Category Archives: DoReMi

We can’t do it (ad arrivare puntuali)

Programma per la serata: si va a vedere un musical. I biglietti li ha presi Scott, forse mi ha detto anche il nome dello spettacolo, chissà, ricordo solo il nome del teatro, il King’s theater, per curiosità sbircio il programma sul loro sito. Calamity Jane, dicono. Mah, un musical western. Vebbè, aspettiamo prima di giudicare.

Mangiamo una malefica pizza veloce e corriamo al teatro. Ci sediamo in primissima fila. Scott tira fuori l’immancabile iPhone e si mette a taggarsi su Facebook: «a vedere The Producers». ,,Ehi Scott, ma non è Calamity Jane?” ,,No, Calamity Jane è una prossima produzione, questo è The Producers“. ,,Ah, ma allora…perché il banjo sul sipario? E le bambine col cappello da cowgirl…?” ,,No no, tranquillo”. Alle 7.20 interviene una maschera: ,,Signori, posso vedere il vostro biglietto? Perché a quel che ne so le prime due file sono riservate. Ah, infatti. Siete nel teatro sbagliato. Questo è Calamity Jane.” Cooosa? Ma se ce li hanno controllati due volte, nessuno se ne è accorto? Prendiamo le nostre carabattole e fuggiamo, rossi d’imbarazzo, di corsa verso il Theater Royal (Royal, King…Scott avrà fatto confusione). Arriviamo alle 7.30 con la lingua di fuori, appena in tempo per l’inizio dello spettacolo. Con Scott non mi annoio di certo.

Wrong curtain.

Wrong curtain. Notare il banjo.

Nella mia immensa ignoranza cinematografica, non sapevo che The producers fosse tratto da un vecchio film di Mel Brooks (risate assicurate), che poi ne ha curato pure la versione in musical. La storia gira intorno a un produttore di Broadway non più di successo che incontra un giovane aspirante produttore e lo aiuta nelle sue aspirazioni. Insieme raccoglieranno i finanziamenti per mettere in piedi il peggior spettacolo di sempre, in modo da dichiarare fallimento e tenersi il denaro. Cercano lo script più ridicolo e lo affidano al direttore dai gusti artistici discutibili. Lo spettacolo si rivela talmente trash ed eccessivo da riscuotere un successo che non prevedevano.

the producersThe producers è condito da stereotipi grossolani (che però nel contesto giusto strappano risate): qualche gay effeminato, una svedese bionda alta e procace, e un tedesco che tenta di riscattare l’immagine di Hitler. Per motivi di trama c’erano tanti saluti a braccio teso; ho impiegato un po’ di tempo per sentirmi a mio agio e a ridere a queste battute politicamente scorrette, il mio trascorso italiano pesa parecchio, da noi certi argomenti sono tabu.

L’America sembra ossessionata da Broadway, luogo magico, il palco dove i sogni prendono consistenza sotto forma di note e passi di danza. A scuola mi hanno spiegato il metateatro. The producers inscena direttamente il metabroadway: un musical che mostra la produzione di un musical.
Di questo spettacolo mi porto a casa i sorrisi delle ballerine e ballerini, la fluidità dei movimenti e dei cambi di scena e d’abito, l’agilità dei corpi, le coreografie. Ero così affascinato da tutte le diverse espressioni e movenze coordinate e leggere del cast. È uno di quei musical scintillanti che sollevano in aria lo spirito e gli fanno fare una piroetta. Nonostante non capissi tutte le battute, ho sparso risate con generosità.

ooops

Sicuri che siamo nel teatro giusto?

Program for the night: we’re going to watch a musical. Scott booked the tickets, probably he told me the title but I could only remember the name of the theater, the King’s Theater, so, out of curiosity, I checked the program on their website. Apparently on stage there was Calamity Jane, a western, not exactly my cup of tea. Oh well, we’ll enjoy nonetheless.

We eat a venomous pizza and rush to the theater. Our seat in the first row. Scott takes his iPhone and starts tagging on Facebook: «watching The Producers». ,,What? Scott, isn’t this Calamity Jane?’’ ,,No, Calamity Jane will be in the next weeks I guess, this is The Producers.’’ ,,Ahn, then…what about the banjo hanging on the curtain? And what about the girls wearing a cowgirl hats?’’ ,,Don’t worry’’. 7.20, a security guy approaches us: ,,Sirs, may I check your tickets? The first two rows are supposed to be empty. Right, you’re in the wrong theater. This is Calamity Jane’’. Whaaat? But…we went through two ticket controls! Embarrassed, we hurry away to the Theater Royal (royal, king…maybe that’s why Scott got confused). We reach our seat at 7.30, panting, right on time. I certainly can’t be bored when I’m with Scott.

