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Golosoni/Sweet-teeth

Giovedì sera ho ricevuto una mail urgente da parte di Chip, un mio caro amico conosciuto a New York quest’estate. Un mio amico si trova a Glasgow, sta viaggiando da solo e gli farebbe piacere avere compagnia, riuscite a mettervi in contatto? Wow, che bello, com’è piccolo il mondo, certo, non ho programmi per il fine settimana, posso portarlo in giro per la città.

Ci incontriamo sotto il duca di Wellington, o meglio, il Cavaliere col Cono in Testa di fronte al Museo di Arte Moderna, uno degli involontari simboli di Glasgow e punto di ritrovo accessibile e riconoscibile. Patrick è un ragazzo alto e barbuto che abita a Brooklyn, fa il sindacalista per gente che lavora nel mondo dello spettacolo, soprattutto scenografi e costumisti, e si è preso una pausa di cinque mesi dal lavoro e dalla sua vita. Voleva visitare l’Italia, ma alla fine il progetto si è allargato, ed è partito dalle Fiji ed è arrivato in Regno Unito, passando per Australia, Sud-Est asiatico, il Bel Paese, ex-Jugoslavia, Francia, Irlanda.

Lo porto al The pig and the butterfly, un ristorante dove servono buon cibo scozzese in una cornice che mia mamma definirebbe riciclata da una cantina ma che qui chiamano alternativa. “Prendiamo il dolce?” “Mh, no dai.”
Usciamo dal ristorante, facciamo due passi lungo Bath Street nella rigida notte di un venerdì di fine novembre. Patrick: “In realtà un dolcetto ci starebbe bene”. Io: “Ma i bar sono chiusi e nei pub non servono dessert…dobbiamo entrare in un altro ristorante”. “Facciamolo, allora!” E così ci presentiamo al Las Iguanas, per ordinare due cocktail e due dessert, sotto lo sguardo divertito della cameriera. La stessa scena si è ripresentata il giorno dopo, ho provato a trascinarlo in uno dei miei tuor mozzagamba alla scoperta degli angoli che apprezzo di Glasgow, ma ci siamo semplicemente incagliati a mangiare cibo vietnamita e poi un gelato da Nardini’s (il Don Vito è davvero buono). Calorie a profusione. La sera ho cucinato io, pasta alla norma e per dessert la tortafrolla del Bonomi e Nutella (il mio programma prevedeva una più vivace serata a ballare ceilidh, ma la pigrizia e l’appetito hanno avuto il sopravvento). Patrick ama i dolci più di me, scrive su un blog che parla di gelaterie e ha creato un gusto nuovo per Ben & Jerry’s. Credo proprio che il suo viaggio sia stato una specie di Mangia Prega Ama, forse con scrivi al posto di prega (sta raccogliendo notizie sul mondo non profit per questo sito).

Patrick mi ha portato un bel po’ d’allegria e di risate e di storie, il clamore della sua vita piena di persone, di amici, di famigliari che si porta sempre dietro, che l’hanno raggiunto durante i suoi viaggi, o che non dimentica al momento di inviare dolcissimi biglietti d’auguri natalizi. Strano come la vita, con un americano, appaia più semplice, attiva, ricca di possibilità. Che prendere, impacchettare il minimo indispensabile in uno zaino, mollare tutto e visitare il mondo non sembri un’azione assurda ma una possibilità a portata di mano.

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Last Thursday I received an email from my dear friend Chip, whom I met in New York. “Urgent, a friend of mine is travelling on his own and he is in Glasgow right now. Could you meet up?” Sure, I don’t have plans for the weekend, we might hang around and I might show him the city around, which I am always glad to do. 

We met at the Guy with the Cone on his Head in front of the GoMA, one of the involuntary symbols of Glasgow. Patrick is a funny guy from Brooklyn. He decided to take a 5 months break from his job and life and travel around the world. His initial plan was to visit Italy, but he ended up starting from Fiji and ending in United Kingdom, passing through Australia, South-East of Asia, ex-Yugoslavia, France and Ireland. 

I took him to The pig and the butterfly, a restaurant where good Scottish food is served in an atmosphere my mum would call shabby but they would call alternative. At the end of the dinner we thought we might leave without dessert and we hit the road in a sharp November night. A few steps later, Patrick said: “I think we could go and find a dessert”. “But bakeries and coffee shops are closed now!-I objected-we should go to another restaurant”. “Let’s do that then!” We went to Las Iguanas for a cocktail, tambleque pudding and churros. We asked the waitress for her opinion which dessert we should have, and I think she was pretty amused. Same thing the next day. I tried to drag him into one of my legtaking tours of the city, but he was more interested in visiting the food places. We ate Vietnamese food and then an ice cream at Nardini’s. Loooooads of calories. Patrick has a bigger sweet tooth than me. He writes about ice cream on a blog, he even had his own Ben & Jerry’s flavour created and I believe his travel was much alike Eat, pray, love. Perhaps without the pray bit. Or write instead (he’s documenting for a no-profit webpage).

Patrick brought me many laughter, stories from around the world, his cheerful life crowded with friends and family he takes along with him and he treats with his Christmas cards. It’s odd how life looks so easy from an American point of view. Quit your daily routine, pack all the bear minimum in a backpack and leave-it’s not a big deal, it’s just one opportunity you’ve got at hand. Hope to meet him again in New York.

