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Inglesi/English people

Ho passato il fine settimana della festa della mamma a Sheffield, ed è stata un’ottima occasione per misurare le distanze culturali tra Italia ed Inghilterra. Mentre scendevo in treno verso l’Inghilterra, strano a dirsi, il paesaggio si è coperto di neve, mentre a Glasgow quando sono partito brillava il sole. Il treno si riempiva man mano di Inglesi, così diversi dagli Scozzesi, a partire dall’aspetto fisico. Gli Scozzesi sono più bassi e scuri, mentre gli Inglesi sono alti, hanno la faccia lunga e capelli e occhi chiari. Sheffield era famosa per le acciaierie e la produzione dei coltelli. È una città costruita sui colli e le strade s’inerpicano ripide su e giù.

Il carburante degli inglesi è il tè, ne bevono perfino otto-dieci tazze al giorno. Quando dico té intendo il classico tè nero, che loro bevono con l’aggiunta di un gioccio generoso di latte. Scordatevi il limone, al massimo un po’ di zucchero. Il colore passa da ambrato a beige e mi dà sempre l’impressione che si tratti di caffelatte. A me il tè nero non piace per cui quando mi chiedono se ho sete (il che è un modo implicito di chiedere se voglio un tè), io rispondo: “avete un tè alla frutta?”, e loro cominciano a frugare in fondo alla credenza, perché di tisane non ne bevono, è un oltraggio che sta come il caffè americano all’espresso. Non appoggiano le tazze se non sugli appositi sottotazza, forse per non lasciare segni sulla tavola. Io invece lascio la tazza dove capita e loro mi infilano il sottotazza di nascosto, tirandolo fuori da chissaddove. I tannini lasciano sul fondo delle tazze una incrostazione marroncina che, strato dopo strato, non va più via. Gli Inglesi hanno una concezione molto lasca di pulizia, da questa cattiva abitudine hanno perfino tratto un programma, Case da incubo. Ad esempio lavano le stoviglie in una bacinella d’acqua e poi le mettono ad asciugare, senza risciacquarle sotto l’acqua pulita. Arrrrgh.

Un’altra parata di cose che più inglesi non si può: come dessert, il crumble innaffiato di custard, una versione liquida della crema pasticcera che accompagna, immancabile, ogni fetta di torta; la marmellata d’arance, disponibile in tremila versioni: di Dundee, di arance di Seviglia, d’arance rosse, mista con lime e limone, con la buccia o senza; la confettura di gooseberries (uva spina) e lo sciroppo di sambuco; il rabarbaro; lo stufato di manzo con la gravy (che è il sugo che resta sul fondo della pentola) con contorno di verdura lessa e patate e pastinaca al forno e Yorkshire pudding. Il tutto, sullo sfondo dei narcisi, che addobbano festosi i prati delle isole britanniche in questo periodo. Abbiamo passato il sabato sera a giocare a Scarabeo. Mi sono battuto con le unghie e coi denti ma non sono ancora bravo ad estrarre parole di senso compiuto dal mucchietto di lettere di fronte a me in una lingua straniera.

Dopo aver passato più di due anni immerso nel clima scozzese, la differenza tra Scozia e Inghilterra mi è sembrato evidente. Ho l’impressione che gli Italiani pensino che ai nostri antipodi-culturalmente parlando-ci siano i Tedeschi. Io invece ho sempre sentito la Scozia ben più distante. Ora che ho fatto esperienza dell’Inghilterra non saprei più che dire, se non che al di là del Confine c’è un’altra vasta nazione da scoprire ed esplorare.

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Spending the mum’s weekend down in England meant having a taste of English life. I left Glasgow bathed in sunsbine but while I was travelling down South, the landscape got more and more dusted in snow. The train was filled more and more with English, so different from Scottish. The latter are shorter and darker, while English are tall, have fair hair and eyes and a long face. We arrived to Sheffield, the city of knives and steel companies, clung on hills, whose streets climb up and down the slopes.

The English could drink tea while sleeping. They swallow as much as ten cups a day. I am not a big fan of breakfast tea, so when I get offered a tea I ask for a herbal tea instead, which throws them in panic and have them look at the bottom of the cupboard. The English put their cup of tea on coasters, maybe to avoid marking the table. Forgetfully I always put mine wherever, and they quietly but firmly sneak a coaster under my cup. The tannins stain the bottom of the cups. The English don’t list cleanness among their fortes.

I had the chance to experience a variety of English food: jam, apple and blackberry crumble, merangue nests with berries, custard, curd, gooseberry marmelade, and then a glorious beef with Yorkshire pudding, mashed potatoes and parsnip. I could play Scrabble, which I’m not too much good at, I can’t promptly work a meaningful English word from the letters lined in front of me. Anyway, it’s fun.

I realized how distant is England from Scotland, after being dipped in the Scottish environment for so long. I’ve always felt the Scottish so distant from the Italian culture, but now I need to reconsider my mind. What I know is that, beyond the Borders, there is yet a whole new Country for me to meet and know.

 

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Cultural shocks

Un venerdì sera. Hell’s kitchen. Un locale buio (qui i bar e i club sono estremamente scuri e la musica è alta, quasi ad invogliare a usare Messenger piuttosto che chiacchierare con chi ci sta vicino). Un amico di Brandon, dal nulla, mi chiede: “qual è stato il più grande shock culturale finora?”. Domanda impegnativa per un venerdì sera. Vediamo, da dove posso cominciare?

Ero in compagnia di ragazzi più giovani di me e che hanno una carriera già ben avviata, molte responsabilità, lavori che danno soddisfazioni anche se mi possono sembrare aridi (finanza, assicurazioni, gestione d’impresa). Ho conosciuto una quantità di avvocati come mai in vita mia. Avvocati che lavorano per il governo, o per grandi aziende, non divorzisti o penali. Queste persone si trasferiscono qui da tutta l’America, perché attraversare gli stati in cerca di un buon lavoro è normale, specie se si proviene da certe aree centrali. A New York non importa da dove vieni, ma solo quanto e cosa sai e sai fare, per questo un’istruzione decente (garantita solo da una manciata di università dal nome altisonante) è fondamentale. Una volta ottenuta una laurea, le prospettive di carriera sono aperte. A New York però si tende a lavorare troppo, straordinari a non finire. E i newyorkesi tendono a pensare troppo al denaro, argomento che viene sempre infilato nei loro discorsi in termini di stipendio, benefits, affitto o costo della vita, beni acquistati. Ehi ragazzi, c’è altro nella vita! Quando sono uscito a cena, sono rimasto colpito da come, a fine cena, i ragazzi gettino le carte di credito sul libretto del conto come shanghai. La cameriera provvederà a strisciarle e a far firmare la ricevuta. A proposito: i dollari a me sembrano biglietti verdi tutti uguali. Quando li tiro fuori tutti accartocciati dalle mie tasche, mi sento così: vivian barney all this money

Gli americani sprecano come se non ci fosse un domani. Enormi quantità di packaging da buttare, montagne di acqua, energia, cibo. Non possono vivere senza condizionatori che creano un gelido polare e i quali condensano fastidiose gocce d’aqua sul marciapiede. Mi sono rassegnato a diventare consumatore e sprecone io stesso. Non era facile fare la raccolta differenziata nel mio studentato.

