Balançoires/Musical swings

balancoires2.jpgNel centro di Montreal, nel Quartiere degli Spettacoli, si trovano ventuno altalene colorate a gruppi di tre: le balançoires. Sono un’installazione artistica, di quelle interattive. Ci sali sopra, cominci a dondolarti, e da sopra la tua testa sgorga musica. All’inizio lenta e monotona, dong dong dong, poi cambia e diventa più variata. È il timbro di uno strumento a corda, così che ti sembra di essere un grosso plettro che va avanti indietro su una chitarra. Non so come funzioni il software che genera la musica, immagino che in qualche modo sia guidato dal ritmo del dondolo, ma sembra andare piuttosto a casaccio.
Notate un particolare: le altalene hanno dei colori sgargianti, un richiamo irresistibile per me. Le avevo provate velocemente con Milovan, ma volevo godermele di nuovo prima di lasciare Montreal. Era un luminoso martedì mattina, le avevano appena tirate fuori dall’involucro dove le tengono di notte, non c’erano troppi turisti a fare concorrenza. Mi sono seduto comodo sull’altalena più esterna e ho preso la spinta.

Qualcun atro occupava le altalene di fianco a me. Una coppia di turisti con due bambine, una donna latinoamericana, un’altra asiatica. Restano un paio di minuti, poi se ne vanno. Io continuo a dondolare, prendo un ritmo regolare e tranquillo, nessuna ambizione di arrivare troppo in alto. Sorrido.

Una signora anziana vestita di chiaro e con un cappello bianco a tese larghe mi passa davanti. Si vede che è indecisa. Torna indietro, posa la sua borsa ai piedi dell’altalena, sale e si mette a dondolare. Non ci guardiamo neppure. Eravamo timidi, quasi vergognosi di essere colti in un gesto così infantile. C’erano altre altalene libere, ma lei ha scelto di dondolare con me. I suoi accordi si sono mescolati ai miei. Poi si è aggiunto un ragazzo dai capelli rossi, la camicia e le scarpe dicevano che era diretto in ufficio. Prende posto sull’ultima altalena rimasta libera, quella centrale, seduto in direzione contraria alla nostra, si contorce per riuscire a scattarsi un selfie. La musica era malinconica, un tratto ricorrente della musica del Quebéc. Chiudo gli occhi. Quando riapro lo sguardo, la signora è sparita, e anche il ragazzo infila il telefono in tasca e se ne va. Io resto ancora un po’, a guardare le persone che passano. Poi afferro di nuovo la valigia e mi allontano.

Chissà cosa abbiamo condiviso, tre adulti spaiati su un dondolo, assorti nei nostri pensieri, una vita da rincorrere subito dopo, uniti dalla contentezza di spostare il baricentro avanti e indietro su un’altalena nel sole caldo di Montreal.

If you walk by the Quartier des spectacles in Montreal, you will come across this installation called les Balançoires, the musical swings. They are 21, grouped by 3, and they make sound! Like a pinched chord, monotonous and slow at start, but then different, varied, I guess according to the algorithms of some mysterious software, whose logic is not quite clear to me. Anyway, they are an appealing feature for tourists and not, and they are brightly coloured, which makes them even more appealing to me. I went by quickly with Milovan, but didn’t have much time to try them out, so I went back before I left Montreal, on a sunny Tuesday morning. They had just unwrapped them from the protection they keep them at night. I put down my suitcase, I sat comfortably on one seat, and started swinging.

There were more people swinging to my sides, a couple of tourists with two daughters, a woman, but mostly came and go. I just enjoyed my stable pace, not too fast, no ambition to swing too high. I smiled.

An elderly lady in light clothes and a cream-colour large hat walked briskly by. She was clearly tempted. She came back, put down her bag, climbed on the far seat, and joined me in the swinging. We didn’t look at each other, we were almost prim in our childish action. Imagine, an old woman and a not-too-young-anymore guy. She picked my group of swings, though, others were free, but she chose to add her tunes to my music. A ginger guy joined on the central swing. His shirt and trousers and shoes said he was on his way to the office. He took out his phone to take a selfie. I closed my eyes. The music was slightly melancholic, it seems to be the tone of the Quebec. When I opened my eyes, the lady was gone, and the guy put his phone in his pocket, and left. I stayed a bit, to enjoy the sun in my face, people walking by. Finally I grabbed my suitcase and left.