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Have a good one

Due mesi fa ho preso il volo per New York senza voglia di partire. Non ero convinto che mi sarei goduto quest’esperienza. Ho messo in valigia parecchi pregiudizi, poco entusiasmo, nessuna curiosità. Per lo stress ho preso la febbre appena atterrato. Dopo appena una settimana ho installato su Chrome un’estensione che contava i giorni che mancavano, tanta era la voglia di tornare.
La settimana successiva ho cominciato invece a contare i giorni con rammarico. Ora torno con un’idea diversa di New York e dei suoi abitanti.

Ad esempio, i newyorkesi hanno smentito l’idea di essere indifferenti alle sorti del prossimo. Gli angeli si manifestano anche a New York. L’angelo che ho incontrato io portava un elmetto arancione antinfortunio, un giubbetto giallo e un paio di occhiali dalla montatura spessa, e mi ha porto un caffè, mentre ero sul bordo del marciapiede. Era un caffè amaro e acquoso, ma era caldo ed era un gesto pieno di attenzione. Non avrebbe potuto consolarmi meglio.

Gli americani baciano e abbracciano come gli italiani. Mi ero disabituato al contatto fisico tra estranei. Sono aperti e attaccano bottone con chiunque. È così che ho fatto alcuni incontri luminosi: una donna sull’Hudson mentre scrivevo una cartolina, una vedova libanese a Bay Ridge, uno sdentato giocatore di scacchi a Washington Square, e Margaret, italoamericana devota di Santa Cabrini. Ognuno mi ha lasciato un pensiero, un racconto, un ricordo, una scintilla di sé.

metrotech

Il Metrotech è un polo di edifici a Brooklyn Downtown contenenti uffici e il Politecnico dell’NYU. I giardinetti al centro del polo si riempiono all’ora di pranzo. Ci sono delle sedie a sdraio rosse, delle sedie a dondolo, dei tavolini. Anche la sera c’è sempre qualcuno seduto, al fresco nella penombra, a controllare il telefono, a prendersi una pausa. In questi mesi hanno installato un’opera d’arte moderna. Si chiama The truth is I see you. Sono ventidue nuvolette (di quelle che escono dalla bocca dei personaggi dei fumetti) appese ai lampioni. Su una faccia c’è una frase in inglese, sull’altra la sua traduzione in una di 22 lingue tra le tante parlate a Brooklyn. È nata dall’idea di mediare le culture senza cercare la traduzione perfetta di ogni vocabolo, ma partendo dalle verità essenziali. Le frasi sono semplici, universali e definitive, fulminanti e potenti. The truth is I see you. The truth is I love you. The truth is I need you. The truth is I accept you. La verità…che cos’è, la verità.

erbo metrotechLa verità è che tutti abbiamo bisogno di affetto. O di attenzione. Di essere riconosciuti e abbracciati come individui, distinti dalla massa.

E la verità è che New York ha (ri)tirato fuori la parte migliore di me, il me che ho costruito in 25 anni di vita, il me che vorrei fosse me più spesso. Ha stimolato la mia creatività, la mia voglia di fare, la mia allegria e mi ha fatto crescere molto in termini di autonomia. Mi sono aperto agli altri, ho fatto volontariato. Ho tanti progetti in testa, e tanta energia come non me la sentivo da tempo.

Xorje mi ha consigliato di lasciare da parte qualcosa da vedere, per avere un motivo per tornare. Io ho risposto che tornerò per lui, e per gli altri amici. Non mi sono innamorato della città, come si fa irrazionalmente con le città belle. Non lascio un pezzettino di me, come con le città dove ho vissuto abbastanza a lungo da quasi mettere radici. Semplicemente sento di poter entrare ed uscire da New York come si fa con le case di certi amici cari. Sento che New York e io non abbiamo ancora finito di conoscerci. So che tornerò a New York.

Bye New York, have a good one x

When I left for New York, two months ago, I didn’t have any expectation. I was not even sure I would have enjoyed this experience. I filled my bag with much prejudice, little enthusiasm, scarce curiosity. I was so under pressure I got a fever as soon as I landed. After just one week I installed a Chrome extension to count down the days left to the end of the experience.
After one more week though things changed and I started counting the days with regret. I now come back with a different idea of New York and Newyorkers.

First of all, I thought Newyorkers didn’t care for their neighbours, but they proved me wrong. Angels dwell in New York too. The one I met while I was perched on the pavement wore a safety helmet, a yellow jacket, black rimmed glasses and kindly handed me a coffee. It was bitter and watery but it couldn’t taste better.

Newyorkers love physical contact, they hug and kiss as much as Italians. Gosh I was not used to it any more. They are outgoing and chatty. I came across some people who disclosed and shared with me their stories, memories, bits of their lives. A teethless chess player in Washington Square, a woman who appreciated my postcard writing, a widow from Lebanon in Bay Ridge, and Margaret, a devout Italian-american at St Cabrini’s shrine.

The Metrotech centre, in Brooklyn Downtown, hosts several offices and the Polytechnic, arranged around a square with a park. People come down to have lunch, to get a break, to walk the dog, to rest under the trees. A temporary exhibition hangs from the street lamps down there. It’s called The truth is I see you and it’s a series of double-faced balloons. On one side a sentence in English, each starting as The truth is, on the other side its translation into one of 22 languages chosen among the many spoken in Brooklyn. It sparkled from the idea it’s easier to understand such essential thoughts rather than look for complicated translations. The truth is I see you. The truth is I welcome you. The truth is I reflect you. The truth is…what is the truth?

The truth is we all need love, and we are desperately looking for a human contact that picks us up and saves us from the anonymous crowd.
And the truth is New York took out the best part of me, the me that I took 25 years to forge and that I wish it was my always-me. I felt creative, cheerful, lively, energetic. I volunteered, I grew more independent. I made several propositions for the next months, I hope I’ll keep them.

