Category Archives: niente di particolare se non che

Britalian

Things have been quiet on the blog for a long while now. A lot has happened and I’ve been collecting thoughts like a squirrels, and decided to express them in a different way.

I have been working on a podcast. It’s called Britalian and it’s about becoming British without losing my Italianity. It’s in 9 short weekly episodes starting from today.

You can listen to it on:

britalianpodcast.com

anchor.fm/davide-erbo

or on Spotify.

Subscribe, share, support and comment!Britalian podcast

Singing in the snow

Happy St David’s day!
While the Uk is covered in snow and it is still too cold for the daffodils to come out and blossom, we celebrated Wales and my name’s day.

Nick baked a wonderful salmon with leek and sauti potatoes (that’s how Yorkshire people call sauté potatoes), and I cooked a lot of sweet Welsh cakes, to be eaten with butter and jam.

If you think deaf people are not musical, you would change your mind listening to Nick singing to himself all the time. After our Wales-inspired dinner we put on Shirley Bassey. Nick and I channelled our inner divas and sang out loud her big hits on an invisible stage in our kitchen: Big spender, I (who have nothing), as long as he needs me. We were no less glamorous than her.

Grey tops on grey background, but bright smiles.

Il primo Marzo è la festa di San Davide, patrono del Galles. Il Galles è un paese particolare, dove le persone parlano ancora il gallese e ogni cosa è scritta in inglese e gallese. I simboli del Galles sono il porro e i narcisi, che stanno spuntando proprio ora, da sotto la neve che ha coperto la Gran Bretagna. Per festeggiare San Davide Nick ha preparato il salmone coi porri e io ho fatto le tortine gallesi, piccole pastefrolle con le uvette, cotte in padella. Dopo cena ci siamo messi a cantare Shirley Bassey, una cantante gallese, quella di Goldfinger. Siamo molto bravi nel lipsyncing.


 

Lo Sferzagrandine/Hagelslag

Mi hanno rivelato un magico rimedio contro il maltempo. Si chiama Sferzagrandine. È il terrore delle nuvole cariche di pioggia, semina panico in mezzo alla pioggerellina, fa svanire la nebbia e calma il vento tagliente.

Lo Sferzagrandine assomiglia a dei vermini di cioccolata. Lo Sferzagrandine è davvero magico e potente, ma si presenta sotto una forma innocua e rassicurante così da passare inosservato e non destare sospetti nelle nuvole, che dall’alto scrutano e si accorgono di tutto e potrebbero prendere le contromisure del caso, ad esempio sciogliersi in una vendicativa pioggia torrenziale. Lo Sferzagrandine viene dall’Olanda, dove lo chiamano Hagelslag. Per sprigionare il potere contenuto in questi vermini, si prende una fetta di pane caldo, ci si spalma del burro (anche quello di noccioline va bene), o della marmellata (quella d’arance è perfetta), o del miele, ci si spargono sopra i vermini, e si addenta la fetta di pane. Il maltempo e la malinconia svaniranno all’istante.

In questo tempo mogio, porto con me i vermini nascosti nella loro scatola multicolore, frusciano e risuonano allegri mentre cammino, saltando su e giù nella borsa a ritmo dei miei passi. Mi basta agitare la scatola, aprire il beccuccio e liberarli, e i vermini escono fitti e leggeri come gocce di pioggia, di quella fine e fastidiosa che sembra neve e che s’infila dappertutto, ma una pioggia allegra e leggera e zuccherosa, e il brutto tempo se ne va a gambe levate.

Dicono che oltre allo Sferzagrandine ci sia un’altra pozione che scaccia il maltempo, ancora più antica e potente, una pozione che viene dalle foreste del Sud dell’Europa. Questa pozione è nota come Crema di Nocciole, o Nutella.

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I have been revealed a magic remedy against the bad weather. It’s called Hailwhipper and it is very effective in getting rid of the blues when the sky is not blue.

The Hailwhipper simply looks like chocolate charlies. But do not overlook it. It works in disguise, so that the sentinel clouds cannot spot it and melt into a shower that would wet it and make it powerless. Instead, it’s got a demure and innocent look. It comes from the Netherlands, where it’s called Hagelslag.

To activate the Hailwhipper, get a slice of bread, toasted if you wish, spread with butter (peanut butter is good too) or marmalade or even honey, sprinkle with the magic chocolate charlies and bite into it. The bad weather will leave at once.