What did we share, deep in our thoughts, a life to chase before and after, three grown-ups, unmatched in all except in our joy of moving our balance back and forward on a musical swing in the warm sun of Montreal.

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Coppa dell’amicizia/Friendship bowl

Test di cultura italiana. Riconoscete questo oggetto?

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Viene dalla Valdaosta: si chiama coppa dell’amicizia, ed è una coppa panciuta di legno con un coperchio circondato da un numero pari di becchi che va da due a una dozzina. Si riempie la coppa di un caffè particolare, tipo quello della Peppina, e si beve in compagnia, a turno, ciascuno da un becco, passando la coppa in giro. Un modo bellissimo di condividere un caffè alla fine di un pasto, nelle notti invernali, con gli amici davanti al camino, a raccontarsi storie. A casa, in Italia, ne abbiamo una, nascosta in una credenza, proveniente da chissà quale viaggio che mia mamma ha fatto da ragazza.

Io e la Nico abbiamo salvato questa coppa dell’amicizia dalle incurie dei suoi precedenti padroni, e ora è l’oggetto più prezioso e bello nel mio appartamento. La prima volta che l’ho vista, eravamo al Chai Ovna, una casa del té dall’aspetto molto informale, diciamo pure trascurato, hippie o indie a seconda dei punti di vista, e tutto contento per aver trovato un oggetto così raro in un angolo di Glasgow, sono andato a chiedere alla cameriera da dove venisse. Lei, con espressione tra il fastidio e il disinteresse universale: “Come hai detto?” “La coppa dell’amicizia, quella cosa rotonda di legno…oh, lascia stare”. Cioè, hanno un oggetto d’artigianato e neppure si preoccupano di sapere cos’è. Sono tornato al Chai Ovna a Settembre con Sara, ma la coppa era scomparsa. No, ma come, l’hanno buttata via? Ah, no. L’ho scovata su uno scaffale polveroso, coperta di ragnatele. Sara mi ha consigliato di infilarmela in borsa e portarla via di nascosto, tanto non interessava a nessuno. Io invece, la volta successiva che sono tornato, ho pregato la cameriera di chiedere alla padrona se avesse intenzione di vendermela. Settimane dopo, finalmente mi arriva un messaggio di conferma. Nicoletta è andata a recuperarla per me e me ne ha fatto regalo. Ho dovuto pulirla dalla polvere e dagli schizzi di pittura, ho cosparso il fondo di fondi di caffè per togliere gli odori cattivi, ed ora fa bella figura in cucina, con i suoi decori a stella alpina e il profumo intenso di legno.

L’abbiamo collaudata per la prima volta io e Nick. Non ho preparato il caffè valdostano ma qualcosa di simile, ma non ho considerato che se è troppo piena, il caffé esce da un po’ tutti i becchi quando la si inclina. Ne ha fatto le spese il mio pigiama.

Ricetta del caffè per fare un “buon café à la valdôtaine”(presa dalle istruzioni, custodite all’interno della coppa stessa):

Preparare il caffè in quantità sufficiente secondo le necessita e versarlo nella coppa dell’amicizia; aggiungere due cucchiai di zucchero per ogni caffè; scorze di limone o arancio; mezzo bicchierino di grappa molto forte (o altro liquore secondo i gusti); cospargere il bordo dell’apertura della coppa dell’amicizia con zucchero e bagnarlo con la grappa. Dare fuoco al liquido all’interno della coppa e mescolare con un cucchiaio; spegnere la fiamma chiudendo con il coperchio.