Xorje suggested I should leave something to see so I will have a reason to travel back, but I answered I will fly back for him and my friends. I am not sad leaving New York. I don’t leave behind my heart, like you do when you fall in love with beautiful cities. I don’t leave behind a part of me, like you do when you live long enough somewhere to root down. I simply now I will come back, like you do with good friends, you’re always welcome and the relationship is never over but develops forever.

Bye New York, have a good one x

L’occasione di prendere il volo/Everyone deserves their chance to fly

Del MoMA, dei materiali e dei musei

Se siete allergici ai bambini e ai turisti a caccia di foto, evitate il Museo di Storia Naturale. Se invece non vi interessa l’arte moderna o contemporanea prettamente americana, potete saltare il Whitney. Se vi piacciono il design e i gioielli, fate un salto al Museum of Art and Design (MAD). Se avete solo poche ore di tempo, potete pure provare a visitare il Metropolitan, tanto il prezzo del biglietto è solo una donazione suggerita e si può pagare anche solo 1 dollaro. Sappiate che però in due ore ho visto appena due sale, e di corsa. Se volete visitare il MoMA o il Guggenheim in tre ore fate pure, ma uscirete con gli occhi doloranti e il cervello e l’anima in subbuglio e bisognosi di riposo dopo tanti stimoli.

Se fossi un artista, e le mie opere fossero esposte, lascerei toccarle. Forse anche leccarle, strusciarle, parparle. Che fastidio vedere queste sculture fatte in materiali non convenzionali e non potersi avvicinare! I materiali sono una mia mania, una deformazione professionale, e molti di questi artisti sperimentano come neppure il sottoscritto in laboratorio. Potrei inserirlo tra i miei piani B. Sviluppo di nuovi materiali per studi d’arte.

Appello a tutti gli artisti. Chiamare un’opera Senza titolo ha senso se usato con parsimonia. Se arrivate a Senza titolo #38, si chiama Sindrome dell’etichetta bianca. Chiamatemi, ho numerose idee creative per voi, a gratis.

Infine vale la pena perdersi nelle 18 miglia di libri della libreria Strand. Libri per tutte le tasche e gusti.

Broadway

wikedAndare a vedere uno show a Broadway è un sogno che la Julie Andrews che dimora in me coltivava da tempo. Se poi è Wicked e tutto è verde, diventa estasi. Broadway è una macchina collaudata per gli spettacoli, dare emozioni è il loro lucroso mestiere. Le stecche del protagonista maschile e le libere interpretazioni rispetto alla versione originale hanno stemperato quella mancanza del brivido dell’imprevisto e dell’errore. Non dimenticherò l’espressione di Elphaba, la strega dell’Ovest, mentre prende il volo sulla scopa. E il mio imbarazzante contatto con il direttore dell’orchestra.

Amiche

Camilla e Margherita sono passate di New York e grazie a Facebook ci siamo incontrati. Siamo stati a vedere la Statua della Libertà, questa signora così forzuta e solida e muscolosa e tutt’altro che longilinea, con delle mani da Morandi e lo sguardo fisso verso il vecchio mondo, in direzione dei migranti che arrivavano sulle navi. Il rame si è ossidato dandole una tonalità vellutata e soffice che la rende meno severa.

Camilla poi aveva il desiderio di cantare al karaoke. Mi sono offerto volontario per a cantare Let it be e It’s raining man con lei. E poi ho voluto esibirmi in una personale interpretazione di Non ho l’età, la Gigliola non me ne voglia.Scelgo sempre canzoni al di fuori delle mie capacità ma che risvegliano una scintilla nel mio cervello. C’è qualcosa di liberatorio nel karaoke. Che sia su un palchetto o dal bancone del bar, percepisco con dolorosa chiarezza le mie imperfezioni ma perdo cognizione di chi mi circonda, mi libero di ogni inibizione e mi ci dedico fino in fondo. Posso vantare di aver fatto anche questo, sconfiggere l’imbarazzo e trafiggere le orecchie dei clienti di un oscuro karaoke bar coreano vicino a Columbus Circle nel centro di Manhattan.

Marmellata #110815

All’aperto

Central Park è così grande da essere attraversato da strade interne. Gli alberi lo proteggono dallo smog della metropoli. Gli scoiattoli grigi sono animaletti aggressivi, la versione coccolosa dei piccioni. Si riempie di gente che prende il sole, gioca, porta i bambini al parco giochi, passeggia, fa picnic, e poi di persone che guadagna due dollari facendo ritratti, massaggi o gigantesche bolle di sapone. Sono andato a correre con la sezione locale dei Frontrunners, nonostante l’umidità e la pendenza del parco tagliassero il fiato.

Al Lincoln Center danno un fitto programma di spettacoli all’aperto, io sono stato a sentire i mitici Matmos e Yo La Tengo.

Of MoMA, museums and materials

science museumIf you can’t stand kids and pictures-taking tourists, avoid the Natural History Museum. If you enjoy design and jewellery, you should pop in the Museum of Art and Design (MAD). If you’ve got only few hours, you might want to attempt the Metropolitan Museum. Good luck though, I barely visited two halls in two hours. Unless you really like contemporary and unkknow American art, you can skip the Whitney Museum. You can visit the MoMA and Guggenheim in fewer hours, but beware, you’ll need some rest for your heart and eyes, upset by so many sensorial stimuli.

If I was an artist, say, a sculptor, my works would be open to be touched. No, touch is not enough. Stroke, rub, caress, lick. I so hate seeing such nice creations and not being able to have a contact. My material mindframe longs and craves for exploration. I could actually turn it into a job. Materials developer for artists. Mh.