In this sad dump weather, I carry a box of Hailwhipper in my bag, I hear it shake and sing to the rhythm of my steps, cheerful and positive. All I need to do is to open the box, spread the little sticks and they will pop out, thick and thin like sleet, but a sugary, joyous sleet, and the bad weather will flee away.

I’ve been told there exists another ancient potion, even mightier against rainblues. This potion comes from the forests of Southern Europe. It is called Hazelnut Spread, or Nutella.

Epifania al lavandino/Sink epiphany

Una mattina di qualche tempo fa ho avuto un momento di consapevolezza. Ero in bagno e mi stavo lavando i denti. Fissavo lo scarico del lavandino, e pensavo che era ormai ora di passare di nuovo la varechina sull’anello di silicone, che era tornato nero e sporco.

Lo ammetto, non era un momento particolarmente lirico. Avrei preferito che mi apparisse Emma Thompson in versione Angels in America, sventolando delle ali enormi. Anzi, qualsiasi versione di Emma Thompson sarebbe andata bene, piuttosto della guarnizione nera.

Fatto sta che mi ha colpito un pensiero in tutta la sua chiarezza: il Regno Unito è la mia nuova casa.

“Bella scoperta”, direte. “Sei via da 5 anni tondi, dove pensavi di essere vissuto fino ad adesso?” Però…
Però una cosa è abitare in un posto, un’altra è fare parte di un posto. È un po’ la differenza fra tollerare e amare.

Non ho mai fatto mistero che la Gran Bretagna non è il paese dei (miei) sogni e che non mi ci trovo completamente a mio agio. Diciamo pure che non ho perso occasione di lamentarmi con qualunque malcapitato mi facesse domande in proposito. Ci sono posti dove si vive meglio, o perlomeno dove io mi trovo meglio. Ci sono altri luoghi che appartengono al mio cuore e altri ancora in cui mi mescolo senza difficoltà. La Gran Bretagna non è tra questi. Però ho finalmente accettato l’idea che il luogo perfetto è un’utopia, e che il bandolo della matassa è accettarsi in un certo posto.

Si finisce ad abitare in un posto a volte per caso, a volte per scelta. Uno resta se ha o trova un motivo per restare. Se il motivo non c’è, si parte di nuovo. Oppure si passa il tempo a sentirsi come un pezzo avvitato male, fuori posto. La Gran Bretagna è il paese dove mi sono arenato per una serie di eventi fortunati dopo la mia dose di vagabondaggio, ma ora ho abbastanza motivi validi per restare. Ripensandoci, la Gran Bretagna è parte di me fin da che ho memoria, da quando i miei riferimenti musicali e letterari, in modo inconsapevole, sono britannici.

Forse questo sentimento di appartenenza è una tappa obbligatoria nel percorso di ogni expat, ogni emigrato, ogni rifugiato. O forse non lo è, e sono solo io a farmi tante paranoie. Fatto sta che ora ho accettato dentro di me di appartenere alla Gran Bretagna, ed è nata una nuova consapevolezza. Quella mattina ho finito di lavarmi i denti e mi sono diretto verso l’università, finalmente contento.

Però Emma Thompson, mi raccomando, per la prossima epifania conto su di te.

Angels+in+America+HMWYBS+Manuel

Recently, I’ve had a moment of realization. I was brushing my teeth and staring at the silicone seal around the sink drain. It was blackening with mildew and I was wondering if it was time I applied some more bleach to it.
I do agree it is not a particularly inspiring picture. I wish Emma Thompson had appeared to me like in Angels in America to deliver this intuition. Actually, Emma Thompson in any role would have been better than a black silicone seal. Anyhow, with or without Emma, here I went.

I realized that I can give up looking for a place to stay, because I already have a place where I belong. You may say, “well, you’ve been abroad for five years, where do you think you’ve lived all this time?”. Yet, one thing is to live somewhere, another is to belong somewhere. There’s a similar difference between tolerate and love.

I have spent the past four years complaining and hammering about how little I think I fit in Great Britain. There are places I like more, there are places I carry in my heart and places I mingle with no effort it. Great Britain is not one of these places yet. But I realized that there is no point in looking for a perfect place. There’s no such place. The only way forward is to embrace my new place and accept myself as a part of it.