Aggiunte della mia credenza:
Liquore all’amaretto
Acqua di fiori d’arancio

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This is a test to check your knowledge of authentic Italy. What is the item in the picture?

friendship bowl.jpgIt’s not a fancy ashtray. It is a friendship bowl, it is common in the tiniest Italian region, Aosta Valley, on the North-West corner, on the mountains. It is a wooden round bowl with a lid and several beaks. You fill it with a special coffee cocktail and drink from it, in turn, one beak each, with your friends, sharing stories in front of the fire on a winter night. My mum has one at home, a relic from her travels when she was younger.

I first came across this item in Chai Ovna, which is a shabby (or, if you prefer, alternative) tea house in the West End. It was perched on a mantelpiece. I was filled with amazement and went to the waitress, all excited, to ask where they got it from. She didn’t even know what I was talking about. Some time later, I was having a tea with Sara and I couldn’t find it anywhere. I found it out on a windowsill, stranded and forgotten, wrapped in spider cobs. Such a shame! Sara told me to slip it into my bag and leave. Instead, I went to the waitress and asked to purchase it from them. I left them my phone number. After many weeks, I received a text: deal, the bowl was mine! Nicoletta went to pick it up and bought it for me. I cleaned it up from dust and splashes of wall paint. I spread the bottom with coffee grounds to make it smell properly. Now it shines in my kitchen, wooden-smelling, edelweiss-carved, probably the most beautiful, precious item in my flat.

I first tried it with Nick, but I didn’t realize that you need to tilt it carefully when it is full, or you will spill the coffee all over your pyjamas, like I did. Here is the recipe of the traditional Aosta valley coffee, although I made my own version.

Recipe to prepare a good valdostan coffee (as found in the instructions inside the bowl itself):

Make a sufficient quantity of coffee (espresso) and pour into the friendship bowl. Add two teaspoons of sugar for every cup of coffee, as well as lemon or orange rind. Add half a glass of very strong grappa (or another liquor you prefer). Sprinkle sugar on the rim of the bowl and wet it with grappa. Light the drink on fire and stir it with a spoon. Cover the bowl with its lid to put the fire off.

Inglesi/English people

Ho passato il fine settimana della festa della mamma a Sheffield, ed è stata un’ottima occasione per misurare le distanze culturali tra Italia ed Inghilterra. Mentre scendevo in treno verso l’Inghilterra, strano a dirsi, il paesaggio si è coperto di neve, mentre a Glasgow quando sono partito brillava il sole. Il treno si riempiva man mano di Inglesi, così diversi dagli Scozzesi, a partire dall’aspetto fisico. Gli Scozzesi sono più bassi e scuri, mentre gli Inglesi sono alti, hanno la faccia lunga e capelli e occhi chiari. Sheffield era famosa per le acciaierie e la produzione dei coltelli. È una città costruita sui colli e le strade s’inerpicano ripide su e giù.

Il carburante degli inglesi è il tè, ne bevono perfino otto-dieci tazze al giorno. Quando dico té intendo il classico tè nero, che loro bevono con l’aggiunta di un gioccio generoso di latte. Scordatevi il limone, al massimo un po’ di zucchero. Il colore passa da ambrato a beige e mi dà sempre l’impressione che si tratti di caffelatte. A me il tè nero non piace per cui quando mi chiedono se ho sete (il che è un modo implicito di chiedere se voglio un tè), io rispondo: “avete un tè alla frutta?”, e loro cominciano a frugare in fondo alla credenza, perché di tisane non ne bevono, è un oltraggio che sta come il caffè americano all’espresso. Non appoggiano le tazze se non sugli appositi sottotazza, forse per non lasciare segni sulla tavola. Io invece lascio la tazza dove capita e loro mi infilano il sottotazza di nascosto, tirandolo fuori da chissaddove. I tannini lasciano sul fondo delle tazze una incrostazione marroncina che, strato dopo strato, non va più via. Gli Inglesi hanno una concezione molto lasca di pulizia, da questa cattiva abitudine hanno perfino tratto un programma, Case da incubo. Ad esempio lavano le stoviglie in una bacinella d’acqua e poi le mettono ad asciugare, senza risciacquarle sotto l’acqua pulita. Arrrrgh.