I feel really ignorant when it comes to movies. I didn’t know The producers is a movie from Mel Brooks (which equals good laughs), and he translated it into the musical as well. The story is about a down-on-his-luck Broadway producer who meets a young accountant who wishes to become a producer himself. They team up to gather money and produce a musical. Their aim is to fail, so to keep all the money. With this goal in mind, they pick the most disgusting script and they hire the less talented director. Unfortunately the show will be flamboyant and successful.

The producers is spiced up with coarse stereotypes (which work fairly in this context): camp gays, a blonde, tall and well endowed Swedish girl, a German nostalgic man who wants to brush up Hitler’s image. So many Nazi greetings…it took me time to warm up and laugh at the jokes, some topics are still taboos in Italy.

America seems obsessed with Broadway, a magical place, the stage where dreams come true as a well choreographed set of notes and dance steps. I loved the smiling dancers, their fluid movements and changing costumes, their agile and flexible bodies. I was charmed by their smooth and light steps. It’s one of those bright musicals that lift your spirit up and make it piroette around. I didn’t get all the jokes, but I scattered around my laughs with generosity.

Right curtain.

Right curtain.

Advertisements

Do you hear the Chorus sing?

Mentre leggete, ascoltate il video.

Questi siamo noi del Chorus, il coro amatoriale della mia università, che cantiamo il medley dei Miserabili. A me ormai sinceramente esce dalle orecchie. È stato il pezzo con cui ci siamo esibiti per tutto il secondo semestre, e per quanto mi piacciano i musical, le miserie di Cosette, Fantine e gli altri rivoluzionari francesi dopo un po’ hanno perso la loro carica emotiva iniziale (come diavolo fanno i cantanti professionisti a mantenere la tensione dei testi e delle note dopo tante repliche?).

proms3

Le foto belle sono di Theodor Ștefan Asoltanei.

 

promsInnanzitutto, l’abbiamo portato alla Strathclyde Proms, una specie di Gran Galà della Strathclyde. Si è tenuto dentro al Kelvingrove Art Gallery, il museo più grande di Glasgow (quest’anno i gruppi musicali dell’università han deciso di fare le cose in grande). Sembrava di trovarsi in Una notte al museo, con gli animali impagliati e i busti e le opere d’arte ad osservarci dalle sale buie. L’acustica non era ottimale, ma l’atmosfera del luogo e i duecento attenti spettatori compensavano. Come pezzo finale, per il quale hanno unito le forze tutti i cori e le orchestre, è stato scelto Moment for Morricone. Noi del Chorus non sapevamo bene la parte e abbiamo semplicemente aperto la bocca per buona parte del tempo, ma eravamo coperti dalla potenza dell’orchestra e da un cantante che muggiva nelle retrovie.

proms2

Poi l’abbiamo portato all’Arts Festival, la rassegna all’aria aperta dei gruppi artistici e musicali dell’Università. Abbiamo cantanto in centro, un sabato mattina, sulle scale delle Buchanan Galleries, con le nostre magliette viola, col vento che scompigliava gli spartiti, il sole brillante in faccia e i passanti che chiacchieravano e si fermavano incuriositi durante il loro shopping finesettimanale.

proms6

E infine appunto l’abbiamo cantato alla festa finale del coro. Pur essendo un’esibizione per pochi intimi (amici e famigliari), ha riscosso un buon successo di pubblico. Quando abbiamo attaccato il medley, dallo stupore ho saltato qualche nota. È stata una partenza inaspettatamente intensa, intonata e con una certa quantità di passione. Stavamo cantando leggermente sopra ai nostri standard da coro amatoriale. Quasi fossimo consapevoli che era una l’ultima esibizione dell’anno (e per chi ci lascia, l’ultima in assoluto) e stessimo dando il massimo. Qui sotto potete ascoltare l’esibizione integrale.

Dopo esserci ingozzati di formaggi, crackers, vino e brownies (questi rinfreschi si chiamano cheese and wine), siamo andati al karaoke, dove ho perso le ultime briciole di dignità stonando nota per nota Lovefool (su istigazione di Edda) e, in falsetto, Wuthering Heights (mi domando perché Jennifer non mi abbia scaraventato giù dal palco). Tipo Cameron Diaz ne Il matrimonio del mio migliore amico, ma purtroppo senza tutte le altre qualità di Cameron Diaz. Il giorno dopo mi sono ritrovato una voce ruspante e la reputazione canora ridotta a uno straccio. Ma non basta questo a convencermi di smettere di cantare! Sono affezionato al coro, abbiamo creato gruppo, sintonia e affiatamento, e abbiamo passato i lunedì sera in allegria. Intanto ci fermiamo durante l’estate, ma ci risentiamo ad ottobre. Abbiamo già eletto il nuovo direttivo, e indovinate…ne faccio ancora parte!

