Inglesi/English people

Ho passato il fine settimana della festa della mamma a Sheffield, ed è stata un’ottima occasione per misurare le distanze culturali tra Italia ed Inghilterra. Mentre scendevo in treno verso l’Inghilterra, strano a dirsi, il paesaggio si è coperto di neve, mentre a Glasgow quando sono partito brillava il sole. Il treno si riempiva man mano di Inglesi, così diversi dagli Scozzesi, a partire dall’aspetto fisico. Gli Scozzesi sono più bassi e scuri, mentre gli Inglesi sono alti, hanno la faccia lunga e capelli e occhi chiari. Sheffield era famosa per le acciaierie e la produzione dei coltelli. È una città costruita sui colli e le strade s’inerpicano ripide su e giù.

Il carburante degli inglesi è il tè, ne bevono perfino otto-dieci tazze al giorno. Quando dico té intendo il classico tè nero, che loro bevono con l’aggiunta di un gioccio generoso di latte. Scordatevi il limone, al massimo un po’ di zucchero. Il colore passa da ambrato a beige e mi dà sempre l’impressione che si tratti di caffelatte. A me il tè nero non piace per cui quando mi chiedono se ho sete (il che è un modo implicito di chiedere se voglio un tè), io rispondo: “avete un tè alla frutta?”, e loro cominciano a frugare in fondo alla credenza, perché di tisane non ne bevono, è un oltraggio che sta come il caffè americano all’espresso. Non appoggiano le tazze se non sugli appositi sottotazza, forse per non lasciare segni sulla tavola. Io invece lascio la tazza dove capita e loro mi infilano il sottotazza di nascosto, tirandolo fuori da chissaddove. I tannini lasciano sul fondo delle tazze una incrostazione marroncina che, strato dopo strato, non va più via. Gli Inglesi hanno una concezione molto lasca di pulizia, da questa cattiva abitudine hanno perfino tratto un programma, Case da incubo. Ad esempio lavano le stoviglie in una bacinella d’acqua e poi le mettono ad asciugare, senza risciacquarle sotto l’acqua pulita. Arrrrgh.

Un’altra parata di cose che più inglesi non si può: come dessert, il crumble innaffiato di custard, una versione liquida della crema pasticcera che accompagna, immancabile, ogni fetta di torta; la marmellata d’arance, disponibile in tremila versioni: di Dundee, di arance di Seviglia, d’arance rosse, mista con lime e limone, con la buccia o senza; la confettura di gooseberries (uva spina) e lo sciroppo di sambuco; il rabarbaro; lo stufato di manzo con la gravy (che è il sugo che resta sul fondo della pentola) con contorno di verdura lessa e patate e pastinaca al forno e Yorkshire pudding. Il tutto, sullo sfondo dei narcisi, che addobbano festosi i prati delle isole britanniche in questo periodo. Abbiamo passato il sabato sera a giocare a Scarabeo. Mi sono battuto con le unghie e coi denti ma non sono ancora bravo ad estrarre parole di senso compiuto dal mucchietto di lettere di fronte a me in una lingua straniera.

Dopo aver passato più di due anni immerso nel clima scozzese, la differenza tra Scozia e Inghilterra mi è sembrato evidente. Ho l’impressione che gli Italiani pensino che ai nostri antipodi-culturalmente parlando-ci siano i Tedeschi. Io invece ho sempre sentito la Scozia ben più distante. Ora che ho fatto esperienza dell’Inghilterra non saprei più che dire, se non che al di là del Confine c’è un’altra vasta nazione da scoprire ed esplorare.

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Spending the mum’s weekend down in England meant having a taste of English life. I left Glasgow bathed in sunsbine but while I was travelling down South, the landscape got more and more dusted in snow. The train was filled more and more with English, so different from Scottish. The latter are shorter and darker, while English are tall, have fair hair and eyes and a long face. We arrived to Sheffield, the city of knives and steel companies, clung on hills, whose streets climb up and down the slopes.