Ho come l’impressione che in America la gente venga anestetizzata e imbottita di qualsiasi cosa per renderli soddisfatti.Vengono imbottiti di cibi zuccheratissimi o salatissimi, in enormi quantità, e poi medicine, droga, divertimento, musical, social media, sport sono a portata di mano. La felicità l’hanno inserita nella costituzione, certo, ma si sono dimenticati di specificare che è un diritto che va condiviso e praticato insieme, altrimenti diventa egoismo.

psychichPerfino le maghe spuntano da ogni angolo, promuovendo la loro attività con insegne che neppure le parrucchiere, spuntano da ogni angolo per leggerti il palmo della mano e rassicurarti sul tuo futuro. Eh, l’America non è necessariamente un paese moderno.

Qui tutti bevono come cammelli le loro bibite zuccherose, e tutti i vuoti a rendere che vengono gettati nei cestini generano uno strato sociale di spazzini, barboni o meno, che passano la sera a setacciare i cassonetti alla ricerca di preziosi vuoti, che raccolgono in enormi sacchi, per poi portarli in certe macchinette e ricevere indietro soldi. (Domanda: è civile una società che permette di sopravvivere rovistando nel pattume?)

Altre piccole differenze: lo sciacquone si aziona tirando una manovella, e poi la tazza del water si riempie d’acqua fino a metà. Sotto il livello del marciapiede ci sono le cantine e i magazzini dei negozi, ai quali si accede aprendo delle porte metalliche sul marciapiede. Gli scuolabus sono gialli e vecchissimi, e i taxi sono gialli a Manhattan e verde mela a Brooklyn.

Sto cominciando a pensare all’America non come un’unica entità ma come un insieme di 50 stati distinti. Le differenze interne sono profonde e chiare. Innanzitutto c’è la divisione Nord/Sud, e poi Est-centro-ovest. Quando mi capita di parlare dell’Europa, in prospettiva mi appare così piccola e frammentata in mille staterelli, inutili quanto preziosi. E mentre l’America è estremamente dinamica, l’Europa mantiene vivi miti, archetipi e tradizioni che poi vengono rimescolati, rivisti, rielaborati, impiegati dall’America per creare nuove saghe, nuovi simboli, nuove forme di cultura. Credo che sia un ruolo di conservazione che dovremmo abbracciare , non tanto con rassegnazione ma con consapevolezza.

A seguire, alcune foto sparse.

Friday night, Hell’s kitchen, a dark bar (in New York bars and clubs are so loud and dark, as if they would prefer you checked your phone rather than talking to your friends). Brandon’s friend asks me out of the blue: “what’s the biggest cultural shock you’ve had so far?”. What? Quite a deep question to ask on a Friday night. Let’s see, where shall I start?

Well, first, I am dazed by the social dynamism. I was talking to boys that were hardly older than me, and who were having good jobs, responsibilities, satisfactions, a bright career ahead. They travelled the States (and sometimes even the world) to come here and get the best. They chose the most expensive (and therefore the best) universities, which grant a job place after graduation. It doesn’t matter where you come from, if you’re rich or poor, to set down your own path. I’ve never met such a big number of lawyers here, working for companies or the government. A drawback is that is all about the work (I wouldn’t be happy working all those extra hours, even if they’re well paid) and all about the money (holidays, rents, flats, properties, owning…). Well, there’s more to life than this. I was struck by the custom of leaving your credit card on the bill book at the end of a dinner. I look like a hobo, picking my crumbled dollars out of my pocket. I looked like Vivian in Pretty Woman.

Americans are professional wasters. Nothing comes without a package, a bag, an envelope, that will be discarded right away. Water, energy, electricity flow without limit. Air conditioning is always on, freezing the people inside (who come to work with a hoodie, and in winter with a t shirt) and dripping annoying drops of water onto the passers by.

Such a consumeristic, hedonistic lifestyle makes me think Americans are anesthetized and stuffed with sugary and fatty food, soda, drugs, musicals, beautiful shops, sport, medicine, entertainment, just to feed their need for happiness, which is in the constitution, right, but somebody forgot to specify that you cannot be happy on your own, that’s selfishness.

I was surprised there are so many psychic around. Those professional can protect you from the twists of the future for only 10 $, but they’re not good ambassadors for a supposedly modern country.

Everybody is constantly sipping from a bottle. All these bottles end up in the bins, but they can be carried back to the shops and they will give you money back. That’s what a number of people do: hobos, or tiny Chinese women, rummaging in the rubbish to get their returnables. Alright. I wonder what kind of country should allow their people to live on rubbish.

Some more every-day-life shocks. You flush the toilet by pulling a handle. The water level raises way above the way in Europe does. The yellow and old school buses, the yellow hectic cabs in Manhattan and the apple green cabs in Brooklyn. The basements of the shops underneath the pavement, to access through metal doors.

I’m learning to think of America as a collection of 50 individual States, rather than a single country. Everyone refers to subtle, tiny differences. The big divide is between North and South, and then between East coast, center and West coast. When I happen to talk about Europe, it suddenly looks so small and distant and our boundaries so fussy. Europe is dense. And it is old and slow. But Europe is a place where the ancient culture, the myths, the stories, the values, the traditions were born, and it must keep and preserve them, in order for America to use them and create something brand new and still recycled. I don’t mean we should stick to the past with resignation, but accept our role of guardians with awareness.

Della Scozia mi manca/I miss of Scotland

Prima di lasciarla per New York, temevo che la Scozia mi sarebbe mancata (sono partito senza ispirazione e con molti preconcetti e paure).

Mi sarebbero mancati i suoi arcobaleni. Un giorno tornavo a casa con lo sguardo fisso davanti a me, al cielo, dove un arcobaleno gigante si allargava senza ritegno ad angolo piatto. Erano tre in realtà, infilati uno sotto l’altro tanto che il terzo si intuiva appena. Lo guardavo e sorridevo. Quando in Scozia, dopo una giornata nuvolosa o piovvigginosa, appare il sole, ho imparato a guardare dall’altra parte, perché è lì che il sole regala lo spettacolo più grande. Volevo cantare: voglio vivere cosììì….col sole alle spallleee. Sempre in tema di regali dal cielo, a Largs ho visto due arcobaleni incastonati dentro alle nuvole trafitte dai raggi del sole basso sull’orizzonte, due toppe iridate cucite sopra a un piumone grigio, due gioielli brillanti persi dentro a un tappetone bigio.

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Mi sarebbero mancati i prati verdissimi. Ho fatto una lista di nomi di città che userò quando scriverò un romanzo fantasy. Braco, Happas, Edzell, Glamis, Murroes, Errol, Gourdie, Auchterarder, Doune, Aberuthven, Inchyra, Munroe, Thurso, Troon. Sono tutti nomi che corrispondono a posti reali, e che i cartelloni stradali snocciolavano mentre io e Scott viaggiavamo in auto tra Aberdeen e Glasgow.

Mi sarebbero mancati perfino l’Irn Bru e il fudge e ne ho fatto scorta negli ultimi giorni. Quando Scott è partito a sua volta, prima di me, mi sembrava di essere una borsa dell’acqua calda quando cerchi di metterla in piedi e si affloscia e spande acqua ovunque.

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West Lothian inciso sulla pietra delle Highlands.

Arrivato a New York, ho ritrovato la Scozia in ogni angolo. Nella cappella di San Paolo vicina al World Trade Centre, dove una targa commemora un cittadino di Kilmarnock. Nel Queen Elizabeth Gardens, dove le pietre vengono dalle Highlands e recano incise le contee britanniche come su un nastro. In Central Park, dove Robert Burns il poeta e Walter Scott lo scrittore scrutano i passanti ai lati opposti di un sentiero.