Laura and I

Le foto brutte sono mie.

 

While reading, please play this video. This is us, the audition-free Chorus of Strathclyde University, performing for the n-th (but last!) time a medley from Les Miserables. It was our forte during the whole second semester. In all fairness, I am sick and tired of this medley, even though I like musicals, the miserable stories of FantineCosetteAndAllTheRevolutionaryFrench lost their emotional vibe to me after a while. I wonder how professional singers can keep the tension after so many identical performances.

heads kelvingrove  art gallery

First, we sang it at the Strathclyde Proms. That was a huge event. All the music society of Strathclyde University got together and organised this big concert in a fantastic (although expensive) location, the Kelvingrove Art Gallery. It felt like we were in A night at the museum. Stuffed animals and busts and paintings were spying on us from the dark halls. We performed in front of two hundred people, maybe less than expected, but quite a lot for me. It felt amazing, especially the last piece we sang all together, bands and orchestras and choirs jointed. We did not know our part, but the instruments covered our voices and behind me a singer was bellowing loud enough.

proms1

The we sang it at the Arts Festival, singing open air on the stairs in front of Buchanan Galleries on a Saturday morning, while the passersby were watching with curiosity while walking by with their shopping bags. The sun was shining, the wind was flipping the music sheets and covering our voices.

proms5

Last but not least, we sang it at the wine and cheese night, our final rehearsal+performance, which was at the same time very intimate and very successful. You can listen to the whole recording here. As the first notes started, I was caught by surprise: we were singing with intensity, passion and in tune. Let’s say, slightly above our usual, amateur-choir standards. We sensed it was our last time together, for some of us even the very last time in our choir, and we were giving our best. Afterwards we filled our stomach with cheese, crackers, cakes and wine and then headed to the karaoke bar. I hurt everybody’s ears singing a bad version of Lovefool together with Edda and a completely out-of-tune falsetto version of Wuthering heights with Jennifer (I guess she really wished she could push me off the stage). I felt like Cameron Diaz in My best friend’s wedding, without sharing Cameron Diaz’ other lovely qualities though. The following day my voice was rough and my self-regard was low. Still, nobody will stop me from singing again! I love my choir, we found harmony and spent Monday evenings together. We will have a break during the summer but next year we’ll be back, and I am still part of the new committee. Ah!

proms4

Dolly Parton story

Scott si è ritrovato con due biglietti in più per uno spettacolo in onore di Dolly Parton. Io a malapena so chi sia questa cantante, ma era un’idea per un sabato sera alternativo e mi sono accodato.

Eccoci quindi al Pavilion, un teatro nel centro di Glasgow, piccolo e démodé, con i sedili stretti, i controsoffitti pacchiani dipinti a scene bucoliche, putti e fronzoli ovunque, i balconcini ai lati ad imitazione di teatri ben più celebri. Ci siamo ficcati nei seggiolini e ci siamo messi comodi in attesa dello spettacolo. Guardandomi intorno, mi sono accorto che la stragande maggioranza del pubblico era composto di donne di mezza età, signore anziane, ragazze con il cappello da cowboy. Qualche marito che evidentemente era lì solo in veste di accompagnatore. Qualche giovane a caso. Dove mi hanno portato?

La cantante che incede sul palco è una (non più) ragazza con una parrucca platinata eccessivamente finta. Andrea Pattison, questo è il suo nome, cambia l’abito tre volte, ogni volta pieno di lustrini, un po’ sopra le righe e con il serio rischio di mostrare più carne di quello che la serata richiedeva. La storia di Dolly Parton le serve solo per introdurre le diverse canzoni. Parla in falsetto e con un accento simil americano per imitarne la voce. Parte in sordina, ma man mano che si scalda, mi accorgo che la sua voce trascina il pubblico. Mi ritrovo la signora di fianco a me ad urtarmi il braccio mentre si agita con slancio. File intere si alzano in piedi e si dimenano con entusiasmo.

Andrea ci commuove cantandoci una canzone sua, scritta in occasione del suo matrimonio in memoria del papà che non c’era giù più. Ci fa sorridere con qualche battuta. E pian piano mi affeziono anch’io ai ritmi country di Dolly Parton.

Mi rendo conto che tutte queste signore hanno il volto raggiante perché stanno rivivendo i ricordi della propria gioventù, legati a una colonna sonora impregnata di un sogno americano che a volte si avvera, schegge di felicità cristallizzata nella memoria. Assieme a queste donne, un sabato sera sono stato trasportato anch’io in un angolo lontano, in un altro tempo, in un’altra nazione. E allora anch’io mi sono alzato in piedi e ho ballato sulle note di Walking on sunshine.  

doll parton story

What is the woman behind me doing???