The English could drink tea while sleeping. They swallow as much as ten cups a day. I am not a big fan of breakfast tea, so when I get offered a tea I ask for a herbal tea instead, which throws them in panic and have them look at the bottom of the cupboard. The English put their cup of tea on coasters, maybe to avoid marking the table. Forgetfully I always put mine wherever, and they quietly but firmly sneak a coaster under my cup. The tannins stain the bottom of the cups. The English don’t list cleanness among their fortes.

I had the chance to experience a variety of English food: jam, apple and blackberry crumble, merangue nests with berries, custard, curd, gooseberry marmelade, and then a glorious beef with Yorkshire pudding, mashed potatoes and parsnip. I could play Scrabble, which I’m not too much good at, I can’t promptly work a meaningful English word from the letters lined in front of me. Anyway, it’s fun.

I realized how distant is England from Scotland, after being dipped in the Scottish environment for so long. I’ve always felt the Scottish so distant from the Italian culture, but now I need to reconsider my mind. What I know is that, beyond the Borders, there is yet a whole new Country for me to meet and know.

 

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Assistente/Teaching assistant

Richard, il mio relatore, mi ha proposto di aiutarlo in un paio di lezioni. Tutto è nato dall’esperienza a New York, sia benedetta New York, durante la quale Richard ha avuto modo di osservare la mia disposizione a seguire studenti più piccoli (mio fratello Enrico l’ha sperimentata più volte) e la mia naturale passione per gli spiegoni lunghi e poco efficaci. Richard di solito fa progetti più lunghi della gamba, e io non mi sono fatto illusioni. Infatti nel frattempo Milovan, l’altro (ormai ex-) dottorando del mio gruppo, ha ottenuto un posto da ricercatore ed è passato davanti a me in pole position per aiutare Richard in un paio di lezioni. Le lezioni, per di più, si sono ridotte da vere e proprie lezioni frontali a un paio di semplici esercitazioni in laboratorio con un software (Cambridge Engineering Selector, CES per gli amici), che peraltro io stesso ho dovuto imparare ad usare al volo.

Alla fine, in qualità di assistente dell’assistente, ho sostituito Milovan che aiutava Richard e ho illustrato le potenzialità del CES agli studenti del corso di Biomateriali del master.

Domanda a chi l’insegnante lo fa di professione:
>chi guardate delle persone che avete di fronte a voi? Fissate un punto a caso sul muro in fondo alla stanza o lasciate scorrere lo sguardo? Vi spingete verso le ultime file? Riuscite a non ignorare un settore solo perché per guardarli dovete girare la testa?
>come fate con quelli che usano il cellulare mentre voi parlate? E come reagite ai cali di attenzione generale, che si avvertono con dolorosa chiarezza, simili alle risate finte delle sit com americane?
>ma parliamo del problema gola secca (mirabile combinazione di riscaldamento, moquette e periodo incredibilmente asciutto a Glasgow), della tossetta che è così frequente in questo periodo, del raspeghin.
> E vogliamo poi considerare gli sgambetti della lingua straniera: annaspare alla ricerca delle parole che all’improvviso scompaiono dal tuo vocabolario mentale, le frasi anacolutiche, i termini tecnici che hai sempre e solo letto e mai pronunciato e di cui non sai minimamente l’accento?

La mezz’ora più lunga da molto tempo. Se sono sopravvissuto, è grazie all’allenamento col palco del Grest e con altri palchi. Sinceramente ero meno sudato alla mia laurea.

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While we were in New York, Richard hinted at a possible role for me as a teaching assistant in his Biomaterials course. Richard could see me in action while helping out the students at NYU (blessed be my New York experience!) and my disposition at talking at length and with passion about the topics I feel keen on and, most of all, prepared about. I was aware that Richards plans may change quickly, so I didn’t hope for it too much. In the meanwhile, Milovan, the other (now ex-)doctorate in my group, has become a researcher and increased in priority over me. So, I was de-ranked as teaching assistant’s assistant. And the lectures were shrunken to a couple of lab tutorials about an engineering software (Cambridge Engineering Selector, in brief, CES). I had to learn how to use it myself.