You can land somewhere for many reasons. You can choose a destination, or just happen to end up there. You stay as long as you have a reason to stay. You find it out, you make it up. Otherwise you leave. Or you live like a loose-fitting bit. I have been stranded in the Uk for a series of events – now I feel I belong here. I have enough reasons to stay. Actually, if I look back, Uk has always belonged to me. British were my main musical and literary references since I can remember.

Maybe accepting to belong somewhere is part of each expat, emigrant or refugee’s life. Maybe it is just my personal paranoia. Either way, since that day at the sink I felt I finally fit in. A new awareness was born. I finished brushing my teeth and I left for university, feeling content. 

But please, Emma Thompson, next time I have another of these epiphanies, just make sure you’re available to deliver it, will you?

Silent Night, version 2

On a Saturday night of December, Nick told me: “We will sign the first verse of Silent Night tomorrow at the Carol Service. I’ll show the congregation first, then we’ll sing it through and sign. I need to think how to teach them”. “Why don’t you have a look on Youtube?”, I asked. “I am deaf, I know BSL, I don’t need to check on Youtube” “Well, just because you can sign doesn’t mean you are a perforem. Come on, let’s have a look”, was my reply. Not that I don’t trust Nick, but why not give it a try?

Once home we ended up watching four or five different versions of Silent Night. Some of them were more respectful of the grammar and nuances of sign language, others were rather didascalic, strictly word-by-word translations. Some people really moved emotionally to the signs, but Nick commented that few of them had ever cradled a child: considering how open their arms were when they signed BABY, they may drop the baby itself. Anyway, Nick took inspiration and made up a simplified version of the song.

The next day we went to church, greeted the people there, we met the interpreter and sat down. “Nick, do I need a hymn book?” “No, carols will be projected on the screens on the wall”. “Ah, yes, now I see. Oh, Silent Night reads different, is it another version?” “It may be, that’s the second verse, but don’t worry, the first verse is the same, that’s not negotiable”.

I grabbed his hymn book and flipped it through-I like reading carols. “Look, Silent Night is different here as well. And the first verse, too!” Facing evidence, Nick jumped up, grabbed the interpreter, went to the computer guy, deleted the alternative version from the powerpoint and quickly typed in the better-known one. Just in time. The service started right away.

People were very happy to sign along, and Nick was greatful that I spotted the difference in time. It would have been hairy to improvise! 

Have a merry Christmas.

Ps here are some of the videos we watched: 




 

In Gran Bretagna amano i canti di Natale. Di più: ogni chiesa, ma anche, ad esempio, l’università, organizza in vicinanza del Natale un Carol Service, che mette insieme preghiere, riflessioni sul Natale, canti e l’occasione per farsi gli auguri e mangiare un sacco di mince pies

Nick un sabato mi fa sapere che il giorno dopo, durante il carol service nella sua chiesa, a lui è stato affidato l’incarico di insegnare la prima strofa di Astro del Ciel in lingua dei segni. Io gli chiedo: “Sei pronto? Hai provato a guardare su Youtube?” “Perché mai? Sono sordo, so segnare, non ho bisogno di imparare da Youtube!” “Eh, ma una cosa è saper usare i segni, un’altra usarli per una performance! Dai, diamo un’occhiata, si sa mai che ti venga l’ispirazione”.

Alla fine ci siamo sciroppati quattro o cinque video di fila. Alcuni interpreti erano rigidi rigidi, con una traduzione parola per parola dall’inglese. Nick ha commentato: “A giudicare da come segnano pargol,  non hanno mai tenuto un bambino in braccio”. Altri erano più liberi e artistici, e riuscivano ad infondere nei segni l’affetto che si addice ad Astro del Ciel. Alla fine Nick ha messo insieme una versione facile facile a prova di anziano (l’età media dei membri della congregazione è alta, come si può immaginare).

Il giorno dopo andiamo in chiesa, salutiamo un po’ di persone, l’interprete era già là, e ci sediamo. Chiedo a Nick se devo procurarmi un libro degli inni, ma lui risponde che i canti verranno proiettati sul muro. Alzo gli occhi e noto il powerpoint, che casualmente mostrava la seconda strofa di Astro del Ciel. Però non riconosco le parole. È una versione diversa, dice Nick, ma la prima strofa resta sempre la stessa, non si tocca! Allora mi metto a sfogliare il suo libro dei canti e noto che anche la sua versione era diversa. Nick, di fronte all’evidenza, salta in piedi e si precipita dal ragazzo responsabile del powerpoint, e in velocità cancella e sostituisce la strofa con la versione che tutti conoscono.