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Per le cronache, Kilmarnock è praticamente dietro l’angolo per chi sta a Glasgow.

Inoltre non mi mancano tre caratteristiche dello scozzese medio. La gente qui usa meno parolacce. Giuro, non si sente mai dire shit. Inoltre c’è meno pressione sociale a bere. Quando esco e prendo una limonata, nessuno indaga perché non ordino invece una birra. Non ce n’è bisogno. Infine, sembrerà strano, ma non si è bombardati dal sesso come in Gran Bretagna, che è invece una società esposta continuamente a immagini e riferimenti sessuali. Credo sia facile attribuire il merito di queste differenze alla cultura puritana dei fondatori di questa parte del mondo. Dato che la Scozia è stata patria di famosi puritani, però, mi viene da chiedermi cosa sia andato storto a Glasgow e dintorni. Purtroppo anche gli americani sputazzano per strada; peccato, avrei voluto aggiungerlo alla lista.
E se c’è qualcosa che non mi manca per niente è l’estate piovosa della Scozia.

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Un ispirato Robert Burns @ Central Park.

Before I left for New York, I thought I would have missed Scotland (I left without enthusiasm and with prejudice and concern regarding America).

I would missed its rainbows. Short before leaving I walked to my flat staring at the sky before me, where three, full-width concentrical rainbows were boasting, stacked one above the other, so close they mingled. This I’ve learned in Scotland: after the rain, when the sun shines, you must check in the other direction for the gift of the sky. In Largs I’ve seen shatters of rainbow gleaming out of big rugs of grey clouds, glistening jewels in a wooly mass. I still cannot figure out how it can occur.

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Queen Elizabeth II Gardens

I would miss the green meadows. Once Scott and I drove to Aberdeen, I was reading out loud the names of the villages and places, taking notes as I will use them in the fantasy novel I will write one day. Braco, Happas, Edzell, Glamis, Murroes, Errol, Gourdie, Auchterarder, Doune, Aberuthven, Inchyra, Munroe, Thurso, Troon.

aberdeen meadowsI would miss even Irn Bru and fudge, and so plenty of fudge and Irn Bru I ate and drank before leaving. When Scott left, shortly after me, I felt like a hot water bottle when you try and keep it standing and it lolls and water spills out everywhere.

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A grumpy Walter Scott @ Central Park

But then I realized that Scotland is everywhere here in New York. In St. Paul’s chapel, next to the 9/11 memorial center, there’s an old inscription to a man from Kilmarnock. In the Queen Elizabeth Gardens, shaped after the British Islands, stone from the Highlands was placed like a ribbon around the plants and the names of the British counties are inscribed on it. In Central Park both Robert Burns and Walter Scott have a statue in front of each other.

I do not miss three cultural elements of Scotland. First, swearing. My word, here people do not even say shit. Second, they are not pushy about alcohol. If I drink only a lemonade on a Friday night, they are not going to ask me why. Third, and this comes surprisingly, sex is not featuring as heavily as in Great Britain. I guess it is owned to the Puritans who founded this country. But famous Puritans sprang from Scotland, too. What went wrong in between? I wish I could add one more difference but no, unfortunately Americans spit on the pavement, too.
What I absolutely don’t miss of Scotland is this rainy summer. Ah.

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Dolci di Natale/Secret Santa

Io ho due relatori in due dipartimenti diversi e di conseguenza divido il mio tempo tra due gruppi di ricerca. Il mio secondo relatore (quello con cui passo meno tempo) è greco e sembra dare molta importanza all’aspetto sociale della vita in laboratorio (quasi più che all’aspetto propriamente accademico, in realtà). Ogni due settimane ci riuniamo per colazione, durante la quale a turno un paio di noi dottorandi espongono gli ultimi sviluppi e risultati di laboratorio. È un’ottima occasione per fare pratica e perdere la paura di parlare in pubblico, specie in Scozia dove non fanno mai esami orali. È un’opportunità di confronto e di scambio. Per esperienza, so che discutere di frequente con gli altri dottorandi aiuta a trovare soluzioni, scorciatoie, nuovi spunti e a non scoraggiarsi. Ma fare colazione ascoltando un collega blaterare dei suoi insuccessi in laboratorio non stimola in realtà abbastanza i rapporti interpersonali. Questo è chiaro anche a Dimitrios, il mio relatore.

E allora ogni tanto si organizza qualcosa di più divertente. Ad esempio un pranzo internazionale (per il quale io ho preparato i cannelloni alla zucca), poi è stata la volta della caccia al tesoro in giro per Glasgow terminata con una pizza di gruppo, e poi, a dicembre, il Giorno delle torte di Natale con annesso scambio di regali anonimi, in inglese Secret Santa.

La storia dei regali è stata fonte di stress senza ragione. Vi spiego come funziona: ci è stato assegnato il nome di un collega a caso tramite estrazione di un bigliettino. Dovevamo prendere un regalo per questo collega, semplice e mirato, valutando bene come spendere un budget massimo di 10 sterline. Per tre settimane, il secret Santa è stato il principale argomento di conversazione: “Non ho idea di cosa regalare a…[fiato sospeso per non rivelare il nome, altrimenti che secret è?]” “Hai già preso il regalo per…[ah no non posso dire il nome]?”. Che scatole, ma invece di fare le drama queen fingendo di perdere il sonno per una questione di tal peso, non basterebbe proporre di portare un regalo a caso, mescolarli tutti sul tavolo e poi altrettanto a caso pescarne uno diverso? Tanto alla fine saranno pataccate di cui ci dimenticheremo ben presto. Libri, dvd, sciarpe, tazze, borse dell’acqua calda. Il ragazzo che aveva il bigliettino col mio nome non s’è neppure degnato di presentarsi (con sommo dispetto del mio relatore), così io mi sono beccato il regalo destinato a lui. Tanto meglio, era un buono per il cinema, che so già quando e come impiegare!

Ad accompagnare lo scambio dei regali c’erano vari dolci di Natale, e le tortine hanno addolcito abbondantemente gli animi. C’era zucchero sufficiente a mandare in coma glicemico un esercito di diabetici. Qualche cracker, qualche chiacchiera e allegria. Alla fine il clima di Natale è questo, stare insieme, divertirsi con poco.

Questo post, in forma edulcorata, mi è stato commissionato per il blog del mio relatore, col quale cerca di promuovere il suo gruppo di ricerca, quindi siate gentili e cliccate su questo link, sarà contento di vedere un po’ di traffico sul sito.

The following post originally appeared on dr. Dimitrios Lamprou’s group blog, at this link.

If you join Dimitrios’ group, it’s not only for its academic side and the perspective of spending your next three-odd years in the lab of the Pharmacology Department. Let’s admit it, we love passing a spare couple of hours in social activities. Winter has arrived once again, and we could not miss out a Christmas party with the rest of the group, even if this occurred a little bit early in our calender, at the very beginning of December.

Each of us was asked to bring along a traditional cake, sweet or dessert to share. Mince pies, sticky toffee pudding, chocolates and cheesecake made their triumphant apparition. If you have a Greek supervisor be prepared to taste some Greek traditional dishes, like baklava and dried figs. And if you join a highly international group and you are curious, be ready to learn quite a lot about other countries traditions and try some delicacies like real churros and authentic torrones from Spain. If you’re diabetic, just keep yourself afar, you will have serious problems to recover form such a day.