But here I went, stepping in for Milovan and showing the software’s power and potential to the masters students.

I’d like to ask a few questions to my friends who are teachers as a job:

>who do you stare at? Do you look at a specific point, maybe on the back wall, or do you run your eye through the audience? Do you look all the rows of people or do you ignore some sectors that are placed out of the reach of your sight?

>how can you keep focused when some people are clearly and deliberately checking their phones? How do you deal with a general, thick indifference to the topic you’re delivering?

>what about issues like dry mouth (a wonderful combination of miraculously good weather, carpet and heating) and coughing?

>Let’s talk about the tricks of speaking in a foreign language, of those words that suddenly decide to disappear from your memory, the anacoluthic sentences, the technical words you’ve never ever pronounced and whose accent you can only guess?

Well, what saved this half an hour was my experience on different stages. It was a very long half an hour, though. I think I didn’t sweat this much on my very own thesis defence. 

Ufficio anagrafe/When you call your town hall office

Glasgow, 11/12/2015

-Ufficio anagrafe di Bosco Chiesanuova-?
-Buongiorno, sono un cittadino che vive all’estero [quanti saremo mai da Bosco?], mi sono trasferito di recente e come di dovere [in modo da ricevere la scheda elettorale per corrispondenza] ho comunicato al Consolato di Edimburgo il mio cambio d’indirizzo ormai due mesi fa, ma non ho più ricevuto la conferma ufficiale da parte vostra, per caso avete notizie?
-[momento di confusione] Oh sì sì certo [voce carica d’ansia e imbarazzo], lei adesso risiede in [mi cita l’indirizzo corretto ed aggiornato], abbiamo avuto problemi con il nuovo sistema di gestione informatico [rumore di una coda di paglia che spunta], abbiamo preparato la lettera, l’abbiamo spedita a fine Novembre, dovrebbe arrivare a giorni [promesse roboanti per mascherare la coda di paglia che ormai va a fuoco].
-[sollevato] Oh bene, allora attendo la lettera a breve, grazie arrivederci.

[Qualcosa dentro di me mi dice che è tutto un palco, ma io voglio riporre fiducia nelle parole dell’impiegata. Almeno per una volta mi hanno risposto al primo tentativo e non hanno usato un tono saccente]

Glasgow, 13/01/2016

È passato un mese da quella telefonata, me n’ero quasi dimenticato. Una sera torno in appartamento e trovo la lettera sulla soglia di casa. Posso ammettere che il traffico postale sotto Natale sia intenso. Tutti quei biglietti d’auguri, le letterine a Babbo Natale, la Befana, e Santa Lucia, i pacchetti regalo, e poi i saldi di gennaio con gli aquisti online. Chi si aspetta che la posta, quella stessa posta che ancora recapita le mie cartoline con puntualità discreta, sia celere? In fin dei conti, di cosa mi lamento, un mese è quasi poco!

Poi mi cade l’occhio sulla data in cui è stata spedita. 15 Dicembre 2015. Ma…non aveva detto che l’aveva preparata a fine Novembre? L’impiegata comunale in questione da Santa Lucia non avrà ricevuto altro che carbone: le bugie hanno le gambe corte.

Le gioie di un italiano che vive all’estero.

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When you happen to be an Italian abroad, and you need your electoral office to be registered for future elections, funny things may happen, like a clerk messing up dates on letters, and openly lying about it.

Golosoni/Sweet-teeth

Giovedì sera ho ricevuto una mail urgente da parte di Chip, un mio caro amico conosciuto a New York quest’estate. Un mio amico si trova a Glasgow, sta viaggiando da solo e gli farebbe piacere avere compagnia, riuscite a mettervi in contatto? Wow, che bello, com’è piccolo il mondo, certo, non ho programmi per il fine settimana, posso portarlo in giro per la città.