Scott had two extra tickets for a “Dolly Parton story” tribute show. Dolly Parton does not feature among my favourite singers, but it was a nice idea for an alternative Saturday evening, and I gladly went along.

The show took place at the Pavilion, a wee theatre in the city centre, tiny and out-of-date-looking, with narrow seats, with garish ceilings painted with bucolic scenes, angels and trimmings everywhere, small balconies trying to keep up with more prestigious theatres elsewhere. We burrowed down in the seats and we made ourselves comfortable waiting for the show. I had a look around, there were mostly mid-aged women, old ladies, young girls wearing a cowboy hat. The few men were husbands, evidently dragged over there by their wives, and some random boys. Where the hell was I?

Andrea Pattison, the singer, walked briskly on the stage wearing a visibly fake blondie wig. She would change her dress thrice over the evening, all of which were glittering and slightly over the top and showing little more skin than her age or role should required. Dolly Parton’s personal story was a way to introduce the various songs. She talked in a high-pitched, american-lilted voice. She kicked off on the sly, then she warmed up and triggered the audience’s enthusiasm. The lady sitting by my side started hitting my elbow while jumping in excitement. Whole rows of girls behind me stood up and started shaking along with the music.

Andrea sang one of the songs she penned for her wedding in memory of her departed father, and made us cry. Joke after joke she got some laughs. Little by little I got fond of those country rhythms.

I suddenly became aware that all those women were beaming with delight because they were taken back to their youth whose soundtrack was their personal American dream, to some happy reveries crystallized in their memory. Along with them I was taken as well to another country, another decade far away. So I stood up and danced with them to the notes of Walking on sunshine.

Musica ricercata

La mia amica Nicoletta bisogna sempre correrle dietro-a volte, come è successo ieri, proprio rincorrerla alla lettera. Se lo faccio ancora dopo tanti faticosi anni, è perché sono convinto che ne valga la pena.

La Nico studia musica classica contemporanea al Conservatorio. Prima che vengano in mente azzardati collegamenti con strimpellatori sempliciotti di musica leggera, la musica contemporanea è un po’ come l’arte moderna. È fluida, non codificata. Mischia generi, sperimenta, contamina. Non si accontenta del range di strumenti e voci impiegati dalla musica classica, e allora si rivolge ai rumori, all’elettronica, usa dissonanze e sussulti e lascia molto spazio alla fantasia dell’esecutore. Ad esempio. Immaginate di trovare all’interno di una composizione per due viole l’indicazione: “pestare con forza i piedi per terra”. E i due poveri violisti si ritrovano a dover non solo suonare, ma anche a fare step sul palco. Basterebbe aggiungere un percussionista che eviti loro di distrarsi, ma no, sarebbe troppo facile, no? Ovviamente, come per ogni sperimentazione, il confine tra avventura e baggianata è un terreno dove si mette alla prova il talento.

conservatoryIl Royal Conservatory of Scotland ha scelto come colore il lilla, e io, con indosso un maglione dello stesso colore, sono andato a sentire Nicoletta che si esibiva al piano con un pezzo più ordinario, che risale al 1953, la Musica Ricercata di Ligeti (ascoltatela, dura una mezz’oretta). Ha coinvolto due ballerini e un’artista che ha corredato la musica con proiezioni di video: orologi con lancette in corsa, liquidi colorati pieni di bolle, una faccia che viene pasticciata dai colori. Mi sono goduto i movimenti dei ballerini, invidiandone la capacità di esprimere con un corpo, lo stesso corpo che mi ritrovo anch’io, così tante cose, senza parole, senza bisogno di un contenuto preciso. Nicoletta è perfezionista e ogni volta mi confessa di aver perso qualche nota per strada. Io confesso di non aver perso una nota di quelle rimaste. Per una volta non ho lasciato vagare la mente tra sogni e pensieri. La Nico in un angolo voltava le pagine dello spartito, enormi, frutto di un sapiente lavoro di forbici e scotch e piene di note colorate neanche fossero appunti delle superiori. Le mani correvano dagli estremi della tastiera al centro e poi di nuovo via. La Nico non si accascia sui tasti con aria mistica, tiene uno sguardo concentrato e corrugato, come se stesse interrogando lo spartito, come se volesse estrarre un po’ di succo da quella bicromatica vastità in potenza che ha davanti. Un linguaggio muto per me, un campo fertile per Nicoletta, in cui andare alla ricerca di cibo per l’anima.


nicoMy friend Nicoletta studies classical contemporary music at the Royal Conservatory of Scotland. If you don’t know what contemporary music is, well, it is like modern art. It contaminates genres, it picks up from different sources, it mixes and merges. The traditional range of instrument and voices is not enough, therefore electronics, sounds and noises are sewn together. The performer needs to use a lot of imagination and contribute and improvise as well. For example: I’ve seen a performance for two violas. The viola players were asked to hit the ground every now and then with their feet. A normal piece of music would have just added a percussionist, but it is less fun than seeing two violists stepping clumsily on the stage! Sure, the boundary between brave experimentation and daftness is a playground where one proves real talent.