To an international student like me, Christmas in Great Britain is a wonder every year. I have discovered the joy of cracking crackers, bursting their useless plastic toy and being puzzled at the idiotic joke hidden inside. We all ended up wearing the paper crowns and flashing smiles around.

Such treacly lunchtime had its cherry on top with the Secret Santa. Each of us had previously picked up a random name of one of our lab mates from the hat and was supposed to get a wee present for him or her, all wrapped up in festive paper and anonymity. It took a while to think what a colleague might enjoy as a surprise, however it was rewarding to receive an unexpected either pair of gloves, a gingerbread house or a personalized mug from an anonymous and inventive colleague.

If Christmas has a meaning, especially for who is away from home, is staying together, have a laugh, crack a joke, smile and be merry and silly together. Well, I can say we made it. Best wishes of a cosy merry Christmas from Dimitrios’ group!

Panto

Continua il mio viaggio alla scoperta delle tradizioni natalizie britanniche. È un viaggio lungo, se ogni anno nuovi aspetti mi vengono rivelati, allargando la mia comprensione di una cultura tanto aliena dalla nostra.

In Gran Bretagna Natale non è tale senza la recita di Natale, detta pantomima, che da ora in poi chiamerò panto per amore di brevità. Non aspettatevi teatro d’alto livello. Il soggetto delle panto sono di solito fiabe con target infantil-familiare. La trama è basilare e prevedibile e il testo è condito con situazioni comiche, imbarazzanti, ridicole. A quel che ho capito, ci sono ingredienti ricorrenti, tipo l’interagire col pubblico, chiamato heckling (l’attore chiede: “chi è stato?” e gli spettatori urlano il nome del personaggio, e poi i booooo d’indignazione o le grida d’incitamento sollecitati ad arte dagli attori).

Dato che il mio dipartimento è strutturato come un’organizzazione sociale in scala minore, anche noi ci concediamo la nostra panto annuale. La responsabilità di tutto ricade sui pivelli al primo anno di ricerca, compreso il sottoscritto. Non posso dire che ci siamo gettati con entusiasmo nell’avventura fin dall’inizio. L’unica a trascinare è stata Chez, ma mano a mano ha coinvolto anche Gwen e me nella scrittura del canovaccio, e poi Glenn, Socratis e Andre’ hanno contribuito con molte idee, James e Fraser hanno prestato supporto tecnico, Georgia e Greg hanno accettato di prestarsi come attori.

La nostra panto però deve essere infarcita di riferimenti al dipartimento, sennò dove starebbe il divertimento? Scherzi a proposito di professori (purché sufficientemente autoironici), situazioni tipiche da vita accademica, citazioni e caratteristiche prese di mira. Un doppio livello di travestimento, una storia complessa e gustosa come una torta millefoglie. La scelta della trama è caduta su un classico, Cenerentola. Nelle nostre mani, la protagonista da aspirante principessa si è trasformata in candidata ricercatrice, il principe azzurro è stato tramutato in relatore, le sorellastre cattive in colleghi invidiosi, gli aiutanti topini in tecnici di laboratorio, la carrozza in ascensore. Mi seguite? Io interpretavo la segretaria Anne Marie che a sua volta aveva il ruolo della fata madrina. Che casotto!

Abbiamo ricevuto solo un veto: una professoressa un anno bloccò l’organizzazione quando venne a sapere che stava per comparire nella recita e venivano messe pesantemente in risalto delle sue generose qualità che però è poco delicato sottolineare in una donna. Niente volgarità, quindi, e linguaggio pulito.

La stanza era piena, sono accorsi a godersi lo spettacolo tutti, dagli studenti del master al capo di dipartimento. Abbiamo ricevuto molti complimenti, ci hanno detto che è stata la miglior panto da anni, che il pubblico si è divertito perché traspariva che noi stessi ci siamo divertiti, ed è vero, nonostante tutto lo stress delle settimane passate, perché non è semplice incastrare ricerca, prove di coro, panto e vita privata.

Ho imparato parole nuove (props, buttons) e a creare video per karaoke, ma soprattutto ho trovato la sfacciataggine di cantare biddibiboddibiboo di fronte al pubblico, con una parrucca in testa e un reggiseno imbottito (sembravo la versione povera di Conchita Wurst). Ho fatto ridere abbastanza, una professoressa mi ha detto che non si sarebbe mai aspettata una performance del genere da parte mia, che sembro così timido, ma certe parti sono tagliate su di me, e fare il cretino sul palco mi riesce bene. Esiste un video, aspettate che me lo passino e potrete giudicare da voi.

Le tradizioni vanno abbracciate con convinzione oppure modificate o abbandonate. Questa volta ho deciso per la prima strada e ho preso coscienza di un altro pezzettino di Natale. È stare insieme, fare qualcosa insieme, ridere scherzare prendere in giro, creare energia positiva e allegria e strappare una risata leggera. Ecco, sì, ci siamo riusciti.

Update: ecco il video.

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Every year I experience a new piece of British Christmas tradition. It is a very long travel into the unknown land of the local culture, it seems to be neverending.

Christmas is no party without a pantomime, called, for brevity’s sake, panto. I am addressing especiallyto non-British readers. A panto is no high-level theater. The plot is taken from a famous fairy tale or such, the target are families and mainly children, the plot is plain and foreseeable and filled up with funny, cheeky moments and jokes and puns. There are some stereotypes and recurring ingredients, such as the heckling, which is the interaction between audience and actors (“I did it!” and the audience answers”Oh no you didn’t!”).

My department is like a micro society on its own, therefore we need our annual panto as well. The organization is laid on the first year research students, including me! We didn’t kick off with joy and enthusiasm to be honest, but we followed the overenthusiastic Chez in this adventure. Me, Gwen, Socratis, Andre’, Glenn, Georgia, Greg, Fraser and James worked together to prepare a cute plot, some videos and a couple of songs. Only one thing is forbidden: vulgarity. No swearing, and no professors with extra big boobs. 

Our departmental panto is rich in references to the dep itself. A double fictional layer, an actor playing someone else in some other role. Of course the scriptwriters need to target self-ironic people from the department, and think of many jokes about ridiculous aspects of the academic life. We opted for the classic Cinderella, which became Cinderhelen. Cinderella was turned into a candidate PhD instead of a princess. The prince was a supervisor, the two step-sisters were two envious and ill-minded colleagues, and so on. I begged for the role of the secretary-fairy god mother. Which better role for me? And indeed I played at my best, even if I looked like a cheap version of Conchita Wurst (videos are available, I will show you so you can judge by yourself). I am pretty laughable in the singing role of the fool, especially as I was wearing a huge bra and a ginger wig.

The conference room was crammed, masters students, lecturers, staff were there to clap they hands for us. Such a success, so many compliments! Evidently we enjoyed enough and our good mood shone out.

Traditions should be either embraced or given up or changed. I made up my mind for the first choice and I seized a piece of the meaning of Christmas. It is to spend time together, make something together, smile, laugh, make jokes, create positive energy and cheerfulness. Well, yes, we made it.

Update: here’s the video.

Quiz

In Italia i nuclei d’aggregazione della vita sociale sono i bar. In Gran Bretagna sono i pub. I pub non offrono solamente litri di birra e atmosfere fumose per fare due chiacchiere più o meno lucide. Organizzano anche attività ludiche, come i tornei di freccette, il karaoke o i quiz. Se vi ricordano le nostre osterie, punto per la vostra squadra.