Ci incontriamo sotto il duca di Wellington, o meglio, il Cavaliere col Cono in Testa di fronte al Museo di Arte Moderna, uno degli involontari simboli di Glasgow e punto di ritrovo accessibile e riconoscibile. Patrick è un ragazzo alto e barbuto che abita a Brooklyn, fa il sindacalista per gente che lavora nel mondo dello spettacolo, soprattutto scenografi e costumisti, e si è preso una pausa di cinque mesi dal lavoro e dalla sua vita. Voleva visitare l’Italia, ma alla fine il progetto si è allargato, ed è partito dalle Fiji ed è arrivato in Regno Unito, passando per Australia, Sud-Est asiatico, il Bel Paese, ex-Jugoslavia, Francia, Irlanda.

Lo porto al The pig and the butterfly, un ristorante dove servono buon cibo scozzese in una cornice che mia mamma definirebbe riciclata da una cantina ma che qui chiamano alternativa. “Prendiamo il dolce?” “Mh, no dai.”
Usciamo dal ristorante, facciamo due passi lungo Bath Street nella rigida notte di un venerdì di fine novembre. Patrick: “In realtà un dolcetto ci starebbe bene”. Io: “Ma i bar sono chiusi e nei pub non servono dessert…dobbiamo entrare in un altro ristorante”. “Facciamolo, allora!” E così ci presentiamo al Las Iguanas, per ordinare due cocktail e due dessert, sotto lo sguardo divertito della cameriera. La stessa scena si è ripresentata il giorno dopo, ho provato a trascinarlo in uno dei miei tuor mozzagamba alla scoperta degli angoli che apprezzo di Glasgow, ma ci siamo semplicemente incagliati a mangiare cibo vietnamita e poi un gelato da Nardini’s (il Don Vito è davvero buono). Calorie a profusione. La sera ho cucinato io, pasta alla norma e per dessert la tortafrolla del Bonomi e Nutella (il mio programma prevedeva una più vivace serata a ballare ceilidh, ma la pigrizia e l’appetito hanno avuto il sopravvento). Patrick ama i dolci più di me, scrive su un blog che parla di gelaterie e ha creato un gusto nuovo per Ben & Jerry’s. Credo proprio che il suo viaggio sia stato una specie di Mangia Prega Ama, forse con scrivi al posto di prega (sta raccogliendo notizie sul mondo non profit per questo sito).

Patrick mi ha portato un bel po’ d’allegria e di risate e di storie, il clamore della sua vita piena di persone, di amici, di famigliari che si porta sempre dietro, che l’hanno raggiunto durante i suoi viaggi, o che non dimentica al momento di inviare dolcissimi biglietti d’auguri natalizi. Strano come la vita, con un americano, appaia più semplice, attiva, ricca di possibilità. Che prendere, impacchettare il minimo indispensabile in uno zaino, mollare tutto e visitare il mondo non sembri un’azione assurda ma una possibilità a portata di mano.

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Last Thursday I received an email from my dear friend Chip, whom I met in New York. “Urgent, a friend of mine is travelling on his own and he is in Glasgow right now. Could you meet up?” Sure, I don’t have plans for the weekend, we might hang around and I might show him the city around, which I am always glad to do. 

We met at the Guy with the Cone on his Head in front of the GoMA, one of the involuntary symbols of Glasgow. Patrick is a funny guy from Brooklyn. He decided to take a 5 months break from his job and life and travel around the world. His initial plan was to visit Italy, but he ended up starting from Fiji and ending in United Kingdom, passing through Australia, South-East of Asia, ex-Yugoslavia, France and Ireland. 

I took him to The pig and the butterfly, a restaurant where good Scottish food is served in an atmosphere my mum would call shabby but they would call alternative. At the end of the dinner we thought we might leave without dessert and we hit the road in a sharp November night. A few steps later, Patrick said: “I think we could go and find a dessert”. “But bakeries and coffee shops are closed now!-I objected-we should go to another restaurant”. “Let’s do that then!” We went to Las Iguanas for a cocktail, tambleque pudding and churros. We asked the waitress for her opinion which dessert we should have, and I think she was pretty amused. Same thing the next day. I tried to drag him into one of my legtaking tours of the city, but he was more interested in visiting the food places. We ate Vietnamese food and then an ice cream at Nardini’s. Loooooads of calories. Patrick has a bigger sweet tooth than me. He writes about ice cream on a blog, he even had his own Ben & Jerry’s flavour created and I believe his travel was much alike Eat, pray, love. Perhaps without the pray bit. Or write instead (he’s documenting for a no-profit webpage).