A call to artists in search for ideas. You might think calling your work Untitled something cool and open to interpretation, fair enough. When you call it Untitled #38, though, it’s pathological. If you really need crearive ideas for fancy titles, do not hesitate to contact me.

Broadway

For someone like me, who is Julie Andrews inside, Broadway is a thrilling experience. If the show is Wicked and all is green, that’s ecstasis. The actor playing Thierau sang out of tune and I kept thinking: “no, here Idina would have sung better”, but this simply added flavour to something otherwise flawless and too perfect. I won’t forget Elphaba’s expression while she take flight at the end of the first act, nor my embarrassing question to the orchestra conductor.

Friends

Camilla and Margherita dropped by and took me to the Statue of Liberty. It looks massive, sturdy, with muscular arms. Fortunately the copper oxide gives it a soft, velvety texture.
Camilla really wished to go to karaoke, so we tagged along. Eventually she had me sing with her Let it be and It’s raining men. To add to the embarrassing moment, I sang a peronal rendition of Non ho l’età, that’s quite ridiculous in Italian, not to mention in front of the skilled Americans customers in that dark Korean karaoke bar. Karaoke has a liberating effect on me. I keep trying even if my voice sounds like an ugly meowing. I don’t mind, I focus on myself, I shut out the others. Maybe I should choose songs that are closer to my range-but these simply snap in my mind.

Preserve #110815

Outdoors

Central Park is so huge that is crisscrossed by internal roads. The gray squirrels are so aggressive, not different from rats. I love seeing the people who sunbath, take the children to the playground, picnic, play, read. The trees protect the park from the city pollution. How much Newyorkers love their trees! And then I love the people that earn their bucka painting portraits, blowing soap bubbles, offering massaging, busking.
I joined the local Frontrunners for a couple of times, a challenge to the humid wheather and the steep roads of the park.

Free outdoors gigs are organized through the summer at Lincoln Park. I saw the great Matmos and Yo La Tengo.

A qualcuno piace dolce/Some like it sweet

Non ero particolarmente entusiasta di sottopormi allo sregolato regime alimentare americano. Temevo di non entrare nei miei pantaloni al mio rientro a Glasgow. Alla fine mi sono arreso, le misere condizioni della cucina nello studentato non mi invogliavano a mettermi ai fornelli, né avevo troppo tempo da investire nella preparazione di cene e pranzi sani, e mi sono adattato allo stile di vita locale. Benvenuti cibi congelati, panini, zuppe in scatola, e soprattutto benvenute gastronomie, ristoranti e mense.

amerikanerA New York si trova da mangiare ovunque e per tutti i gusti e tasche. New York raccoglie numerose tradizioni culinarie, le adatta al gusto locale senza snaturarle troppo. Un esempio: la pizza è molto gustosa, a quanto pare è la più buona che si trovi in America. A me piace quella di Two boots, dove i due stivali del nome sono l’Italia e la Lousiana. In America le porzioni sono enormi, avete presente quando da Starbucks si può scegliere tra tall, grande o venti–opzione small, non pervenuta? A New York comunque si cerca di mangiare in modo equilibrato e ci sono pochi obesi, forse perché si cammina tanto. Si mangia molta frutta e verdura, la si trova anche sulle bancarelle sul marciapiede oppure nei mercati all’aperto nelle piazze, venduta da coltivatori locali. Dopo numerose prove, ho scoperto che il negozio col migliore rapporto convenienza/qualità è Trader Joe’s, dove si trovano prodotti biologici (e si spera sani) ma non di marca.

marshmallows barsIn America si esagera con il sale e lo zucchero. Lo sciroppo di glucosio è una sorta di droga legale e supportata dalle potenti lobby dei coltivatori di mais. La stessa Michelle Obama ha gradualmente rinunciato a promuovere una dieta sana e si è spostata piuttosto in direzione di maggiore attività fisica. E quindi via, vi presento una carrellata di snack americani. Le pop tarts sono mollicce, senza consistenza, non si capisce dove siano le fragole, e hanno un retrogusto salato. Ho trovato Oreo con mille gusti diversi, dalla menta al limone al burro di arachidi. Ho provato la gelatina alla menta e quella all’uva, tipiche della tradizione americana. Negli USA hanno un’inspiegabile predilezione per i marshmallows: ho provato orribili e insapori cakes ai marshmallows, il marshmallow spalmabile che costa meno della marmellata, quelli ricoperti di cioccolata, le marshmallow bars che sono barrette mollicce di riso soffiato con marshmallows fuso.

pop tartsSe siete alla ricerca di torte, date retta a me, non andate dal Boss delle torte se non per una foto. I dolci lì sembrano finti e sono costosi. Andate piuttosto da Sarabeth per dolci da forno, oppure da Betty bakery per il cheesecake e le cupcakes più sfiziose, oppure da One girl cookies per i woopies e una fetta di red velvet cake. Ho scoperto che ci sono due tipi di donuts, yeast (aereo, spumoso e leggero) o cake (un po’ più simile ai fritti italiani, sostanziosi e corposi). Verdetto generale: i dolci americani sanno troppo da zucchero, che detto da un golosone come me è grave, e hanno una consistenza molle, fiacca, in generale sbagliata!

zebra cakesPer quanto riguarda il cibo salato, adoro il corn bread, che è una specie di muffin di polenta, dolcissimo e dorato, da accompagnare alla carne. Ho provato il puré di patate dolci ed era divino. La zuppa Campbell è molto cremosa, salatissima e credo fatta con ingredienti di vaga qualità.

