2014-11-23-14.52.16.jpg.jpegI mercatini di Natale sono una maledizione per il portafoglio. Rovistando tra i banchetti che vendevano gli stessi ninnoli dell’anno scorso, come a dire: ci ripresentiamo alla tua porta finché non ci compri, ho trovato un dolce fenicottero rosa da infilare sul dito, che è diventato mio compagno fedele per tutto il pomeriggio, e con Flamingo sono tornato orgoglioso e contento a Glasgow. Mi volete bene anche se imbarazzo, vero? E anche se scrivo un post a brandelli?

Locked into a room together with five friends, in a room on the ground floor of an old building in Edinburgh. We perfectly know where the key is-inside a safe, which is inside a transparent cage. To reach the key we need the combination of the locker. The combination is made up by two parts, locked inside two boxes, protected by more lockers. The room is poorly furnished, a table, a tv screen, some awkward pictures, a clock on the wall, a whiteboard. A bookshelf in the corner, thrillers and fantasy novels on it. Some old albums under the tv. We have 60 minutes to go, they keep an eye on us from the CCTV cameras in the corner, in case we want to break anything. No clue. Hold on–the clock! The arms are still, the time must me the first combination. Let’s try–it works. Second clue…

edinburgh castle sunScotland has never been as charming as in these weeks. Cold, sun, clear sky, blue and then pink and yellow at sunset. I know I keep writing it, just to remark how extraordinary it looks, it feels like grace.

A UV torch reveals a town highlighted with a special ink on the Scottish map on the wall. A number written nearby leads us to the next clue. We solve puzzles, we work out Greek letters used as numbers, we rummage the CDs looking for an album with a date or a number on the cover.

sole ad edinburgoI’ve already been to Edinburgh a number of times, although only today I manage to visit the more pristine parts of the city, hidden and not watered down by stolid tourists. I finally appreciate its soul. Jewelry and crafts shops, small coffee shops, elegant architectures. While looking for Greyfriars Bobby, one of the symbols of Edinburgh, a dog who waited on his owner’s tomb for 14 years after his death by TBC and now honored by a small bronze statue over a fountain, we stopped for a coffee (you can’t avoid it if you’re with Greek people). We took a coffee at the Elephant house, renown especially because of J K Rawling writing Harry Potter over here. The atmosphere is quirky, not magical perhaps but cozy. If you are elephantophobes, do not enter. Elephants everywhere, not real, sure: statues, pictures, paintings, photos, effigies, statuettes cover any free inch on the walls. If you want a quick and rapid service, do not enter either.

We’re stuck, we don’t know what’s next to solve. Just on time, they send a clue on the tv screen: ,,have a look under the sofa”. Oh yes, there’s a suitcase! How could we miss it? More puzzles to solve, hurry, just few minutes left. Finally the safe is open, we won! Yes, it was all a live game, called Escape. Wait, why is no one coming to open the door? Ah yes, the real key is under a false bottom, we didn’t realize it. The key looses the doorlock. Well done!

A Christmas market is a curse for my wallet. Having a look at the stands I picked up a sweet finger puppet in the shape of a flamingo, who quickly became my best mate for the afternoon, and I came back to Glasgow with Flamingo on my fingertip. You love me even if I am embarrassing, don’t you? And even if I write such a shredded post? 

Fesenjan

Nebbia. Avevo dimenticato quanto potesse essere brumosa la Germania di prima mattina. E quanto potessero essere fatidiosi i tedeschi chiassosi, specie dopo che ho passato la notte sulle panche dell’aeroporto di Hahn.

Sole. Mi stupisco di quanto chiaro e limpido sia il cielo di Colonia, specie se visto dall’alto della torre del Duomo, guadagnata dopo 532 sudati gradini con il ridicolo zainetto blu e giallo dell’Invicta sulle spalle. Non voglio più scendere, la vista è inebriante. La luce dentro il Duomo vibra, le colonne elevano verso l’alto, vengono le vertigini. Penso a quei muratori, carpentieri, architetti che si sono arrampicati fin quassù per far volare questi angeli di pietra. Martina e Valentina mi aspettano all’Università. Anche un pasto alla mensa universitaria sembra un pasto da re, se altrimenti si mangiano solo panini e se è offerto e consumato in compagnia. Il sole ci colora le braccia mentre chiacchieriamo su una panchina. Avevo dimenticato quanto mi trovassi a mio agio in Germania, mi sono precipitato dentro Rossman con commozione a comprare cioccolata e caramelle.

La notte dormo nel paese natale di Adenauer, di cui sarei capace di affezionarmi nonostante sia piccolino e dall’aria così provinciale.