Anche nel mio dipartimento non può mancare la serata quiz. La organizziamo una volta l’anno, questa edizione è stata piuttosto povera di partecipanti, hanno disertato sia i professori che gli studenti del master. Mi sa che quest’anno tenere la vita sociale all’interno del dipartimento a un livello accettabile sarà un’impresa, ma è proprio per questo che sono entrato nella Biomedical society, nome pomposo per chiamare il gruppo eventi sociali e ricreativi.

bridget jones quizUn quiz assomiglia molto a trivial pursuit (sto scegliendo un paragone nobile e non banale come i quiz televisivi). Il quiz master legge ad alta voce le domande, e i giocatori, riuniti in squadre, cercano di rispondere in modo da aggiudicarsi l’ambito premio in denaro. Come in Bridget Jones (Mario avevi ragione!). E io di solito ai quiz ho la sua stessa faccia attonita. La moneta del Vietnam? La capitale del Nepal? Il numero di giocatori di una squadra di hockey? E quanti singoli al numero uno ha ottenuto Michael Jackson nel Regno Unito? Booooh! E poi riconoscere le sigle dei programmi televisivi, oppure dare un nome a tutti i marchi illustrati in fotografia. E così via, mentre le domande si dipanano di categoria in categoria, dalla letteratura alla musica allo sport alla cultura generale.

frozen-elsa-exhultingPoi arrivano le domande inutili, e mi illumino. Cosa collega il ponte Øresund. Cosa dice il corvo nell’omonima poesia di Poe. Quelle piccole vittorie che ti non sai se mettere sotto la casella delle cose ti cui essere orgoglioso (per aver portato un punto in più alla squadra) o di cui vergognarti, tipo sapere il nome dell’album di Beyoncé, o che Frozen e Taylor Swift sono gli unici album di platino del 2014 negli USA. La mia squadra è arrivata terza su quattro, ma considerando che eravamo solo in quattro, di cui due dal sud dell’Europa, direi che ci siamo battuti bene.

La serata è finita in gloria da Todd’s, il pub del campus, con Ian che mi ha rovesciato una birra addosso mentre giocavamo alla versione locale di sputo (o tappo, o merda, come lo volete chiamare). Si è gettato sul mucchio di carte con troppa foga, e i miei pantaloni ne hanno fatto le spese. Per consolarmi mi sono preso una cioccolata calda e una sambuca-combinazione vincente.

quiz answers

Pubs are for Great Britain what cafeteria are for Italy: a spot for social gathering and socialisation. Pubs offer the chance to chat over a pint, and furthermore they provide playful activities like darts, karaoke or quiz. 

Even my department organizes every year a quiz. Usually it is a crowded event, but this time it was deserted by lecturers and Masters Students. I sort of guess that keeping the social life to a sufficient level will be a tough job. That’s why I entered the Biomedical Society, tricky name for the social events committee in my department. We will do our best to bring some sparks in our dull academic life.

A quiz is like a big trivial pursuit. The quiz master reads the questions while the participants try first to understand, second to write down the answers on the paper. Do you recall the scene in Bridget Jones’ second movie? Well, my expression is almost the same most of the time. Astonished. What’s the capital of Nepal? The currency of Vietnam? How many players in a cricket team? What is this advert music? What are the names of these brands? Boooooh! Who knows!!!

Then finally more accessible questions pop up. Where is the Øresund bridge. What are the words of the raven in the eponymous poem. You know the answers, but you don’t know weather to feel proud for gaining an extra point to your team, or ashamed for knowing that Frozen and Taylor Swift are the only platinum album of 2014 in the US. My team got a third place out of four, pretty honourable, considering that we were just four.

The night ended up drinking in the Todd’s, the campus pub. Ian spilled his beer on my trousers trying to ,,snap” (we were playing cards).

quiz team

Yes/Better together

Io tornerò in Scozia dopo il 18 Settembre e non ho ancora idea in quale Paese atterrerò. Non è un problema di aeroporto: gli Scozzesi in quella data sono chiamati a votare a favore o contro l’indipendenza dal Regno Unito, per cui potrei ritrovarmi all’improvviso in uno Stato nuovo di zecca.

È una questione delicata e io non sono la persona migliore per sviscerare il problema nella sua complessità. Ma lasciatemi dare sfogo alle mie velleità giornalistiche.

La Scozia ha una lunga storia distinta dall’Inghilterra. Sono due nazioni separate, unite sotto un unico governo. Geneticamente, gli Inglesi hanno evidente sangue vichingo, sono alti e biondi, mentre gli Scozzesi sono bassi, scuri di capelli, oppure rossi. Gli Scozzesi sono rimasti cattolici più a lungo degli Inglesi (vi ricordate Maria Stuarda?), si sono distinti per piglio indipendentista (avete presente William Wallace, quello di Braveheart?) e non hanno mai digerito l’annessione al Regno Unito, avvenuta ,,appena” trecento anni fa.

Tradizionalmente votano labour (centrosinistra), ma il numero di rappresentanti è molto minore rispetto all’Inghilterra, che ha più abitanti, per cui è come se un’intera regione geografica, omogenea da molti punti di vista, venisse regolarmente mal rappresentata. In parte questo problema è stato risolto con la creazione dei parlamenti nazionali nel 1999, che hanno larghe competenze (escluse quelle fiscali). Ultimamente però in Inghilterra stanno montando i partiti di estrema destra, partiti che vogliono scacciare tutti quei lavoratori stranieri che contribuiscono a sviluppare questa nazione, partiti anti europeisti e xenofobi (Ukip). Il governo centrale ovviamente assorbe tasse senza redistribuirle in modo accorto, soprattutto tenendo presente il tessuto geo e socioeconomico della regione. Da parte loro, gli Scozzesi sanno di poter contare su un turismo florido, sui giacimenti di petrolio al largo delle coste e sulle esportazioni di whiskey.

yes-badgesIl punto fondamentale è: qual è la scala migliore per gestire gli affari locali? Il Regno Unito riesce a soddisfare da Londra i bisogni del suo territorio così esteso e disomogeneo? I sostenitori del Yes (sì all’indipendenza) stanno martellando da mesi con i loro slogan (a volte basati su un orgoglio esagerato per la propria nazione) e con i loro spauracchi. In sostanza chiedono di poter gestire meglio le politiche locali, le tasse, l’istruzione, la difesa. Le questioni aperte però sono ancora molte: la Scozia entrerà nell’Europa? Nella zona Euro? E cosa succederà a tutte quelle aziende, istituzioni eccetera che sono ramificate ed estese su Nazioni che al momento fanno ancora parte dello stesso paese?

better together logoI sostenitori del No (“meglio insieme”) sembrano essere in lieve vantaggio, anche se il governo britannico non collabora a costruire un’immagine migliore della politica a Westminster, soprattutto dopo la virata estremista delle Europee. D’altra parte in Inghilterra la gente non solo non vede validi motivi per separarsi, ma spesso non sono neppure al corrente del referendum.

Vari personaggi pubblici e scozzesi celebri, da JK Rawling a Sean Connery a Annie Lennox, si sono pronunciati a favore di una o dell’altra parte. Io avrei il diritto di votare, ma preferisco non dare il mio voto. Da una parte sono contrario alle barriere, e non mi sembrano coscienti del rischio che una nazione così piccola (cinque milioni di abitanti, come il Veneto) da sola finisca per scomparire nel mondo. Dall’altra, la Scozia ha effettivamente bisogno attenzioni particolari.