Dopo tutte queste calorie ingerite, incredibilmente nei pantaloni ci sto ancora, ma le mie magliette onestamente tirano sull’ombelico.

il boss delle torte

Carlo, proprio non ci siamo.

I was not looking forward to guineapig the American diet. I feared I wouldn’t fit my trousers anymore after two months. But let’s face it: the city life doesn’t leave any spare time nor energy nor inspiration to cook fancy meals twice a day. I converted quite soon to the american eating style. Welcome frozen food, welcome sandwiches, ready food, canned soups, and then canteens, cafeterias and delis. And welcome some new food to try.

marshmallowscampbell soupNew York offers a whole range of cuisine and food, for every taste, every wallet, anytime. And it is not necessarily bad. For instance, pizza here is the best of America and even if it does not taste like home, it’s good. I recommend the Two boots, where the boots of the name are Italy and Luisiana. Have you ever noticed the XL size of American portions? Like, when the drink cup sizes start at tall. Eh? Where is the small? Actually people look quite healthy and obese are rare, people keep walking and eat fruit and vegetables, that can be found even on stalls on the streets or in farm markets in the weekends. After much exploring I can state Trader Joe’s is the best groceries shop, a good balance between quality and low prices through self-labelled products.

mint jellyEverything is tasty, salty or sugary. Corn syrup is like a powerful, legal drug present everywhere and sponsored by the corn lobbies. Even Michelle Obama was forced to shift from ‘let’s eat better and drink water’ to ‘let’s do physical activity!’. I tries several snacks but I was quite disappointes, in general they are oversugary and their texture is wrong, they like it chewy or soft or spongy or fluffy or lolly. If you fancy a dessert, listen to me, don’t waste your money at Carlo’s, the cake boss. His cakes are fake and costy. You’d rather go to Sarabeth’s for bakery, Betty bakery for cheesecakes and pies, One Girl cookies for woopies, and Melt for ice cream sandwich.

If you prefer savory meals, I can recommend trying the corn bread, which tastes so sweet and goes with meat, mashed sweet potatoes. I tried the famous Campbell soup but I was disappointed.

After some weeks of a new diet, my trousers still fit me, but my t-shirts are slightly stretched over my belly button.

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Fancy Oreo biscuits.

Cultural shocks

Un venerdì sera. Hell’s kitchen. Un locale buio (qui i bar e i club sono estremamente scuri e la musica è alta, quasi ad invogliare a usare Messenger piuttosto che chiacchierare con chi ci sta vicino). Un amico di Brandon, dal nulla, mi chiede: “qual è stato il più grande shock culturale finora?”. Domanda impegnativa per un venerdì sera. Vediamo, da dove posso cominciare?

Ero in compagnia di ragazzi più giovani di me e che hanno una carriera già ben avviata, molte responsabilità, lavori che danno soddisfazioni anche se mi possono sembrare aridi (finanza, assicurazioni, gestione d’impresa). Ho conosciuto una quantità di avvocati come mai in vita mia. Avvocati che lavorano per il governo, o per grandi aziende, non divorzisti o penali. Queste persone si trasferiscono qui da tutta l’America, perché attraversare gli stati in cerca di un buon lavoro è normale, specie se si proviene da certe aree centrali. A New York non importa da dove vieni, ma solo quanto e cosa sai e sai fare, per questo un’istruzione decente (garantita solo da una manciata di università dal nome altisonante) è fondamentale. Una volta ottenuta una laurea, le prospettive di carriera sono aperte. A New York però si tende a lavorare troppo, straordinari a non finire. E i newyorkesi tendono a pensare troppo al denaro, argomento che viene sempre infilato nei loro discorsi in termini di stipendio, benefits, affitto o costo della vita, beni acquistati. Ehi ragazzi, c’è altro nella vita! Quando sono uscito a cena, sono rimasto colpito da come, a fine cena, i ragazzi gettino le carte di credito sul libretto del conto come shanghai. La cameriera provvederà a strisciarle e a far firmare la ricevuta. A proposito: i dollari a me sembrano biglietti verdi tutti uguali. Quando li tiro fuori tutti accartocciati dalle mie tasche, mi sento così: vivian barney all this money

Gli americani sprecano come se non ci fosse un domani. Enormi quantità di packaging da buttare, montagne di acqua, energia, cibo. Non possono vivere senza condizionatori che creano un gelido polare e i quali condensano fastidiose gocce d’aqua sul marciapiede. Mi sono rassegnato a diventare consumatore e sprecone io stesso. Non era facile fare la raccolta differenziata nel mio studentato.

Ho come l’impressione che in America la gente venga anestetizzata e imbottita di qualsiasi cosa per renderli soddisfatti.Vengono imbottiti di cibi zuccheratissimi o salatissimi, in enormi quantità, e poi medicine, droga, divertimento, musical, social media, sport sono a portata di mano. La felicità l’hanno inserita nella costituzione, certo, ma si sono dimenticati di specificare che è un diritto che va condiviso e praticato insieme, altrimenti diventa egoismo.

psychichPerfino le maghe spuntano da ogni angolo, promuovendo la loro attività con insegne che neppure le parrucchiere, spuntano da ogni angolo per leggerti il palmo della mano e rassicurarti sul tuo futuro. Eh, l’America non è necessariamente un paese moderno.

Qui tutti bevono come cammelli le loro bibite zuccherose, e tutti i vuoti a rendere che vengono gettati nei cestini generano uno strato sociale di spazzini, barboni o meno, che passano la sera a setacciare i cassonetti alla ricerca di preziosi vuoti, che raccolgono in enormi sacchi, per poi portarli in certe macchinette e ricevere indietro soldi. (Domanda: è civile una società che permette di sopravvivere rovistando nel pattume?)