A Bonn visito l’Arithmeum, il museo degli strumenti di calcolo, dall’abaco ai computer moderni. A voi profani non interesserà probabilmente vedere come Leibniz ha costruito macchinari per ottenere la divisione girando una manovella, e non vi emozionerete di fronte a un cilindro di silice commercialmente pura, nera e lucente, minacciosa nella sua onnipotenza inespressa. I quadri astratti alle pareti fanno pendant con i colori delle caramelle Haribo, alle quali Bonn ha dato i natali, assieme a Beethoven, il cui testone capellone e sturmunddrangamente corrucciato fa severamente capolino da ogni angolo del centro. Visito anche un cimitero. Ci riposa Schumann con la moglie Clara, uniti dopo la morte come lo sono stati durante la vita. C’è mai nessuno che prega per gli artisti defunti, o le loro tombe sono solo monumenti?

Nicoletta mi vizia con parole e cibo prima di lasciarmi andare verso Düsseldorf, che non riesco a farmi piacere, un cantiere aperto e disordinato senza una chiara idea di dove andare a parare. In Germania l’autunno è già arrivato, col suo carico di foglie gialle sulle strade. I tedeschi però ci sanno fare, con l’architettura (impressionante) e con il design cittadino, riempiendo i centri di opere moderne che a me piacciono e che riempiono le cicatrici lasciate dalla guerra, in mancanza di meglio. Esempio da imitare anche altrove: dovremmo circondarci di cose belle per educare l’occhio al bello.

L’autobus mi recapita ad Hannover con abbondante ritardo e sotto la pioggia, ma posso contare sull’ospitalità di Jorge. Non ho bisogno di rivedere la città, ma tanto ho tempo a disposizione, e quindi faccio una capatina al pulcioso mercato delle pulci. Vago nei giardini del palazzo reale, rilassando lo spirito alla vista delle piante, dei fiori, della fontana e delle Nanas danzanti di Niki de Saint-Phalle.

Festeggio il compleanno di Emanuele cucinando con Fatemeh pancakes e il fesenjan, delizioso piatto tradizionale iraniano che unisce noci, pollo e melograno (qui la ricetta), in una pigra domenica. Rivedo molti altri amici dopo un anno che sono partito, e ci aggiorniamo sulle rispettive vite.

Ma alla fine devo partire di nuovo-per il terzo anno di fila mi ritrovo su un aereo proprio quando l’estate lascia spazio all’autunno, ormai è tradizione. Auf wiedersehen, Freunde, bis bald.

 

Fog. I had forgotten how misty Germany can be, especially early in the morning. And how noisy and annoying Germans can be, especially after one slept badly on the benches of the Frankfurt Hahn Airport.

Sun. I was stunned by the crystal clear sky over Cologne. I reached the top of the tall Dome tower climbing 532 steep steps with my childish blue and yellow school bag on my shoulders. I don’t feel like getting down, the sightseeing over there is heady. I think of all the carpenters, architects and masons who climbed up to here to let the stone angels fly. Inside the Dome the light is vibrating, the columns lead the visitor skywards, I get dizziness. Martina and Valentina are waiting on me at University. We have lunch at the canteen, so nicely when you have company. The sun tans our arms while chatting away in the park. I forgot how much I do love Germany. Excited, I rush into Rossmann to fill up my pockets with candies and chocolate.

That night I sleep in Bad Honnef, Adenauer’s village, so tiny and provincial, still lovely. It’s close to Bonn. I visit the Arithmeum, a museum about calculators and computing machines. Probably you won’t thrill at the sight of Leibniz’ first calculating device, and won’t feel emotional in front of a pure, black and shining silica cylinder, threatening with its unexpressed omnipotence. The abstract paintings on the walls match with the colours of Haribo candies, which were born in Bonn, as well as Beethoven, whose hairy and severe head pops up from every corner of the city center. I pay a visit to the graveyard, too. There Schumann and his wife Clara rest forever, together in death as they were in life. Is there anyone praying for dead artists, or are their tombs mere monuments?

Nicoletta spoils me with food and words before I head for Düsseldorf. I can’t fall in love with this city, a neverending construction site with no clear idea what to become once it’s grown up. The autumn has already arrived with its clock of yellowing leaves on the pavements. Germans are very good at this one thing: making up the cities with impressive modern architecture and decorative modern art, to fill up the scars and empty spaces left by war. A lesson to learn and take example from: being surrounded by beauty lets us look for beautiful things.

The bus drops me late under a rainy sky in Hannover, where at first I can count on Jorge hospitality. So many things have changed! I have time to stroll around the city even though I don’t feel I have to. I wander through the shaggy flea market, the Royal gardens, the Grotte of Niki de Saint-Phalle.

I celebrate Emanuele’s birthday together with Fatemeh by cooking pancakes and fesenjun (here’s the recipe), a typical tasty iranian dish, on a lazy Sunday.

But the time to leave arrives soon. Once again I’m taking a flight when summer lets room to autumn-it’s becoming an annual tradition. Aud wiedersehen Freunde! Bis bald.