Sarà un voto storico e, a prescindere dal risultato, da settembre la Scozia cambierà. La minaccia di secessione ha fatto ottenere l’approvazione di un ulteriore pacchetto di misure che aumentano le competenze dei governi locali. Da un lato questo referendum ha fatto uscire allo scoperto le divisioni interne al Regno Unito, da non sottovalutare in questo periodo di recessione economica e culturale. Dall’altro ha dispiegato una quantità impensabile di energie, la gente si è interrogata sull’identità regionale, sull’appartenenza a un paese e sui rapporti tra nazioni confinanti e intimamente intrecciate, e mi auguro che questo fervore non smetta di far progredire la Scozia.

[Nda
: per chi volesse informarsi più in profondità, in rete si trova una letteratura sterminata. Ad esempio, sui siti dei giornali: the Guardian, BBC, the Independent, the Economist, the Scotsman.]

 

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I’ll be back from holidays after the 18 September and still I don’t know in which country I’ll land. Nobody knows. It’s not a matter of airports and flights: Scotland will be voting for (or against) independence from Uk that day. I am not skilled and competent enough to deal with such delicate and complex issues, still let me fulfill my journalistic ambitions.

Scotland and England are two nations far apart for historical, genetic and cultural reasons, and between the two there have always been frictions (you know, from William Wallace to Mary Stuart and so on). Scots have an independent spirit which hardly accepted to be annexed to the United Kingdom 300 years ago.

Scots vote has been badly represented in Westminster because of the biggest demographic weight of England, so that national parliaments (free to decide about local policies but not about, say, taxes and foreign policy) were introduced in 1999. One of the present issues is the rising importance of extreme right parties, which are quite far away from Scotland’s choice. The capital soaks taxes without good redistribution in this land so far away from London. For sure, Scots can rely on a wealthy economy based on tourism, oil and whiskey.

The point is: is the central government adequate to understand and supply for the needs of Scotland, or would a local government be better in managing the resources? The Yes campaign is being quite loud, with badges and big billboards appealing the strong national pride sentiment. They still have to address many questions, like: will they apply for Euro or will they keep a sterling? At the moment polls claim the No/Better together side is ahead, but the undecided are still many.

Many public personalities and famous Scots have endorsed either sides. I won’t. Even if I can vote, I don’t want to. I don’t support either parts because on one side I dislike barriers and borders, on the other one I understand the barriers that London itself is raising.

It’s a pivotal vote that will change Scotland future, no matters which of the parts will win. I think at the moment Scots have won, since they displayed such a quantity of energies, passion, national interest on either side, and hopefully all this mass of discussing and wondering about national identity will help improve.

[Further, deeper readings: the Guardian, BBC, the Independent, the Economist, the Scotsman.]

Foresti/Foreigners

Finalmente sono rientrato in possesso delle mie chiavi, del mio letto, della mia routine. La mia camera per un mese si è trasformata in un ostello, un po’ come la mia vita, con gente che va e che viene. A Glasgow sono esplosi il bel tempo e i Giochi del Commonwealth, e la richiesta di ospitalità sul sito di Couchsurfing è schizzata alle stelle. La gente mi risparmia la fatica di rispondere di no, dato che la maggior parte di loro non superano il Test del Gelato (offro ospitalità solo a chi mi cita il suo gusto preferito, secondo una precisa richiesta nascosta nel mio profilo. No gelato, no ospitalità).

dePer una macchinazione della vita, nello stesso fine settimana si sono incrociate due bionde ventenni tedesche, che sono riuscito tuttavia ad ammassare da qualche parte nella mia cameretta asfittica. Per quattro giorni ho dato aria al mio tedesco, ho scosso un po’ di polvere, ho aggiunto dei rammendi e delle cuciture nuove provenienti dal Sud e dall’Ovest, regioni in cui non ho vissuto.

ampelmannDiverse ma simili, giovani e inesperte ma felici di viaggiare per la prima volta da sole. Se avete uno stereotipo di tedesco medio, Stella riesce ad intaccarlo. Ha studiato latino, adora l’Austria (non è scontato: tedeschi e austriaci condividono poco più della lingua, non osate confonderli o si offendono), e ha deciso di prendersi un periodo di pausa prima di scegliere la facoltà universitaria e se ne è andata in Irlanda per imparare l’inglese e lavorare. Mentre era mia ospite è riuscita in un’impresa che credevo impossibile: scottarsi sotto il sole di Glasgow. Elsa si è lasciata trascinare in giro docilmente per la città una domenica pomeriggio e mi ha aspettato pazientemente mentre interrogavo serratamente una studentessa d’arte in merito a una mostra di cui volevo assolutamente capire il significato. Stella ed Elsa sono più giovani di me, cinque-sei anni di differenza si sentono, i problemi e i punti di riferimento nelle nostre rispettive vite si trovavano su due livelli diversi, però mi hanno lasciato, con spontaneità freschezza gentilezza innocenza, un bel ricordo, assieme a un magnete sul frigorifero.

nzPoi è stata la volta di Mike, un kiwi (=neozelandese) altissimo e affascinante, specie quando sguaina la chitarra e canta con atteggiamento spensierato e provocante. È ancora un ragazzo immaturo, se riesce a far convivere un vistoso simbolo della pace con la sua militanza nelle forze armate per sette mesi, in quanto pilota d’aereo. Intende girare tutta l’Europa facendo autostop e affidandosi al buon cuore della gente.

dulce de lecheitTommaso, italiano, è un ragazzo generoso e alla mano, incontrarne di persone così, e si è dimostrato entusiasta di qualsiasi cosa, anche se il clima di Glasgow gli ha reso difficile (leggasi umida) la sua visita.ar Non l’ho potuto ospitare perché nello stesso periodo da me stava Flor, che è nata a Buenos Aires in una famiglia mista italoebrea. Con grande invidia per la sua pronuncia perfetta (studia fonetica e credo che parli più o meno come la regina, mentre io parlo più o meno come Shrek) abbiamo chiacchierato a lungo. Flor mi ha spiegato la tradizione del mate, quell’infuso amarissimo diffuso in Sud America, che si beve a qualsiasi ora del giorno ma soprattutto con gli amici. Si riempie la tazza con le foglie di questa pianta, si versa acqua calda e poi si sorbisce attraverso una cannuccia. Quando l’acqua è finita, la tazza viene riempita di nuovo e passata al secondo del gruppo, e via così. Una specie di grolla sudamericana. Flor è stata in assoluto la mia ospite più pulita, non so come, ma il bagno sembrava diventare sempre più lindo col tempo. Prima di partire mi ha regalato due confezioni di dulce de leche (la deliziosa, caramellosa crema, l’originale argentina!) e un simpatico set di sottobicchieri con ricette per preparare cocktails, dato che sto ormai diventando una barzelletta internazionale con la mia ostinazione a non bere birra né vino.