Altre piccole differenze: lo sciacquone si aziona tirando una manovella, e poi la tazza del water si riempie d’acqua fino a metà. Sotto il livello del marciapiede ci sono le cantine e i magazzini dei negozi, ai quali si accede aprendo delle porte metalliche sul marciapiede. Gli scuolabus sono gialli e vecchissimi, e i taxi sono gialli a Manhattan e verde mela a Brooklyn.

Sto cominciando a pensare all’America non come un’unica entità ma come un insieme di 50 stati distinti. Le differenze interne sono profonde e chiare. Innanzitutto c’è la divisione Nord/Sud, e poi Est-centro-ovest. Quando mi capita di parlare dell’Europa, in prospettiva mi appare così piccola e frammentata in mille staterelli, inutili quanto preziosi. E mentre l’America è estremamente dinamica, l’Europa mantiene vivi miti, archetipi e tradizioni che poi vengono rimescolati, rivisti, rielaborati, impiegati dall’America per creare nuove saghe, nuovi simboli, nuove forme di cultura. Credo che sia un ruolo di conservazione che dovremmo abbracciare , non tanto con rassegnazione ma con consapevolezza.

A seguire, alcune foto sparse.

Friday night, Hell’s kitchen, a dark bar (in New York bars and clubs are so loud and dark, as if they would prefer you checked your phone rather than talking to your friends). Brandon’s friend asks me out of the blue: “what’s the biggest cultural shock you’ve had so far?”. What? Quite a deep question to ask on a Friday night. Let’s see, where shall I start?

Well, first, I am dazed by the social dynamism. I was talking to boys that were hardly older than me, and who were having good jobs, responsibilities, satisfactions, a bright career ahead. They travelled the States (and sometimes even the world) to come here and get the best. They chose the most expensive (and therefore the best) universities, which grant a job place after graduation. It doesn’t matter where you come from, if you’re rich or poor, to set down your own path. I’ve never met such a big number of lawyers here, working for companies or the government. A drawback is that is all about the work (I wouldn’t be happy working all those extra hours, even if they’re well paid) and all about the money (holidays, rents, flats, properties, owning…). Well, there’s more to life than this. I was struck by the custom of leaving your credit card on the bill book at the end of a dinner. I look like a hobo, picking my crumbled dollars out of my pocket. I looked like Vivian in Pretty Woman.

Americans are professional wasters. Nothing comes without a package, a bag, an envelope, that will be discarded right away. Water, energy, electricity flow without limit. Air conditioning is always on, freezing the people inside (who come to work with a hoodie, and in winter with a t shirt) and dripping annoying drops of water onto the passers by.

Such a consumeristic, hedonistic lifestyle makes me think Americans are anesthetized and stuffed with sugary and fatty food, soda, drugs, musicals, beautiful shops, sport, medicine, entertainment, just to feed their need for happiness, which is in the constitution, right, but somebody forgot to specify that you cannot be happy on your own, that’s selfishness.

I was surprised there are so many psychic around. Those professional can protect you from the twists of the future for only 10 $, but they’re not good ambassadors for a supposedly modern country.

Everybody is constantly sipping from a bottle. All these bottles end up in the bins, but they can be carried back to the shops and they will give you money back. That’s what a number of people do: hobos, or tiny Chinese women, rummaging in the rubbish to get their returnables. Alright. I wonder what kind of country should allow their people to live on rubbish.

Some more every-day-life shocks. You flush the toilet by pulling a handle. The water level raises way above the way in Europe does. The yellow and old school buses, the yellow hectic cabs in Manhattan and the apple green cabs in Brooklyn. The basements of the shops underneath the pavement, to access through metal doors.

I’m learning to think of America as a collection of 50 individual States, rather than a single country. Everyone refers to subtle, tiny differences. The big divide is between North and South, and then between East coast, center and West coast. When I happen to talk about Europe, it suddenly looks so small and distant and our boundaries so fussy. Europe is dense. And it is old and slow. But Europe is a place where the ancient culture, the myths, the stories, the values, the traditions were born, and it must keep and preserve them, in order for America to use them and create something brand new and still recycled. I don’t mean we should stick to the past with resignation, but accept our role of guardians with awareness.

I pulcini della New York University/NYU chicks

nyu polySulla carta, i motivi per cui ho fatto tutta questa strada per atterrare alla NYU era aprire una collaborazione internazionale, fare ricerca d’alto livello, condividere le rispettive competenze. Invece ho passato le prime settimane a passare da un seminario a un incontro a una visita, come un fattorino, elemosinando l’attenzione dei professori e supplicando che mi fosse data la possibilità di portare a termine qualche esperimento ragionato e fruttuoso-inutilmente. In America sanno fare una cosa, ottenere fondi, soprattutto privati. Non intraprendono nulla se non ne deriveranno proventi, brevetti, scoperte commercializzabili (svantaggio: trasformano l’università in una macchinetta distributrice di sapere. I ragazzi pagano (e tanto) e ottengono la loro laurea che garantirà sicuramente loro un lavoro). Ma io non porto in dote brevetti, e mi hanno trattato come una spia industriale. A furia di scontrarmi con Mrs Giùlemanidallemiescopertelucrose, Mr Seisicurodiavermimandatounamail, Ms Sinceramentesarebbestatomegliosenonfossivenuto, Mrs Scusatemistannochiamandocivediamounaltrogiorno, ho raggiunto un nuovo livello personale di indipendenza e intraprendenza. E una certa dose di esaurimento.Quando mi sento abbattuto penso a tanti talenti che son passati per la New York University. Niente di che, solo gente del calibro di Lady Gaga, Anne Hathaway e Woody Allen, pescando a caso da questa lista. Sì, posso farcela anch’io!