Un’altra parata di cose che più inglesi non si può: come dessert, il crumble innaffiato di custard, una versione liquida della crema pasticcera che accompagna, immancabile, ogni fetta di torta; la marmellata d’arance, disponibile in tremila versioni: di Dundee, di arance di Seviglia, d’arance rosse, mista con lime e limone, con la buccia o senza; la confettura di gooseberries (uva spina) e lo sciroppo di sambuco; il rabarbaro; lo stufato di manzo con la gravy (che è il sugo che resta sul fondo della pentola) con contorno di verdura lessa e patate e pastinaca al forno e Yorkshire pudding. Il tutto, sullo sfondo dei narcisi, che addobbano festosi i prati delle isole britanniche in questo periodo. Abbiamo passato il sabato sera a giocare a Scarabeo. Mi sono battuto con le unghie e coi denti ma non sono ancora bravo ad estrarre parole di senso compiuto dal mucchietto di lettere di fronte a me in una lingua straniera.

Dopo aver passato più di due anni immerso nel clima scozzese, la differenza tra Scozia e Inghilterra mi è sembrato evidente. Ho l’impressione che gli Italiani pensino che ai nostri antipodi-culturalmente parlando-ci siano i Tedeschi. Io invece ho sempre sentito la Scozia ben più distante. Ora che ho fatto esperienza dell’Inghilterra non saprei più che dire, se non che al di là del Confine c’è un’altra vasta nazione da scoprire ed esplorare.

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Spending the mum’s weekend down in England meant having a taste of English life. I left Glasgow bathed in sunsbine but while I was travelling down South, the landscape got more and more dusted in snow. The train was filled more and more with English, so different from Scottish. The latter are shorter and darker, while English are tall, have fair hair and eyes and a long face. We arrived to Sheffield, the city of knives and steel companies, clung on hills, whose streets climb up and down the slopes.

The English could drink tea while sleeping. They swallow as much as ten cups a day. I am not a big fan of breakfast tea, so when I get offered a tea I ask for a herbal tea instead, which throws them in panic and have them look at the bottom of the cupboard. The English put their cup of tea on coasters, maybe to avoid marking the table. Forgetfully I always put mine wherever, and they quietly but firmly sneak a coaster under my cup. The tannins stain the bottom of the cups. The English don’t list cleanness among their fortes.

I had the chance to experience a variety of English food: jam, apple and blackberry crumble, merangue nests with berries, custard, curd, gooseberry marmelade, and then a glorious beef with Yorkshire pudding, mashed potatoes and parsnip. I could play Scrabble, which I’m not too much good at, I can’t promptly work a meaningful English word from the letters lined in front of me. Anyway, it’s fun.

I realized how distant is England from Scotland, after being dipped in the Scottish environment for so long. I’ve always felt the Scottish so distant from the Italian culture, but now I need to reconsider my mind. What I know is that, beyond the Borders, there is yet a whole new Country for me to meet and know.

 

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Assistente/Teaching assistant

Richard, il mio relatore, mi ha proposto di aiutarlo in un paio di lezioni. Tutto è nato dall’esperienza a New York, sia benedetta New York, durante la quale Richard ha avuto modo di osservare la mia disposizione a seguire studenti più piccoli (mio fratello Enrico l’ha sperimentata più volte) e la mia naturale passione per gli spiegoni lunghi e poco efficaci. Richard di solito fa progetti più lunghi della gamba, e io non mi sono fatto illusioni. Infatti nel frattempo Milovan, l’altro (ormai ex-) dottorando del mio gruppo, ha ottenuto un posto da ricercatore ed è passato davanti a me in pole position per aiutare Richard in un paio di lezioni. Le lezioni, per di più, si sono ridotte da vere e proprie lezioni frontali a un paio di semplici esercitazioni in laboratorio con un software (Cambridge Engineering Selector, CES per gli amici), che peraltro io stesso ho dovuto imparare ad usare al volo.