The Conservatory goes for a nice lilac colour in its logos and I popped up with a jumper of the same colour to listen to Nicoletta, who prepared a recital based on G. Ligeti’s Musica Ricercata (please hear it out, it lasts 30 mins). She was joined by two dancers on the stage and a visual artist who provided some videos to project on the screen, featuring clockarms spinning around, bubbles in bright viscous liquids, a face being painted. I enjoyed the dancers, so jealous they can express so much with their own body, the same fleshy body as mine, without words, without the need for a precise content. Nicoletta is perfectionist and each time she admits she skipped some notes. I did not skip any of the left ones. I was focused on the music. She was turning over the big sheets of music, cut and pasted to fit all together over the keys and full of colourful annotations like a student’s notebook. Her hands ran to the ends of the keyboard and then back again. She doesn’t bends over the keys with a mystic attitude, she stares at the sheets as if she was questioning them, as if she wants to extract some juice from that bichromatic potential vastness in front of her. A wordless language to me, a fertile field for Nicoletta, where she harvests crops for the soul.

 

 

Ding dong merrily on high

Ho cambiato cori con la frequenza dei miei traslochi. Per uno come me che canta da solo per strada, il coro è una copertura necessaria e uno sfogo complementare. Anche agli scozzesi piace cantare, e tra l’imbarazzo della scelta sono finito nel coro della mia università, quello più abbordabile, senza necessità di sostenere audizioni o di esibire nutriti curriculum musicali. In occasione del Natale gli impegni canori sono multipli: concerto con la Concert Band e la Jazz Band (quest’anno a St Andrew in the Square, che è una vecchia chiesa sconsacrata e adibita a sala concerti), con la Christian Society e infine il servizio per l’Università. E quindi eccomi qui, vestito totalmente di nero che fa sempre tristezza (da questo punto di vista, mi mancano i miei colorati cori tedeschi), a parte il cravattino di tweed rosso d’ordinanza e la mia cintura chiara completamente stonata, a cantare di fronte a una platea colma (d’accordo, c’erano pochi posti disponibili, però che soddisfazione!). Esibizione di buona qualità. Applausi.

Se vi dico ,,canti di Natale” probabilmente pensate ai jingle commerciali che spopolano per radio e pubblicità e alle quattro nenie che conosciamo in Italia. In Gran Bretagna invece ne ho imparati diversi. I canti di Natale sono degli evergreen, un punto fermo della tradizione natalizia al pari del tacchino e dei crackers, li imparano fin da piccoli, conoscono tutte le voci e pure il controcanto. Il nostro repertorio non è estremamente difficile, solo quattro voci, e i canti natalizi non sono stati scritti o arrangiati per essere un arazzo di fili musicali intrecciati insieme.

Il nostro direttore Max è molto bravo (questo lo dicono i miei amici al conservatorio, fidatevi di loro), e ci fa sentire a nostro agio e non ci mette ansia da prestazione correggendo le nostre numerose imperfezioni. Sembra sempre soddisfatto e incoraggiante (questo lo dico io, ma fidatevi lo stesso), e col sorriso sulle labbra, anche se so che è sfinito per i troppi cori da seguire. Credo che decidere di cantare per professione sia un lavoro in cui la mancanza di stabilità e regolarità non siano sinonimo di creatività ma di stress. Max ama l’Italia e parla un buon italiano. Io sono così scortese da dimenticarmi che gli piace rinfrescarlo con me e mi rivolgo a lui sempre in inglese…

Un Erbocoro non è tale se manca la parte socialricreativa, ad esempio la cena di Natale, che per me è un evento da non mancare perché significa fare esperienza di una vera cena natalizia britannica. Il menu prevedeva zuppa per antipasto, tacchino o manzo o salmone con salsa e verdure lesse per piatto principale, torta al limone o sticky toffee pudding per dessert. Non suona particolarmente entusiasmante, vero? Devo forse aggiungere la tradizione di scoppiare i crackers e di indossare le stupide coroncine di carta velina? Dopo la cena (innaffiata con abbondante alcol) i ragazzi hanno prenotato in un club. Un club piccolo e scuro, in centro, che puzzava di vomito e dove il livello d’eleganza era basso addirittura per me. Al primo piano una con musica orrenda e non identificabile, al piano terra musica orecchiabile comprese le hit di Natale. Mentre cercavamo di goderci la serata, due uomini hanno cominciato a fare a botte. Kate, uno dei nostri contralti, è stata spintonata da uno dei due uomini, e mentre noi ci stringevamo contro il muro per tenerci lontani dalla rissa, lei si è coraggiosamente buttata in mezzo per dividerli. Tanta ammirazione. È diventata la mia nuova eroina.