Se c’è una cosa con cui farei cambio, è un certo modo di fare dei professori americani. Inventano esperimenti con la stessa creatività con cui noi mettiamo la testa dentro il frigo e improvvisiamo una frittata salvacena. E poi non sanno dove la formalità stia di casa. Ricorderò sempre con orrore la maglietta sbrindellata di una prof. Mi prudevano le mani dalla voglia di rammendargliela lì, sul posto. Scordatevi gli inamidati professori italiani, scordatevi il lei e gli appuntamenti da fissare mesi prima. Nonostante questo, l’unico ad accogliermi con simpatia è stato il prof. Levon, un finlandese gioviale che mi piazzava domande trabocchetto con grande nonchalanche per mettermi alla prova e verificare la solidità della mia laurea. Per non stare con le mani in mano, mi sono dedicato a quello che mi riesce meglio: fare la governante. Sistemare gli strumenti di laboratorio, riportarli in vita, ripulirli dalla polvere e della ruggine. Un IR, un UV e un AFM hanno ritrovato una ragione d’esistere grazie alle mie cure e alla mia caparbietà (il laboratorio dove sono capitato è vecchio, malfunzionante e malridotto. Promemoria per me: non lamentarmi mai più delle infrastrutture della Strathclyde). E poi, a tempo perso, ho seguito i ragazzi della triennale del gruppo del prof. Levon. Tutti giovanissimi e spesso alle prime armi con il laboratorio. Li cito tutti: Marissa, Natalie, Hannah, Natasha, Omar, Sean Wichester e Sean quello giovane, Hansoo. Gli studenti americani sono stati una ventata d’aria fresca. Sono curiosi, motivati, collaborativi, pratici, svegli, creativi e tutt’altro che pigri.

Guardate la cartolina, non me!

Guardate che bella cartolina!

Insomma, pur passando all’università più ore che a Glasgow, ho aggiunto al mio bagaglio di conoscenze solo un paio di tecniche nuove e nessun risultato da infilare nella tesi di dottorato. Ma poi una mattina torno in laboratorio a Brooklyn dopo due giorni di umilianti viaggi in pellegrinaggio a laboratori e mi trovo questa cartolina sul tavolo che mi ripaga di tutto. “Sono contenta che abbiate deciso di viaggiare fin qui per l’estate. Un mondo di grazie”. Sulla carta, questo deve essere il motivo per cui ho fatto tutta questa strada.

Marissa mi ha insegnato un modo di dire in inglese: non contare i pulcini prima che le uova si schiudano. Lei fa il contrario, dice. È poco saggio e anche poco obiettivo, specie in laboratorio. Però anch’io conto sempre i pulcini, anzi a volte conto le uova due volte. E credo che stavolta le uova si siano schiuse tutte.

Marmellata #080715

news-nyu-logo

Theoretically, I travelled all my way to NYU in order to start some international collaborations, build bridges and share skills. Once I arrived I realized it was somewhat harder. I spent my first weeks on a pilgrimage from office to office, begging the professors for a joint research project. Americans are very good at it, making money out of nothing, because university is expensive, especially when it’s private, and you need to find fundings, patents, findings. Unluckily, I do not bring along any patent, and I am not interesting for them at all. All I gained in this begging process was perseverance, independence and initiative. I had to confront Mrs Handsofffrommylucrativefindings, Mr Areyousureyouwrotemeanemail, Ms Inallfairnessitwouldhavebeenbetteryoudidntcome, Mrs SorrytheyrecallingmeonthephoneIllbebacksoon. And sure, I gained some exhaustion. When I feel tired, I think of the many big names that attended NYU before me. Very simple people you know, nobody you’ve heard of. Like Lady Gaga, Woody Allen, Anne Hathaway (not to mention the other big minds listed here). Yes, I can do it as well!

I really enjoyed American professors’ laid back attitude though. No formality at all. I will remember the frayed t shirt a professor was wearing, I was so tempted to darn it on her, on the spot. They make research in a easy going fashion, the same way someone opens the fridge and makes a dinner out of its spare leftovers. The only welcoming professor was a crazy, tall and blond Finnish, Prof Levon. He enjoys asking me innocent questions that are actually small tests to check if I am prepared (I got through them successfully). He found a corner for me in his lab, I will be grateful for this. While I was waiting for something better to do, I kept myself busy doing what I’m good at, the maid. I tidied up, cleaned, dust and take the rust away. An UV, IR and AFM resurrected under my caring hands (Levon’s lab is oldish. I will stop complaining about Strathclyde’s facilities). Beside that, I tutored the kids in the lab. Undergrad taking a summer project, or doing their thesis. Marissa, Natalie, Hannah, Natasha, Omar, Sean W and Sean the younger, Hansoo. They surprised me. They were curious, motivated, focused, hands-on and quick-minded. And extremely helpful.

So, I will return to Glasgow with not much to report on. I learned something, but I haven’t produced any real data for my thesis. Still, one day I came back to the lab from a very long and unsuccessful trip to another university, I felt down, and I found a nice thank-you card on my desk. “I am very glad both of you decided to travel here for the summer”. Well, this must be the very reason I came here for.

Marissa told me she always counts the chickens before they hatch. I do the same, even twice at times. It’s a dangerous method, you risk to be disappointed and to be biased. Oh well, this time I feel all of them hatched.