Alla fine, in qualità di assistente dell’assistente, ho sostituito Milovan che aiutava Richard e ho illustrato le potenzialità del CES agli studenti del corso di Biomateriali del master.

Domanda a chi l’insegnante lo fa di professione:
>chi guardate delle persone che avete di fronte a voi? Fissate un punto a caso sul muro in fondo alla stanza o lasciate scorrere lo sguardo? Vi spingete verso le ultime file? Riuscite a non ignorare un settore solo perché per guardarli dovete girare la testa?
>come fate con quelli che usano il cellulare mentre voi parlate? E come reagite ai cali di attenzione generale, che si avvertono con dolorosa chiarezza, simili alle risate finte delle sit com americane?
>ma parliamo del problema gola secca (mirabile combinazione di riscaldamento, moquette e periodo incredibilmente asciutto a Glasgow), della tossetta che è così frequente in questo periodo, del raspeghin.
> E vogliamo poi considerare gli sgambetti della lingua straniera: annaspare alla ricerca delle parole che all’improvviso scompaiono dal tuo vocabolario mentale, le frasi anacolutiche, i termini tecnici che hai sempre e solo letto e mai pronunciato e di cui non sai minimamente l’accento?

La mezz’ora più lunga da molto tempo. Se sono sopravvissuto, è grazie all’allenamento col palco del Grest e con altri palchi. Sinceramente ero meno sudato alla mia laurea.

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While we were in New York, Richard hinted at a possible role for me as a teaching assistant in his Biomaterials course. Richard could see me in action while helping out the students at NYU (blessed be my New York experience!) and my disposition at talking at length and with passion about the topics I feel keen on and, most of all, prepared about. I was aware that Richards plans may change quickly, so I didn’t hope for it too much. In the meanwhile, Milovan, the other (now ex-)doctorate in my group, has become a researcher and increased in priority over me. So, I was de-ranked as teaching assistant’s assistant. And the lectures were shrunken to a couple of lab tutorials about an engineering software (Cambridge Engineering Selector, in brief, CES). I had to learn how to use it myself.

But here I went, stepping in for Milovan and showing the software’s power and potential to the masters students.

I’d like to ask a few questions to my friends who are teachers as a job:

>who do you stare at? Do you look at a specific point, maybe on the back wall, or do you run your eye through the audience? Do you look all the rows of people or do you ignore some sectors that are placed out of the reach of your sight?

>how can you keep focused when some people are clearly and deliberately checking their phones? How do you deal with a general, thick indifference to the topic you’re delivering?

>what about issues like dry mouth (a wonderful combination of miraculously good weather, carpet and heating) and coughing?

>Let’s talk about the tricks of speaking in a foreign language, of those words that suddenly decide to disappear from your memory, the anacoluthic sentences, the technical words you’ve never ever pronounced and whose accent you can only guess?

Well, what saved this half an hour was my experience on different stages. It was a very long half an hour, though. I think I didn’t sweat this much on my very own thesis defence. 

Ufficio anagrafe/When you call your town hall office

Glasgow, 11/12/2015

-Ufficio anagrafe di Bosco Chiesanuova-?
-Buongiorno, sono un cittadino che vive all’estero [quanti saremo mai da Bosco?], mi sono trasferito di recente e come di dovere [in modo da ricevere la scheda elettorale per corrispondenza] ho comunicato al Consolato di Edimburgo il mio cambio d’indirizzo ormai due mesi fa, ma non ho più ricevuto la conferma ufficiale da parte vostra, per caso avete notizie?
-[momento di confusione] Oh sì sì certo [voce carica d’ansia e imbarazzo], lei adesso risiede in [mi cita l’indirizzo corretto ed aggiornato], abbiamo avuto problemi con il nuovo sistema di gestione informatico [rumore di una coda di paglia che spunta], abbiamo preparato la lettera, l’abbiamo spedita a fine Novembre, dovrebbe arrivare a giorni [promesse roboanti per mascherare la coda di paglia che ormai va a fuoco].
-[sollevato] Oh bene, allora attendo la lettera a breve, grazie arrivederci.