Appena in tempo: il servizio comincia, e tutto va bene. “Fortuna che te ne sei accorto, sai che figura se me ne fossi accorto sul più bello”, mi dice alla fine. L’assemblea ha imparato volentieri la versione in lingua dei segni, che poi viene fuori un po’ come un bans o un ballo di gruppo da seduti, e fa subito allegria. Buon Natale!

Podcasts

Vivo da solo, non ho un televisore, passo quasi un’ora al giorno spostandomi da casa all’università e viceversa, trascorro svariate ore al weekend sui treni tra Glasgow e Manchester, e passo la giornata di fronte al computer oppure in laboratorio. In tutto fa un bel po’ di tempo in compagnia di me stesso. Morale: ho sempre le cuffiette dell’iPod nelle orecchie, così almeno sento le voci, ma so da dove provengono (mi sono anche messo a parlare coi fiori sul davanzale e con le cellule nelle provette, ma l’iPod è un’alternativa decisamente migliore).

Non ascolto solo musica. Da un paio di anni sono diventato un assiduo fan di podcasts, di tutti i tipi, da quelli di carattere scientifico o informativo di Radio24, a quelli più leggeri o comici, tipo il Trio Medusa su Radio Deejay, o Un giorno da Pecora su Radio1 con Geppi Cucciari. Se conoscete l’inglese e siete dotati di una certa dose di ironia e uno stomaco non troppo delicato, un programma comico che vi farà piegare in due dalle risate è My dad wrote a porno.

È come ascoltare la radio in differita. Le voci che si alternano al microfono mi tengono compagnia durante la mia giornata e mi permettono di restare in contatto con l’attualità italiana. Tramite i podcast vado a caccia di musica, ricette, libri o spettacoli nuovi.

Amo soprattutto i podcast di storytelling, che mi coccolano un po’ come le fiabe della buonanotte, solo che a differenza delle fiabe le storie che raccontano non sono inventate, ma sono vere. Alcune trasmissioni raccontano le vite di personaggi noti (tra questi consiglio Ettore, Radio2), altre parlano di fatti e scoperte curiose (ascoltate Radiolab), altre semplicemente raccolgono le storie singolari di persone comuni. Ad ascoltare le storie degli altri si trovano tanti punti in comune, e se si è dotati di un minimo di empatia è facile commuoversi. E ci si rende conto che una storia da raccontare ce l’abbiamo tutti.

Tra i programmi di storytelling italiani, quelli di Matteo Caccia sono tra i migliori (andatevi a cercare Una vita). Matteo, che ha una voce molto bella, calda ed empatica, da due anni conduce Pascal, aiutato da una redazione talentuosa. La scaletta prevede una storia inviata da un ascoltatore, un’altra trovata su internet e poi, da quest’anno, una pagina dal Diario di Maddalena, una donna che ora avrà sui 60 anni e che ha inviato alla redazione tutti i diari della sua lunga vita vissuta fuori dagli schemi.

Dopo aver seguito fedelmente il programma per un anno, mi sono deciso anch’io a mandare qualche storia. Mi è bastato rovistare tra i barattoli di marmellata sullo scaffale del mio blog. E una di queste è piaciuta alla redazione, e la leggeranno questa sera durante il programma. Giulia Laura Ferrari, che lavora in redazione, è stata molto gentile e paziente nel cercarmi al telefono per l’intervista telefonica. Scambierò pure un paio di parole col conduttore. Sintonizzatevi su Radio2 alle 22.30 ora italiana. Spero che vi affezionate al programma e che venga voglia anche a voi di inviare una storia, perché raccontare storie è catartico.

PS Il podcast della trasmissione si può ripescare qui: http://www.radio.rai.it/podcast/A46288289.mp3. È stata un’esperienza strana sentire la mia voce in radio, mi sono reso conto di quanto sia ancora marcato il mio accento veronese.