Mantengo alta la bandiera italiana cucinando per i miei ospiti cose buone e ad alto contenuto di gusto (le pesche al forno con amaretti hanno riscosso successo), e la bandiera scozzese facendo loro conoscere cose buone e ad alto contenuto di colesterolo (il mars fritto, il fudge e la millionaire short cake). Selene è stata ben contenta di partecipare a queste cene di massa, contribuendo con torte salate, bibite gasate e portando a casa la sua parte di calorie, mentre Thibaut ha lavato i piatti. Non abbiamo mai mangiato così bene in tutto l’anno come in questo periodo, e a quanto pare qualcuno dei miei couchsurfers non vedeva tanto cibo da mesi. Ho visto Glasgow con gli occhi di gente da altre parti del mondo, di gente in viaggio, di gente di passaggio: per loro era una sorpresa, era cara, era economica, era noiosa, era grigia, era interessante…

Ora però sono esausto. Ho offerto tanto ai miei ospiti: tempo, il mio lettone, cene, serate con i miei amici, tour della città. Sarà strano ora abituarsi alla camera di nuovo vuota, ma hey, mi manca la mia stessa compagnia.

me and florDo I look tired? Sure, after one long month of couch-hosting. My wee room was turned into a hostel, like my life, with a lot of people landing and quitting. Fortunately I can turn down most of the requests on the website since they don’t pass the Ice Cream Test (which means, they didn’t read my profile, where I utterly ask them to cite their favourite ice cream, just to check if they’re sending a personal request or cutandcopying it), still, because of the summer and the Games, I hosted a load of people, crammed into my wee room.

deFirst of all came two German girls, both in their early twenties, both fair and small but from different part of Germany. They helped me brushing up my dusted German with new expressions (kein Plan to say ,,no idea”). Stella managed to get sunburned in Glasgow. Elsa let me pull her around the city, in a rushed tour culminating in me having a discussion with an art student about the meaning of some artworks. They were 5 years younger than me, enough to make me feel on a different level. Our concerns, plans and experiences are different. Still, their spontaneity, naivety and kindness left me warm memories, plus a nice magnet on my fridge.

nzMike is a tall, attractive kiwi, especially when he takes out his guitar to sing. He’s selfaware and bantering, and quite reliant on his hosts’ generosity. He’s trying to visit the whole Europe by hitchhiking.

itI met Tommaso just for lunch, but it was enough to understand he’s a decent guy, accommodating and laid back. He got soaked under a particularly rainy weegie day, still he was rather happy with the city.arAt that time I was hosting Flor, a delicious girl from Argentina. She’s becoming an English phonetic teacher, so she speaks like the Queen, while my pronunciation is rather like Shrek’s one. Flor taught me the art of mate. In Southamerica you drink mate the whole day. Mate is a bitter herb tea: you bring along a big thermos and the crunched dried leaves, you fill up a cup with those, then pour hot water and sip with a straw. If you’re hanging out with friends, new water is added and the cup is passed on to the following guy. The core of mate is sharing and chatting and staying together. Flor gave me two cups of original dulce de leche from Argentinia, have you ever tried this delicious caramel cream? Plus a set of coasters with recipes to prepare cocktails. She was the cleanest guests I had, the toilet looked to shine with time.

I support my country with pride cooking highly scrumptious dinners (my baked peaches with amaretti rocked!), and I support with pride Scotland by offering highly caloric meals (deep fried mars rules!). Selene was happy to did her part, brought along quiche, drinks and brought away her burden of calories, while Thibaut happily helped with the washing up. We’ve never eaten so much and with so much pleasure the whole past year, and I may bet some of my guests simply hadn’t seen much food at all lately, because they were short of money. They reported their version of Glasgow: cheap, dull, interesting, expensive, surprising…

I’m exhausted. I’ve given all: my bed, keys, time, dinners, friends, city tours. It’s hard to get back to my empty room now, but hey-sometimes my own company is nice enough!

Giochi del Commonwealth/Commonwealth Games

In queste settimane Glasgow è allegramente sotto ai riflettori. Se cascate dal pero, è perché non siete sudditi di sua Maestà e siete al di fuori del Commonwealth, l’organizzazione politica che raccoglie le Nazioni che una volta facevano parte dell’Impero Britannico.940px-Commonwealth_of_Nations.svgDa 84 anni e ogni quattro anni, come per gli Europei di calcio, si organizzano i Giochi del Commonwealth, e questa volta ad ospitarli tocca a Glasgow. In città si sono riversate persone da 53 Paesi  (molte delle quali in realtà sono isolette, tipo Malta o le Solomon Islands) e 71 Nazioni (ad esempio Scozia, Galles e Irlanda del Nord contano ciascuna per sé), accomunate soprattutto dalla lingua inglese e da un passato di dominazione: la Regina è tutt’ora capo di stato di tutti questi paesi. Immaginatevi, lei va, ad esempio, in Australia e pensa: questo è tutto mio! Anche se dubito che lo pensi, non fosse altro che per una questione di buone maniere. Turisti e appassionati sportivi, atleti con relative famiglie e allenatori, lavoratori impiegati negli stands e nelle strutture, volontari, forze dell’ordine e medici, fisioterapisti e tecnici dello sport hanno occupato ogni stanza disponibile. Per accedere alla Subway in questi giorni bisogna fare una coda lunghissima, non si era mai visto qui a Glasgow! Un’occasione per offrire al mondo una buona immagine della Scozia, con orgoglio immenso misto a goffaggine e irriverenza tipiche di questo popolo (vedi i commenti alla cerimonia iniziale qui e qui).commonwealth-flags
Glasgow è stata rattoppata a nuovo, hanno ridipinto le arrugginite cassette per la raccolta della posta, piantato fiori ovunque, aggiunto mappe lungo le strade (una delle cose di cui Glasgow può essere già orgogliosa), costruito o restaurato edifici a tempo di record, sono comparsi numerosi nuovi murales a decorare le fiancate spoglie e grigie dei palazzoni in centro, hanno piantato un enorme gazebo per il merchandising in George Square, hanno organizzato un festival correlato ai giochi che si svolge in tre zone diverse di Glasgow, facendola assomigliare molto a una città italiana d’estate, quando la gente e le bancarelle riempiono le strade, e i concerti, le chiacchiere e l’odore di cibo profumano l’aria. La magia scade alle 20 di sera, ma ci accontentiamo.

2014_Commonwealth_Games_Logo.svgNon saranno le Olimpiadi, ma quando mi ricapiterà l’occasione di partecipare a un evento su scala tanto grande nella città in cui vivo? Ho tirato fuori quel poco d’interesse per gli sport che provo in qualche angolo remoto della mia personalità e ho preso un biglietto per l’hockey. Come ha commentato Kevin, ,,è bello fare parte di qualcosa”, qualcosa che abbraccia popoli così diversi e che li coinvolge in una competizione sana e sportiva. Salvo poi scoprire che non si trattava di hockey su ghiaccio, ma mi sono ritrovato a tifare, urlare e trepidare seguendo le sorti di questa pallina gialla che rotolava sul prato finto e pieno d’acqua, spinta con violenza e agilità da ragazzi provenienti prima da Galles e Trinidad&Tobago, poi, nel secondo match, da Scozia e Malesia. Il portiere della Scozia urlava come un orso, e si muoveva anche come un orso, ma non è bastato per salvare la squadra da un comunque onorevole 1-2. Eh, le regole dell’hockey su prato non le ho ancora capite comunque.

La mascotte dei giochi è Clyde (come il fiume di Glasgow), un cardo (fiore simbolo della Scozia) dai capelli sbarazzini. In diversi angoli della città sono apparse statue ad altezza di bambino di questo Clyde, con una t-shirt ogni volta dipinta da una diversa scuola elementare, sui quali i turisti si arrampicano allegramente per una foto. Un saluto da Glasgow, capitale del Commonwealth per undici giorni!