[Qualcosa dentro di me mi dice che è tutto un palco, ma io voglio riporre fiducia nelle parole dell’impiegata. Almeno per una volta mi hanno risposto al primo tentativo e non hanno usato un tono saccente]

Glasgow, 13/01/2016

È passato un mese da quella telefonata, me n’ero quasi dimenticato. Una sera torno in appartamento e trovo la lettera sulla soglia di casa. Posso ammettere che il traffico postale sotto Natale sia intenso. Tutti quei biglietti d’auguri, le letterine a Babbo Natale, la Befana, e Santa Lucia, i pacchetti regalo, e poi i saldi di gennaio con gli aquisti online. Chi si aspetta che la posta, quella stessa posta che ancora recapita le mie cartoline con puntualità discreta, sia celere? In fin dei conti, di cosa mi lamento, un mese è quasi poco!

Poi mi cade l’occhio sulla data in cui è stata spedita. 15 Dicembre 2015. Ma…non aveva detto che l’aveva preparata a fine Novembre? L’impiegata comunale in questione da Santa Lucia non avrà ricevuto altro che carbone: le bugie hanno le gambe corte.

Le gioie di un italiano che vive all’estero.

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When you happen to be an Italian abroad, and you need your electoral office to be registered for future elections, funny things may happen, like a clerk messing up dates on letters, and openly lying about it.

Golosoni/Sweet-teeth

Giovedì sera ho ricevuto una mail urgente da parte di Chip, un mio caro amico conosciuto a New York quest’estate. Un mio amico si trova a Glasgow, sta viaggiando da solo e gli farebbe piacere avere compagnia, riuscite a mettervi in contatto? Wow, che bello, com’è piccolo il mondo, certo, non ho programmi per il fine settimana, posso portarlo in giro per la città.

Ci incontriamo sotto il duca di Wellington, o meglio, il Cavaliere col Cono in Testa di fronte al Museo di Arte Moderna, uno degli involontari simboli di Glasgow e punto di ritrovo accessibile e riconoscibile. Patrick è un ragazzo alto e barbuto che abita a Brooklyn, fa il sindacalista per gente che lavora nel mondo dello spettacolo, soprattutto scenografi e costumisti, e si è preso una pausa di cinque mesi dal lavoro e dalla sua vita. Voleva visitare l’Italia, ma alla fine il progetto si è allargato, ed è partito dalle Fiji ed è arrivato in Regno Unito, passando per Australia, Sud-Est asiatico, il Bel Paese, ex-Jugoslavia, Francia, Irlanda.

Lo porto al The pig and the butterfly, un ristorante dove servono buon cibo scozzese in una cornice che mia mamma definirebbe riciclata da una cantina ma che qui chiamano alternativa. “Prendiamo il dolce?” “Mh, no dai.”
Usciamo dal ristorante, facciamo due passi lungo Bath Street nella rigida notte di un venerdì di fine novembre. Patrick: “In realtà un dolcetto ci starebbe bene”. Io: “Ma i bar sono chiusi e nei pub non servono dessert…dobbiamo entrare in un altro ristorante”. “Facciamolo, allora!” E così ci presentiamo al Las Iguanas, per ordinare due cocktail e due dessert, sotto lo sguardo divertito della cameriera. La stessa scena si è ripresentata il giorno dopo, ho provato a trascinarlo in uno dei miei tuor mozzagamba alla scoperta degli angoli che apprezzo di Glasgow, ma ci siamo semplicemente incagliati a mangiare cibo vietnamita e poi un gelato da Nardini’s (il Don Vito è davvero buono). Calorie a profusione. La sera ho cucinato io, pasta alla norma e per dessert la tortafrolla del Bonomi e Nutella (il mio programma prevedeva una più vivace serata a ballare ceilidh, ma la pigrizia e l’appetito hanno avuto il sopravvento). Patrick ama i dolci più di me, scrive su un blog che parla di gelaterie e ha creato un gusto nuovo per Ben & Jerry’s. Credo proprio che il suo viaggio sia stato una specie di Mangia Prega Ama, forse con scrivi al posto di prega (sta raccogliendo notizie sul mondo non profit per questo sito).