Patrick brought me many laughter, stories from around the world, his cheerful life crowded with friends and family he takes along with him and he treats with his Christmas cards. It’s odd how life looks so easy from an American point of view. Quit your daily routine, pack all the bear minimum in a backpack and leave-it’s not a big deal, it’s just one opportunity you’ve got at hand. Hope to meet him again in New York.

Profumo di casa/Smells like home

Vado a Manchester a trovare Erica, a sentire un po’ di calore meridionale in un weekend in cui le nuvole hanno deciso di aprirsi e di rovesciare un diluvio sulle nostre teste e mi sento l’umidità nei vestiti. Gli abitanti di Manchester, la città che ha le api come simbolo araldico, mi fanno ridimensionare in positivo i miei attuali concittadini, sono grezzi allo stesso modo. Eppure qualcuno riesce ancora a stupirmi: ho preso una cosina per la mia cucina, ma era senza prezzo e senza codice a barre. La cassiera mi chiede se mi ricordavo il prezzo, e io rispondo circa 3 £. Lei mi fa: “che costoso, io non gli darei così tanto. Ti va bene se te lo metto a 1 £? Però non dirlo a nessuno”, facendomi l’occhiolino. Erica ha detto che certe sorprese capitano solo a me.

Mi rifugio in un caffè ispirato all’Islanda chiamato Takk, dall’aspetto spartano e alternativo.
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Per una volta il maltempo mi costringe a un’attività che giudico molto molesta, appena sotto il livello della pioggia: lo shopping. Il centro commerciale di Manchester si prende carico dei miei bisogni materiali. Fuori, i senzatetto che cercano di sopravvivere sulle strade bagnate e fredde sono sempre di più. Forse a Glasgow li nascondiamo sotto il tappeto, ma questo stuolo di mendicanti, che si tengono compagnia la sera, muove compassione.

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Erica mi porta a vedere Manchester switch-on, l’accensione in pompa magna delle lucine di Natale (che volete, Halloween è già passato da una settimana, è ormai ora di cambiare la merce sugli scaffali), con spettacolo pirotecnico come gran finale. Io ed Erica ci lanciamo in manifestazioni d’entusiasmo ingiustificato di fronte ai fuochi d’artificio, che a me riempiono sempre di meraviglia. Io sostengo che il Babbone Natale fatto di glitter e lucine in Albert Square sia vagamente sinistro, mentre d Erica piace. Nonostante Erica mi riprenda spesso (in questi mesi è diventata un despota!), mi fa ridere tanto, in modo spensierato.

Con Erica finiamo sempre per mangiare un sacco, oppure per provare piatti particolari, che non cucineremmo mai da soli, ad esempio la zuppa di funghi e marroni. Non sbuccio le castagne lesse da anni, da quando, negli autunni della mia adolescenza, facevo chili di Mont Blanc, con le buccette secche e fastidiose che s’infilano sotto le unghie, dolorose come spilli. Sono cooptato per lessare, sbucciare e ridurre in purea le patate che servivano per fare la pitta e la focaccia salentina. Erica apre i barattoli, mi fa annusare l’origano, i capperi, il peperoncino che ha portato dal Salento, profumi di casa anche se non sono proprio di casa mia, ma in qualche modo appartiene a me, tramite i miei amici pugliesi. I pomodori, le spezie, il latte, il burro (quest’ultima è una mia aggiunta da nordico) di qui non hanno il profumo come in Italia.