Preserve #080715

Della Scozia mi manca/I miss of Scotland

Prima di lasciarla per New York, temevo che la Scozia mi sarebbe mancata (sono partito senza ispirazione e con molti preconcetti e paure).

Mi sarebbero mancati i suoi arcobaleni. Un giorno tornavo a casa con lo sguardo fisso davanti a me, al cielo, dove un arcobaleno gigante si allargava senza ritegno ad angolo piatto. Erano tre in realtà, infilati uno sotto l’altro tanto che il terzo si intuiva appena. Lo guardavo e sorridevo. Quando in Scozia, dopo una giornata nuvolosa o piovvigginosa, appare il sole, ho imparato a guardare dall’altra parte, perché è lì che il sole regala lo spettacolo più grande. Volevo cantare: voglio vivere cosììì….col sole alle spallleee. Sempre in tema di regali dal cielo, a Largs ho visto due arcobaleni incastonati dentro alle nuvole trafitte dai raggi del sole basso sull’orizzonte, due toppe iridate cucite sopra a un piumone grigio, due gioielli brillanti persi dentro a un tappetone bigio.

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Mi sarebbero mancati i prati verdissimi. Ho fatto una lista di nomi di città che userò quando scriverò un romanzo fantasy. Braco, Happas, Edzell, Glamis, Murroes, Errol, Gourdie, Auchterarder, Doune, Aberuthven, Inchyra, Munroe, Thurso, Troon. Sono tutti nomi che corrispondono a posti reali, e che i cartelloni stradali snocciolavano mentre io e Scott viaggiavamo in auto tra Aberdeen e Glasgow.

Mi sarebbero mancati perfino l’Irn Bru e il fudge e ne ho fatto scorta negli ultimi giorni. Quando Scott è partito a sua volta, prima di me, mi sembrava di essere una borsa dell’acqua calda quando cerchi di metterla in piedi e si affloscia e spande acqua ovunque.

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West Lothian inciso sulla pietra delle Highlands.

Arrivato a New York, ho ritrovato la Scozia in ogni angolo. Nella cappella di San Paolo vicina al World Trade Centre, dove una targa commemora un cittadino di Kilmarnock. Nel Queen Elizabeth Gardens, dove le pietre vengono dalle Highlands e recano incise le contee britanniche come su un nastro. In Central Park, dove Robert Burns il poeta e Walter Scott lo scrittore scrutano i passanti ai lati opposti di un sentiero.

david mckean st paul chapel

Per le cronache, Kilmarnock è praticamente dietro l’angolo per chi sta a Glasgow.

Inoltre non mi mancano tre caratteristiche dello scozzese medio. La gente qui usa meno parolacce. Giuro, non si sente mai dire shit. Inoltre c’è meno pressione sociale a bere. Quando esco e prendo una limonata, nessuno indaga perché non ordino invece una birra. Non ce n’è bisogno. Infine, sembrerà strano, ma non si è bombardati dal sesso come in Gran Bretagna, che è invece una società esposta continuamente a immagini e riferimenti sessuali. Credo sia facile attribuire il merito di queste differenze alla cultura puritana dei fondatori di questa parte del mondo. Dato che la Scozia è stata patria di famosi puritani, però, mi viene da chiedermi cosa sia andato storto a Glasgow e dintorni. Purtroppo anche gli americani sputazzano per strada; peccato, avrei voluto aggiungerlo alla lista.
E se c’è qualcosa che non mi manca per niente è l’estate piovosa della Scozia.

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Un ispirato Robert Burns @ Central Park.

Before I left for New York, I thought I would have missed Scotland (I left without enthusiasm and with prejudice and concern regarding America).

I would missed its rainbows. Short before leaving I walked to my flat staring at the sky before me, where three, full-width concentrical rainbows were boasting, stacked one above the other, so close they mingled. This I’ve learned in Scotland: after the rain, when the sun shines, you must check in the other direction for the gift of the sky. In Largs I’ve seen shatters of rainbow gleaming out of big rugs of grey clouds, glistening jewels in a wooly mass. I still cannot figure out how it can occur.

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Queen Elizabeth II Gardens

I would miss the green meadows. Once Scott and I drove to Aberdeen, I was reading out loud the names of the villages and places, taking notes as I will use them in the fantasy novel I will write one day. Braco, Happas, Edzell, Glamis, Murroes, Errol, Gourdie, Auchterarder, Doune, Aberuthven, Inchyra, Munroe, Thurso, Troon.

aberdeen meadowsI would miss even Irn Bru and fudge, and so plenty of fudge and Irn Bru I ate and drank before leaving. When Scott left, shortly after me, I felt like a hot water bottle when you try and keep it standing and it lolls and water spills out everywhere.

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A grumpy Walter Scott @ Central Park

But then I realized that Scotland is everywhere here in New York. In St. Paul’s chapel, next to the 9/11 memorial center, there’s an old inscription to a man from Kilmarnock. In the Queen Elizabeth Gardens, shaped after the British Islands, stone from the Highlands was placed like a ribbon around the plants and the names of the British counties are inscribed on it. In Central Park both Robert Burns and Walter Scott have a statue in front of each other.

I do not miss three cultural elements of Scotland. First, swearing. My word, here people do not even say shit. Second, they are not pushy about alcohol. If I drink only a lemonade on a Friday night, they are not going to ask me why. Third, and this comes surprisingly, sex is not featuring as heavily as in Great Britain. I guess it is owned to the Puritans who founded this country. But famous Puritans sprang from Scotland, too. What went wrong in between? I wish I could add one more difference but no, unfortunately Americans spit on the pavement, too.
What I absolutely don’t miss of Scotland is this rainy summer. Ah.

queen elizabeth gardens