Patrick mi ha portato un bel po’ d’allegria e di risate e di storie, il clamore della sua vita piena di persone, di amici, di famigliari che si porta sempre dietro, che l’hanno raggiunto durante i suoi viaggi, o che non dimentica al momento di inviare dolcissimi biglietti d’auguri natalizi. Strano come la vita, con un americano, appaia più semplice, attiva, ricca di possibilità. Che prendere, impacchettare il minimo indispensabile in uno zaino, mollare tutto e visitare il mondo non sembri un’azione assurda ma una possibilità a portata di mano.

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Last Thursday I received an email from my dear friend Chip, whom I met in New York. “Urgent, a friend of mine is travelling on his own and he is in Glasgow right now. Could you meet up?” Sure, I don’t have plans for the weekend, we might hang around and I might show him the city around, which I am always glad to do. 

We met at the Guy with the Cone on his Head in front of the GoMA, one of the involuntary symbols of Glasgow. Patrick is a funny guy from Brooklyn. He decided to take a 5 months break from his job and life and travel around the world. His initial plan was to visit Italy, but he ended up starting from Fiji and ending in United Kingdom, passing through Australia, South-East of Asia, ex-Yugoslavia, France and Ireland. 

I took him to The pig and the butterfly, a restaurant where good Scottish food is served in an atmosphere my mum would call shabby but they would call alternative. At the end of the dinner we thought we might leave without dessert and we hit the road in a sharp November night. A few steps later, Patrick said: “I think we could go and find a dessert”. “But bakeries and coffee shops are closed now!-I objected-we should go to another restaurant”. “Let’s do that then!” We went to Las Iguanas for a cocktail, tambleque pudding and churros. We asked the waitress for her opinion which dessert we should have, and I think she was pretty amused. Same thing the next day. I tried to drag him into one of my legtaking tours of the city, but he was more interested in visiting the food places. We ate Vietnamese food and then an ice cream at Nardini’s. Loooooads of calories. Patrick has a bigger sweet tooth than me. He writes about ice cream on a blog, he even had his own Ben & Jerry’s flavour created and I believe his travel was much alike Eat, pray, love. Perhaps without the pray bit. Or write instead (he’s documenting for a no-profit webpage).

Patrick brought me many laughter, stories from around the world, his cheerful life crowded with friends and family he takes along with him and he treats with his Christmas cards. It’s odd how life looks so easy from an American point of view. Quit your daily routine, pack all the bear minimum in a backpack and leave-it’s not a big deal, it’s just one opportunity you’ve got at hand. Hope to meet him again in New York.

Profumo di casa/Smells like home

Vado a Manchester a trovare Erica, a sentire un po’ di calore meridionale in un weekend in cui le nuvole hanno deciso di aprirsi e di rovesciare un diluvio sulle nostre teste e mi sento l’umidità nei vestiti. Gli abitanti di Manchester, la città che ha le api come simbolo araldico, mi fanno ridimensionare in positivo i miei attuali concittadini, sono grezzi allo stesso modo. Eppure qualcuno riesce ancora a stupirmi: ho preso una cosina per la mia cucina, ma era senza prezzo e senza codice a barre. La cassiera mi chiede se mi ricordavo il prezzo, e io rispondo circa 3 £. Lei mi fa: “che costoso, io non gli darei così tanto. Ti va bene se te lo metto a 1 £? Però non dirlo a nessuno”, facendomi l’occhiolino. Erica ha detto che certe sorprese capitano solo a me.