Non contento di cantare e basta, quest’anno sono pure riuscito ad infilarmi nel direttivo in qualità di bibliotecario. Termine aulico per indicare chi fa le fotocopie dei canti, tiene in ordine l’archivio, distribuisce le cartelline ai nuovi coristi, porta in giro le casse con le copertine durante i concerti. I lavori pesanti insomma! Fra un po’ si ricomincia con le prove. Lunedì sera, nell’edificio delle associazioni studentesche. Dopo le prove si scende al bar a bere qualcosa insieme. Vi aspetto.

 

I’ve changed choirs as often as I’ve changed city. If you walk humming steadily away like me, a choir is a good way to give vent to such a singing need. Sottish like singing together as well, so when it came to decide I was spoilt by choice. As I am not a professional and like it informal, I’ve picked up the University choir, called Chorus. No audition, no need to be able to read the notes, no presence register.

Before Christmas our commitments were umpteen: a concert in St Andrew’s in the square with the Concert Band and Jazz Band, one with the Christian Society in the Cathedral and finally the Carol Service for university in the Barony Hall. So here I am, dressed in total black (so dull, I miss my colourful German dress codes), less the red tweed tie and my cream-coloured belt that doesn’t suit the clothes. We are singing in front of a crowded audience. Good performance. Applause.

Singing Christmas carols is part of a genuine British Christmas experience. There is such a huge tradition of carols, and people seem to know all of them, they learn the lyrics by heart since they are children and can sing all the voices and even the descant. Amazing. 

Our director Max is a good director (if you don’t believe me, believe our common friends at the Conservatory), he has experience, and he’s got a lovely method, he never reproaches us, or complain about our several imperfections. He’s so supportive and encouraging! Least but not last he speaks and love Italian, even though I always forget he would be glad to practice it with me and I keep addressing him in Italian.

A choir wouldn’t be suitable for me if there wasn’t a relevant socializing part, and the Chorus is very good at it. For instance, our social convenor Jennifer organized a good Christmas dinner in a quirky restaurant in West End. Here we were, cracking our crackers, wearing our silly paper crowns and chatting away. After the dinner we went to a nasty, gloomy pub in the city centre, with two floors, the upper floor hosting an undefinable music while downstairs there was more pop-dance-cheeky music. While we were trying to enjoy the atmosphere, regardless of the stink and of the bunch of drunken people pressing around. Two men started fighting close to us and Kate, one of our alto, was hit by one of them, but instead of withdrawing against the wall like all of us and clear herself away from their field, she went straight away to try and divide them. Now she’s become my new heroine. Kudos.

As singing is not engaging enough, I’ve volunteered as the choir librarian. That is, I’m in charge of the music library, photocopies, the folders with music, takes along the box with the black folders during the concerts. I enjoy it, it makes me feel active part of the choir. Soon we’ll start rehearsing again. Monday night, Union building. After rehearsal, we go for a drink together. Will you join us?

Concerto per piano e ritardatari/Concert for piano and latecomer

Uno degli aspetti positivi di vivere nella stessa città della mia amica Nicoletta, che è pianista, è che mi invita ai concerti. Questo aumenta notevolmente la mia familiarità con la musica classica, con cui normalmente ho un rapporto di diffidenza, o timore, o a volte semplicemente non comunico.

Dato che sabato ho accompagnato Georgia e Isabel in un giro estenuante all’Ikea, dove in tre abbiamo lasciato quasi 150 £ per cose senza evidente valore e senso estetico con cui riempire le nostre case, quando mi sono precipitato in centro ero praticamente in ritardo. Mentre sono per strada la Nico per telefono mi dà la tragica notizia: il concerto non è alle City Halls, come avevo capito io, bensì alla Royal Concert Hall, che è ad altri 10 minuti di distanza a piedi. Io ce ne metto cinque, correndo e spintonando la gente che intasa il centro. Arrivo sudato ma ancora in tempo per entrare, imploro un biglietto tariffa studente (6 £ contro quasi 30 della tariffa intera: costano salato questi concerti!), ci mettono minuti lunghissimi a trovarne uno ancora disponibile, mi affretto verso l’ingresso alla sala incitato dalle maschere (“dai, in fretta ché hanno già cominciato!”). Entro e decido che il mio posto, numero 28 fila K, è troppo lontano, non oso disturbare più di quanto la mia presenza visibilmente inopportuna (faccia rossa e imperlata di sudore e d’imbarazzo e di sgomento) già non faccia. Mi accascio sulla prima sedia libera davanti a me, occupando probabilmente un posto non da studente. Nessuno mi scaccia. Posso dedicarmi alla musica.