Mentre torno in treno, il paesaggio appare uniformemente grigioverde, pecore grigie che cercano riparo in mezzo ai boschi, case grigie sperse nella campagna, stazioni grigie.

io erica fuochi

I head down to Manchester to pay a visit to my friend Erica, to feel some Southern warmth on a weekend the sky falls apart on our heads like a flood and I feel the moist in my flesh. The local neds make me feel at ease, like if I didn’t leave Glasgow. Not all the Mancunians are rough, though. I buy a small thing without a price tag, and when the cashier asks me if I remember how much it costs and I answer it should be 3 £, she replies: “how expensive, I would never spend so much for this, do you mind if I charge you 1 £, but don’t tell anybody, darling” (winking). Erica complains such nice things happen only to me.

I find shelter from the rain in an Icelandic-style café called Takk. Showering weather moves me to do some clothes shopping, which annoys me only slightly less than rain. The Arndale centre is like heaven for shopaholics. Beggars and homeless pave the streets outside, that’s impressive, maybe we hide them under the carpet in Glasgow but it looks like it’s not getting any better. 

Erica takes me to the switch-on, it’s time to light up the city for the approaching Christmas festivities. We shriek cheerfully and pointlessly to the fireworks-I always enjoy them a lot. I believe the big glittery Santa in Albert Square looks spooky, Erica likes it instead. Erica reproaches me often, but we laugh heartily.

Whenever we meet, Erica and I end up eating a lot, or eating something we wouldn’t if we were on our own. We cook a chestnut and mushrooms soup. I haven’t peeled boiled chestnuts for years, since I lived in Italy, I so hate the needle-like peels sticking painfully under my fingernails. I am co-opted to boil, peel and mash potatoes, she will use to make some specialities from her region, Salento. She opens her jars and I smell oregano, tomatoes, capers, so intense and flavoured. They smell like home, even if my own hometown is hundreds of miles away from her own, and our smells are sometimes different, but still more penetrating than vegetables we find here. 

On my way back to Scotland, from the train, the landscape looks green and grey altogether. Grey sheep sheltering in the green woods, grey stations, grey cottages in the countryside.

Il 27 Agosto la Scozia è ancora in ordine/On the 27th of August Scotland is still in order

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Quando sono sceso dall’aereo proveniente da New York, ho sentito che mi toccava ricominciare da capo. Era lampante. Ero uno sbaglio di colori accesi (felpa acquamarina, t-shirt viola, pantaloncini arancio) comparso in un ambiente dove invece i colori sono annacquati e ingrigiti.

Piacere, sono Davide. Sono la Scozia, il piacere è tutto tuo.

Facevo fatica a riconoscere il cielo, avevo dimenticato la luce della Scozia, che è liquida, soffusa, filtrata dalle nuvole, completamente diversa da quella forte di New York. Le persone mi sembravano estranee, mi guardavano accigliate come a dire: “ma non sai dove sei atterrato?”.

Mi sono ritrovato senza casa e senza il sostegno di cui avevo bisogno. Non sempre va come uno programma, o come uno s’impegna a far andare. Sono finito spezzettato, frazionato tra diversi ripari, nomade, ma questa volta senza l’antipatica sensazione di essere un ospite (tanto mi piace ospitare quanto mi sento a disagio ad essere ospitato). Sono grato alle amiche mi hanno aiutato a mettere insieme i pezzettini. Sara si è presa cura di me, con coccole, cibo sano, passeggiate e film in bianco e nero. Nicoletta mi ha curato con il balletto, il piano, il cinema e la cucina (soprattutto tanti carboidrati) e con lo spionaggio dei vicini. Siamo stati ad Helensburg a visitare la casa costruita da Makintosh, e una guida molesta ci ha scambiato per una coppia e ha cercato in tutti i modi di indirizzarci al negozio di souvenirs. Il mio ritmo del sonno si è modificato, ho cominciato a svegliarmi prestissimissimo e ad andare a letto come le galline.

Aggiorno il blog quando trovo qualcosa da fissare in parole. Ci sono periodi in cui sono troppo occupato a vivere, altri in cui sono occupato a sopravvivere. Mi sento come un bicchiere vuoto che aspetta di essere riempito, e non ho nessun surplus che strabordi e macchi le pagine di questo blog.