Mi rifugio in un caffè ispirato all’Islanda chiamato Takk, dall’aspetto spartano e alternativo.
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Per una volta il maltempo mi costringe a un’attività che giudico molto molesta, appena sotto il livello della pioggia: lo shopping. Il centro commerciale di Manchester si prende carico dei miei bisogni materiali. Fuori, i senzatetto che cercano di sopravvivere sulle strade bagnate e fredde sono sempre di più. Forse a Glasgow li nascondiamo sotto il tappeto, ma questo stuolo di mendicanti, che si tengono compagnia la sera, muove compassione.

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Erica mi porta a vedere Manchester switch-on, l’accensione in pompa magna delle lucine di Natale (che volete, Halloween è già passato da una settimana, è ormai ora di cambiare la merce sugli scaffali), con spettacolo pirotecnico come gran finale. Io ed Erica ci lanciamo in manifestazioni d’entusiasmo ingiustificato di fronte ai fuochi d’artificio, che a me riempiono sempre di meraviglia. Io sostengo che il Babbone Natale fatto di glitter e lucine in Albert Square sia vagamente sinistro, mentre d Erica piace. Nonostante Erica mi riprenda spesso (in questi mesi è diventata un despota!), mi fa ridere tanto, in modo spensierato.

Con Erica finiamo sempre per mangiare un sacco, oppure per provare piatti particolari, che non cucineremmo mai da soli, ad esempio la zuppa di funghi e marroni. Non sbuccio le castagne lesse da anni, da quando, negli autunni della mia adolescenza, facevo chili di Mont Blanc, con le buccette secche e fastidiose che s’infilano sotto le unghie, dolorose come spilli. Sono cooptato per lessare, sbucciare e ridurre in purea le patate che servivano per fare la pitta e la focaccia salentina. Erica apre i barattoli, mi fa annusare l’origano, i capperi, il peperoncino che ha portato dal Salento, profumi di casa anche se non sono proprio di casa mia, ma in qualche modo appartiene a me, tramite i miei amici pugliesi. I pomodori, le spezie, il latte, il burro (quest’ultima è una mia aggiunta da nordico) di qui non hanno il profumo come in Italia.

Mentre torno in treno, il paesaggio appare uniformemente grigioverde, pecore grigie che cercano riparo in mezzo ai boschi, case grigie sperse nella campagna, stazioni grigie.

io erica fuochi

I head down to Manchester to pay a visit to my friend Erica, to feel some Southern warmth on a weekend the sky falls apart on our heads like a flood and I feel the moist in my flesh. The local neds make me feel at ease, like if I didn’t leave Glasgow. Not all the Mancunians are rough, though. I buy a small thing without a price tag, and when the cashier asks me if I remember how much it costs and I answer it should be 3 £, she replies: “how expensive, I would never spend so much for this, do you mind if I charge you 1 £, but don’t tell anybody, darling” (winking). Erica complains such nice things happen only to me.

I find shelter from the rain in an Icelandic-style café called Takk. Showering weather moves me to do some clothes shopping, which annoys me only slightly less than rain. The Arndale centre is like heaven for shopaholics. Beggars and homeless pave the streets outside, that’s impressive, maybe we hide them under the carpet in Glasgow but it looks like it’s not getting any better. 

Erica takes me to the switch-on, it’s time to light up the city for the approaching Christmas festivities. We shriek cheerfully and pointlessly to the fireworks-I always enjoy them a lot. I believe the big glittery Santa in Albert Square looks spooky, Erica likes it instead. Erica reproaches me often, but we laugh heartily.

Whenever we meet, Erica and I end up eating a lot, or eating something we wouldn’t if we were on our own. We cook a chestnut and mushrooms soup. I haven’t peeled boiled chestnuts for years, since I lived in Italy, I so hate the needle-like peels sticking painfully under my fingernails. I am co-opted to boil, peel and mash potatoes, she will use to make some specialities from her region, Salento. She opens her jars and I smell oregano, tomatoes, capers, so intense and flavoured. They smell like home, even if my own hometown is hundreds of miles away from her own, and our smells are sometimes different, but still more penetrating than vegetables we find here. 

On my way back to Scotland, from the train, the landscape looks green and grey altogether. Grey sheep sheltering in the green woods, grey stations, grey cottages in the countryside.