A quanto pare l’esibizione di questa sera era particolarmente valida per: la presenza di un pianista famoso; la qualità dell’orchestra; il programma. Non ho faticato a godermi la serata (giuro, ho visto gente sonnecchiare!). L’Uccello di fuoco di Stravinsky è abbastanza immaginifico di suo, tanto che la Disney l’ha inserito all’interno di Fantasia 2000. Ravel tiene in attività le dita dei strumentisti e le meningi degli ascoltatori col suo Concerto per piano. Infine i Pini di Roma, anche questo presente in Fantasia. (Vi ho messo i link, andateveli ad ascoltare!) La musica dal vivo è strabiliante, forse è per questo che mi ostino ancora ad andare a concerti, e Spotify e iTunes non mi bastano mai. È eccitante osservare gli artisti mentre si preparano alle loro battute, la tensione prima della loro entrata in scena si tramuta poi in suono, e tu non sai che suono sarà, ma già lo avverti: i violinisti sollevano gli archetti, le percussioni alzano la mazza, gli ottono mettono la sordina.

Dopo tanta arte, io e la Nico siamo finiti al Macdonald a ciacolare del più, del meno e di quello che ci sta in mezzo (ad esempio: qual è il titolo della filastrocca nascosta nei Pini di Roma? Abbiamo scoperto che si tratta di Madama Dorè). Sono tornato a casa dopo aver schivato diversi glaswegiani ubriachi e chiassosi per strada. Diciamo che hanno avuto un sabato sera un tantino diverso dal mio.

erbie tisana finocchio

Living in the same city as my friend Nicoletta has a huge beneficial influence on my relationship with classic music. Usually we don’t get along so well: I’m fearful, wary or simply we don’t talk the same language. Nico is helping me put up with it by inviting me to several concerts.

On a Saturday I’ve been around at Ikea with Georgia and Isabel. We’ve bought a heap of worthless and tasteless pieces of household thing we’ll stuff our flats with. When I came back home I was late for the concert. Apparently it was at the City Halls, but while I was hurrying Nicoletta told me no, it was at the Royal Concert Hall, 10 mins away from the City Halls. Well, I took only five, rushing and pushing the people in the crowded Glasgow city center on a Saturday night. Sweating, I begged for a 6-£ student ticket (full prize is about 30 £, what the hell?). The guy over the counter took ages to find out one of the two left over. I paid and rushed to the gate, while the ushers yelled at me: “quick, they’ve just started!”. Once in the hall I realized my seat, number 28 row K, was too far away, I should annoy to many people to reach it, more than those I was already annoying with my flushed face and my evidently-I-am-in-the-wrong-place look. I dropped myself on the first seat nearby I could find, apparently it was not a student-seat but nobody minded me. Great. Let’s enjoy the concert.

That Saturday night performance was worth it for three reasons: the presence of a well-known pianist; the quality of the orchestra; the program. I’ve witnessed some people sleeping, but I had fun. Stravinsky’s Firebird is quite vivid and lively, even Disney turned it into a cartoon in Fantasia 2000. Ravel’s Concert for Piano is brisk (at least in two of the movements) and keeps alive the pianist’s fingers and the audience ears. The Pine of Rome is nice as well (it’s in Fantasia as well). Live music is much better than any recorded rendition, the power and might coming from a real orchestra is incomparable. It’s so exciting to see the performers getting ready, putting hand on the bow, on the stick, on the keyboard. They know what comes next, you don’t, but you perceive something, a thrill, a tension in the air.

Nico and I then went for a chat over some chips in Macdonald, talking about music, Universe and everything. Coming back I had to zigzag among the drunkards. They certainly had a very different night.

Erbö’s swan dress

Giusto per rendere questo blog un po’ più frivolo e per non farlo sfigurare accanto a quelli di moda e faidate.

Jennifer, che organizza gli eventi sociali del mio coro, ha proposto un venerdì sera al karaoke. Per dare un tocco divertente alla serata, dovevamo partecipare vestiti da cantanti famosi. “Date sfogo alla vostra fantasia!” Detto, fatto. Un’occasione unica per unire il mio lato creativo, la mia voglia esibizionista di stupire, la mia passione per Björk. Ho avuto l’ideona di preparare il suo celebre vestito da cigno sfoggiato agli Oscar.

Alta sartoria.

Alta sartoria.