Balançoires/Musical swings

balancoires2.jpgNel centro di Montreal, nel Quartiere degli Spettacoli, si trovano ventuno altalene colorate a gruppi di tre: le balançoires. Sono un’installazione artistica, di quelle interattive. Ci sali sopra, cominci a dondolarti, e da sopra la tua testa sgorga musica. All’inizio lenta e monotona, dong dong dong, poi cambia e diventa più variata. È il timbro di uno strumento a corda, così che ti sembra di essere un grosso plettro che va avanti indietro su una chitarra. Non so come funzioni il software che genera la musica, immagino che in qualche modo sia guidato dal ritmo del dondolo, ma sembra andare piuttosto a casaccio.
Notate un particolare: le altalene hanno dei colori sgargianti, un richiamo irresistibile per me. Le avevo provate velocemente con Milovan, ma volevo godermele di nuovo prima di lasciare Montreal. Era un luminoso martedì mattina, le avevano appena tirate fuori dall’involucro dove le tengono di notte, non c’erano troppi turisti a fare concorrenza. Mi sono seduto comodo sull’altalena più esterna e ho preso la spinta.

Qualcun atro occupava le altalene di fianco a me. Una coppia di turisti con due bambine, una donna latinoamericana, un’altra asiatica. Restano un paio di minuti, poi se ne vanno. Io continuo a dondolare, prendo un ritmo regolare e tranquillo, nessuna ambizione di arrivare troppo in alto. Sorrido.

Una signora anziana vestita di chiaro e con un cappello bianco a tese larghe mi passa davanti. Si vede che è indecisa. Torna indietro, posa la sua borsa ai piedi dell’altalena, sale e si mette a dondolare. Non ci guardiamo neppure. Eravamo timidi, quasi vergognosi di essere colti in un gesto così infantile. C’erano altre altalene libere, ma lei ha scelto di dondolare con me. I suoi accordi si sono mescolati ai miei. Poi si è aggiunto un ragazzo dai capelli rossi, la camicia e le scarpe dicevano che era diretto in ufficio. Prende posto sull’ultima altalena rimasta libera, quella centrale, seduto in direzione contraria alla nostra, si contorce per riuscire a scattarsi un selfie. La musica era malinconica, un tratto ricorrente della musica del Quebéc. Chiudo gli occhi. Quando riapro lo sguardo, la signora è sparita, e anche il ragazzo infila il telefono in tasca e se ne va. Io resto ancora un po’, a guardare le persone che passano. Poi afferro di nuovo la valigia e mi allontano.

Chissà cosa abbiamo condiviso, tre adulti spaiati su un dondolo, assorti nei nostri pensieri, una vita da rincorrere subito dopo, uniti dalla contentezza di spostare il baricentro avanti e indietro su un’altalena nel sole caldo di Montreal.

If you walk by the Quartier des spectacles in Montreal, you will come across this installation called les Balançoires, the musical swings. They are 21, grouped by 3, and they make sound! Like a pinched chord, monotonous and slow at start, but then different, varied, I guess according to the algorithms of some mysterious software, whose logic is not quite clear to me. Anyway, they are an appealing feature for tourists and not, and they are brightly coloured, which makes them even more appealing to me. I went by quickly with Milovan, but didn’t have much time to try them out, so I went back before I left Montreal, on a sunny Tuesday morning. They had just unwrapped them from the protection they keep them at night. I put down my suitcase, I sat comfortably on one seat, and started swinging.

There were more people swinging to my sides, a couple of tourists with two daughters, a woman, but mostly came and go. I just enjoyed my stable pace, not too fast, no ambition to swing too high. I smiled.

An elderly lady in light clothes and a cream-colour large hat walked briskly by. She was clearly tempted. She came back, put down her bag, climbed on the far seat, and joined me in the swinging. We didn’t look at each other, we were almost prim in our childish action. Imagine, an old woman and a not-too-young-anymore guy. She picked my group of swings, though, others were free, but she chose to add her tunes to my music. A ginger guy joined on the central swing. His shirt and trousers and shoes said he was on his way to the office. He took out his phone to take a selfie. I closed my eyes. The music was slightly melancholic, it seems to be the tone of the Quebec. When I opened my eyes, the lady was gone, and the guy put his phone in his pocket, and left. I stayed a bit, to enjoy the sun in my face, people walking by. Finally I grabbed my suitcase and left.

What did we share, deep in our thoughts, a life to chase before and after, three grown-ups, unmatched in all except in our joy of moving our balance back and forward on a musical swing in the warm sun of Montreal.

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