Settembre è stato un mese per radunare le schegge della mia vita interiore e dar loro forma di nuovo, un mese per ricevere affetto e attenzioni a sufficienza da sentirmi indipendente e poter ricominciare a distribuirle agli altri. Un mese d’attesa, di condivisione strettissima di spazi. Alla fine di questo mese, mi sono trasferito in un appartamentino tutto per me. Ho deciso che sono adulto abbastanza per affrontare la vita da solo. Ho trovato un monolocale nel Southside, ai bordi di Govanhill, una delle zone più pericolose ed etniche di Glasgow. L’appartamento è piccolo, ma lindo e ben tenuto, pieno di luce e senza moquette. L’ho pulito a fondo, l’ho riordinato, l’ho riempito della mia presenza. E finalmente, mi sono sentito bene.

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When I stepped out of the aircraft that took me from New York to Glasgow, I felt that something was going to change in my life. It was clear, I looked like a mistake of colours, a bright, colourful spot (turquoise hoodie, purple tee, orange shorts and yellow shoes) in a grey environment, where colours are watered down. People stared at me, they clearly thought: don’t you know where on earth you have landed? Oh yes, I know pretty well.

A new start. I am Davide, it’s a pleasure to meet you. I am Scotland, the pleasure is all yours.

The sky looked stranger to me, I forgot the light is liquid, diffused and softened by the clouds, so different from the vivid sunlight of New York.

I found myself without an accommodation and the support I was relying on. Things cannot always go as you plan, or as you work hard to make go. I was shattered and split between several shelters, a nomad, fortunately without the unpleasant feeling of being treated as an unwelcome guest. As much as I like hosting, I don’t feel at ease being hosted. I’m grateful to my friends who helped me put together the shards. Sara took care of me first, feeding me with healthy food, strolls and black-and-white movies. Nicoletta then took over with the piano, ballet, movies and hearty food (which, for me, means carbohydrates) and sexy-neighbors-window-peering. We visited Makintosh’s House on the Hill, where an annoying woman mistook us for a couple and tried her best to sell us a yearly fellowship and to send us to the extremely expensive gift shop. My circadian rhythm went messed up and I started to wake up very early and to go to bed even earlier than my usual.

I write on this blog whenever I have something to digest and then turn into words. There are times when I am way too busy to live, and some others when I am way too busy to survive, when I feel like an empty cup waiting to be filled up again and to spill over and stain the pages of this blog. 

I dedicated September to gather the my pieces of my inner life together and give them a shape, a month to collect affection and care enough to be independent and be able to divvy them up again. A month spent waiting and sharing tightly my space and my daily routine. After such a month, I moved into my new flat, a single bedroom in Southside, Govanhill, a very ethnic area, let’s call it this way. I felt ready to stay on my own, after many years of not always successful sharing. My flat is tiny and bright and well kept and cozy and carpet-free. I cleaned it out, I tidied it up, I filled it up with my own presence. And finally I felt sorted.

Nglico

Sono molto contento di avere uno Nglico in famiglia. Lo Nglico viene a trovarmi, e passiamo una settimana a mangiare, e i monumenti che visitiamo sono solo una mera pausa tra un pasto e l’altro. Nella settimana che è stato in Regno Unito, abbiamo mandato giù calorie a non finire: pere al forno ripiene di Gian Paolo, salame di coccomentacioccolato, hamburger di Shake Shack, cookies di Ben, burritos, caramelle da Hamleys, cupcakes alla rosa e pistacchio, fudge e cioccolato di Arran, tortine di pesce da Waxy O’Connor, scones di patate, e poi bibite gasate senza fondo.