Avevo bisogno di un boa bianco, e ho passato al setaccio tutti i negozi vintage (nome cool per dire di seconda mano) del West End, ma nisba, in periodo di Halloween solo color arancio, nero o viola. Alla fine l’ho pescato in un piccolo negozio di costumi. Mi sono liberamente ispirato alle istruzioni di questo blog, usando materiale economico e più adatto alle mie scarse capacità sartoriali. Anni di travestimenti per le lauree al Collegio Mazza e di grest sono serviti come buona palestra. Un collant e carta assorbente sono bastate per il collo. Isabel si è rivelata un’ottima sarta, nel giro di un paio d’ore l’abbiamo cucito alla t-shirt con punti sicuri, precisi e forti. Infine le piume. Perfetto.

Ero pronto per uscire, ma Isabel e Georgia non erano soddisfatte. Mi hanno trascinato in bagno e in cinque minuti mi hanno truccato non così tanto da farmi sembrare una drag queen ma abbastanza da attirare gli sguardi attoniti e sospettosi dei glaswegiani alla fermata del bus. Ho calcato il cappello sugli occhi e alzato la sciarpa sul naso. Alla fine sono arrivato al karaoke senza collezionare più di qualche occhiata inquisitoria.

Il team di lavoro di Dennistoun.

Il team di lavoro di Dennistoun.

Il karaoke è una disciplina seria qui in Scozia, al pari dei quiz o delle freccette, e vengono organizzati dai pub a cadenza settimanale. Dovreste vedere il brio con cui la gente sceglie le canzoni, l’entusiasmo con cui le interpretano e il tifo con cui sostengono gli amici. Non si sale sul palco in 25000 per una cantata di gruppo come si fa in Italia. Davvero il Regno Unito è la patria degli X factor e x’s got talent, che non sono altro che karaoke con una scenografia alle spalle.

When Abbas met Bjork

I membri del coro in complesso hanno dato ottima dimostrazione di doti canore e bella presenza. Rappresentati c’erano, tra gli altri, gli Abba, Britney Spears, Paul McCartney. Io di sicuro ho sfoggiato le mie piume più della mia voce. Ho portato sul palchetto It’s oh so quiet quando ormai si era fatto tardi, trascinando con me Jennifer perché da solo non ne avrei avuto il coraggio. Diciamolo, oltre che le sembianze, del cigno avevo pure la voce sgraziata. Tant’è, mi sono divertito.

Uno scozzese mi ha chiesto se fosse un cigno (diamogli il beneficio del dubbio) e un altro, un armadio d’uomo, mi ha urlato: ,,mi piace Björk!”. Se cercherò fortuna nel mondo dello spettacolo, ho scelto il mio nome d’arte: Erbö.

 

Uguali! Aces!

Uguali! Aces!

Random post aiming at making my blog a wee bit frilly and to add some fashion-blogger-like taste to it.

Jennifer, the social convenor of the Chorus (Strathclyde Choir), proposed a night out in Cosmopol, the karaoke bar. To thrill up the night, everyone was invited to dress up as a famous, fancy singer. Great! A unique chance to show off my creativity, to give vent to my exhibitionist side, to take inspiration from one of my fav artists, Björk. Here we are: let’s prepare her celebrated swan dress, worn at the Oscar ceremony.

I needed a white boa, so I sifted out every vintage (which is actually a nicer word for “bargain”) clothes shop in West End. No way, the only colors available were orange, purple and black, damn Halloween! I eventually found it out in a wee costume shop in the Forge. A quick search on the internet gave me the right instructions and off I went, using a cream-coloured stockings, kitchen paper, glue and a big deal of help from Isabel, who turned up being a great tailor. We sewed the dress up in a couple of hours. I was ready! Oh no: Isabel and Geo were not happy with it, something was lacking…sure, the make-up! They dragged me to the bathroom, were they painted my face not too much to resemble a drag queen but enough to make me feel embarrassed while I was waiting for the bus, peeped by the stunned East End Glaswegians. I pulled down my hat and my scarf up to hide my face, but the feathers were popping out of the jacket. 

Karaoke is a serious thing in Great Britain, as well as darts and quizzes. Every pub organizes them regularly. People choose carefully their songs, perform alone on the stage, the audience help them with yells and beer. It doesn’t come as a surprise that United Kingdom is the reign of X factor and Britain’s got talent: they’re nothing else than bigger karaoke, with a jury instead of the bar tenant.

The choir guys have performed well. There were Abbas, Paul McCartney, Britney Spears, among the other. We sang nicely. I convinced Jennifer to sing together, I was too scared by the stage. For sure my dress was better than my voice, and It’s oh so quiet is rather a difficult song to try and emulate. It was fun.

A guy asked me if I was wearing a swan (“what on earth do you think it is, a chicken?”), another one, big and square, yelled: “I love Björk!”. I believe if I’ll ever try a career in the show business, my stage name will be Erbö.