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Glasgow happens to be currently under the spotlight, and for no tragic reason. If you don’t know anything about that, it’s just because you live outside the Commonwealth of Nations, the organization collecting all the ex colonies of the British Empire. There’s nothing nicer than organizing a big party for a supranational organization that counts sort of half of world population, all having in common more or less only the English language and a past of domination under the British Crown. The Queen is still the formal head of all these 53 countries and 71 nations. Just imagine, she travels, say, to Australia, and thinks: this is all mine. Well, probably manners don’t allow her to think that.

Tourists, athletes and their families and trainer, doctors and physiotherapists, sport technicians and volunteers and employees and workers have flooded Glasgow and occupied any single spare room. The Subway and trains have never seen such long queues over here. Glasgow has been polished and glittered, flower pots put everywhere, the rust scratched, the grey dull walls covered with graffiti, maps added along the streets (although Glasgow is quite efficient from this point of view). A festival with free concerts, carousels and food stands have been organized in three different points of the city, making it looking like an italian city during summer, when people’s voices and food smells fill up the air. The magic ends at 10 pm, but we are happy with it nonetheless.

_IMG_1047When will I get again the chance to live in a city where such an internationally relevant event takes place? I have rummaged for a bit of sporty feeling inside my character and I’ve booked tickets. As Kevin said, ,,it is nice to be a part of something”. Runners and swimmers and gymnasts were already sold out, such a pity, so I went for hockey, and I even managed to get a bit fond of it by the end of the game. The player were sliding and chasing a small yellow ball on the heavily wet grass. I found myself shouting in support to Scottish team, who nonetheless lost 1-2 against Malaysia, despite of the goalkeeper’s barks.

The Games mascot is Clyde (named after Glasgow river), a thistle (hence the fancy violet hair) that appears in different corners of the city with a different t-shirt each time, painted by elementary schools or so, and short enough to be the goal of many pictures and selfies. Cheers from Glasgow, City of the XX Commonwealth Games!

Salonicco/Thessaloniki

Se chiudo gli occhi, ho ancora impressa sulla retina la luce del sole di Grecia, i riflessi sull’acqua trasparente del mare, il colore turchese. Secondo le nostre ospiti, il tempo non era dei migliori, tanto che quando siamo atterrati ci ha accolto una pioggerellina estiva, ma lo standard locale è molto diverso da quello scozzese, e il cielo, enorme, era sgombro di nuvole la maggior parte del tempo.

Thessaloniki-Tourist-Map-3.mediumthumbSe chiudo gli occhi, mi tornano ancora i sapori mediterranei in bocca. La mamma di G. (mi è stato imposto il segreto d’ufficio: io sono l’unico ad aver dichiarato la mia assenza per vacanze, le altre tre amiche si sono giustificate davanti ai rispettivi relatori di tesi in altri modi abbastanza ridicoli e incompatibili con la tintarella esibita al rientro) ha deciso che non sono abbastanza nutrito e mi ha ingolfato di pasticio e mutsaka (un piatto a base di melanzane). Gli abitanti di Salonicco hanno una relazione strana con le melanzane, dato che nel 1917 un incendio ha distrutto il centro città e fu appiccato da una donna che stava appunto friggendo le melanzane. A Salonicco non ci si può perdere la bugatsa (una torta a base di pasta fillo e crema pasticcera nella versione dolce, con feta o spinaci nella versione salata); le barrette di sesamo, il pane koulouri, i dolci al bergamotto, il pirulo. La vacanza si è chiusa con una cena stupenda in una taverna mangiando pescetti fritti e bevendo ouzo.

Se chiudo gli occhi, ho ancora il suono della lingua greca nelle orecchie. I cartelli stradali sembravano lunghe formule fisiche, e ogni tanto si capiva una parola, dato che era identica al corrispettivo italiano: piruni è la forchetta, e indovinate cosa significano banio, kucina, valigia, anguria. Ho riesumato le mie conoscenze di greco per imparare a dire almeno grazie e prego e molto buono (hala hala!) o molto figo.

Se chiudo gli occhi, ho ancora le immagini di Salonicco in mente. Superata la prima impressione di caos e disordine (tipo un uomo e tre bambini su un motorino, tutti senza casco), Salonicco è una bella cittadina mediterranea, con la Torre Bianca, le chiese ortodosse (Hagia Sofia e Hagios Dimitrios in primis) dove entrandosi fa il segno della croce e poi si bacia l’icona del santo, le salite ripide (è tutta arrampicata in collina), molti spazi verdi, il lungo mare (Paralia) che va fino all’Opera, il sito archeologico nella città vecchia, i mille locali, il mercato con le bancarelle di frutta. L’ospitalità greca è meravigliosa. G. e le sue amiche greco-tedesche si sono prodigate per farci godere il più possibile la spiaggia. Ci hanno portato sulla seconda penisola di Halkidiki, da dove si scorgeva il profilo del Monte Athos, irraggiungibile dalle donne e dall’accesso ristretto anche agli uomini. In vacanza ho smentito in un colpo l’idea che io non sappia nuotare e che sia bianco latte: in effetti, mi sono trasformato in un’aragosta, rossa e allegramente sguazzante.

Certe vacanze non si dimenticano, specie se un’amica parla nel sonno, un altro si rotola rumorosamente nel letto, un’altra è accompagnata da un cane troppo affettuoso, o se un’altra ancora si rifiuta di credere che la tenda zanzariera possa essere aperta. Vacanze documentate da più di ottocento foto in 5 giorni, parecchie delle quali tentando di saltare.

If I close my eyes, I still have the light of the Greek sun impressed on the back of my eyes, its reflection on the crystalline water, the endlessly extending turquoise. Apparently the weather was not even so nice, indeed we were welcomed by clouds and drizzle, but evidently our hosts have different standards than the Scottish ones with regards to temperatures. The sky was cloudless most of the time.

If I close my eyes, Mediterranean tastes come back to my mouth. G’s mother (our host, but I can’t reveal her identity since she and the other two friends travelling with me were not officially allowed by their supervisors 😉 ) decided I looked underfed and stuffed me up with pasticio and mutsaka, which is made of aubergines. Thessaloniki inhabitants have a weird relationship with aubergines: the city burned down in 1917 and the fire was allegedly started by a woman frying aubergines. Other delicacies you must try in Thessaloniki are bugatsa, which can be either savory (with spinach and/or feta) or sweet, with curd; the kouluri bread, the pirulo. Our holiday ended in a taverna eating seafood and drinking ouzo.

If I close my eyes, I still hear the sounds of Greek. On the boards it looked like long physical formulas. I picked up some words, just to say thanks or sorry or please, or very nice or very sexy. Some of them are so close to Italian!

If I close my eyes, I still see Thessaloniki busy streets, the White Tower, the hills and slopes, the orange trees, the orthodox churches, the seaside, the archeological sites, the bars and pubs at night, the cafes and frappe coffees, the market and the fruit stands. Greeks are hospital and sweet, G. and her friends did their best to set us at ease. We enjoyed the sea on the second finger of Halkidiki peninsula, from where the Mount Athos silhouette could be glimpsed, still unreachable by women and restricted to men as well. I proved wrong the idea I can’t swim and I am pale: actually I turned into a red lobster, happy to splash in the water.

Such holiday won’t fade away, especially if one friend is sleeptalker, another rolls over loudly on the bed, another is accompanied by a dog showing too much affection, or another doesn’t manage to open the mosquito net on the window. We documented almost every minute through over 800 pictures, most of which jumping!