Lo Nglico ascolta interessato i miei sproloqui appassionati sui marmi del Partenone, per poi trascinarmi fuori dal British Museum, per prendere il sole e fare qualcosa di meno serio noioso, tipo salire sulla ruota panoramica del London Eye oppure percorrere il Serpentine sul pedalò (che fatica!) oppure vedere il cambio della guardia di Buckingham Palace oppure visitare tutti i cinque piani del M&M store permeati di un nauseante odore cioccolatoso oppure assistere all’esibizione un po’ smargiassa di un mangiafuoco italiano in Trafalgar Square. Lo Nglico evidentemente mi assomiglia, se un commesso ci ha chiesto dal nulla se siamo fratelli. Lo Nglico è un ottimo animaluccio da compagnia. Mi sopporta quando gli rubo tutto il piumone rotolando di notte nel sonno. Lo Nglico si adatta ai miei ritmi veloci, ai programmi improvvisati, alle mie evidenti carenze informatiche (tipo ritrovarmi col cellulare morto a Londra per tre giorni), alle gatte troppo affettuose che ci masticano le dita dei piedi mentre prepariamo il caffè nell’appartamento airbnb di Gian Paolo e Bryan, alle lunghe camminate tra una stazione della metropolitana sbagliata e l’altra. Lo Nglico prende in giro con me il trucco tremendo delle scozzesi e la mania per il colore verde di una signora in coda con noi e prontamente ribattezzata il Ramarro.

Lo Nglico assaggia volentieri il whisky di Arran anche se delle spiegazioni, fatte da uno scozzese ilare e barbuto, ha capito poco o niente. Lo Nglico mi assiste pazientemente mentre, di notte, correggo febbrilmente degli abstract da mandare entro la mezzanotte, scadenza che mi è stata comunicata la mattina stessa. Lo Nglico non mi uccide neppure quando scopro che la scadenza è stata rinviata all’ultimo minuto, e che tutte quelle ore davanti al computer sono state ore buttate, e che avremmo potuto continuare a goderci l’Isola di Arran in tranquillità. Lo Nglico viene a vedere il mio laboratorio e si sorbisce il mio tour dettagliato.

Lo Nglico affronta con buona volontà i viaggi in autobus, in treno, in traghetto, in aereo. Lo Nglico canta con me cento volte in due giorni il mio nuovo tormentone personale, preso dalle canzoni travisate del Trio Medusa: ciulo i muffin.

Lo Nglico si prende cura di me, quando io dovrei prendermi cura di lui, perché lui sarà pure il fratello grande, ma io sono il fratello vecchio. Con lui divoro degli spaghetti alla carbonara dopo una giornata lunga, interminabile, infinita senza bisogno di dire una parola.

È un riparatutto che non aggiusta solo macchine da cucire, cellulari e computer, ma anche qualcosa di più importante, nella sua semplicità di diciannovenne. Lo Nglico è famiglia, e riesce a farmi sentire a casa perfino quando una casa proprio non c’è.

I am so glad there’s a Nglico in my family. When Nglico comes and visit me, we spend a week only munching, and the monuments we visit are a mere break between our meals. We swallowed calories enough to feel ashamed: baked stuffed pears, minty chocolate bars, hamburgers from Shake Shack, Ben’s cookies, burritos, candies we found at Hamley’s, rose-and-pistachio cupcakes, fudge and chocolate on the Isle of Arran, fish cakes at Waxy O’Connor, potato scones, and bottomless squash and soda.

Nglico listens with patience my long passionate talks in front of the Parthenon marbles, but then he drags me away, come on, we’re in London, we must do something more exciting, let’s see the change of the guard of Buckingham Palace, let’s see London from the London Eye, let’s explore the 5-floors chocolatey-smelling M&Ms store, let’s cross the Serpentine on a paddle boat, let’s watch the fire-eater in Trafalgar Square (such a braggart). Nglico and I must look alike, as a shop assistant stopped by out of the blue to ask if we are brothers. Nglico is a good pet. He puts up with me even when I steal all the duvet rolling on the bed during the night. He adapts to my swift pace, to my improvised plans,  to my big technological issues (like being with no mobile for three days in London), to the cats who love our toes too much and bite us while we make our morning espresso at Gian Paolo and Bryan’s house, to the long walks from one underground station to the other. He makes fun with me of a total-green-dressed lady who’s queuing behind us and of the heavily made up Scottish girls.

Nglico enjoys his sip of whisky at Arran Distilleries but he cannot get the jokes the long-bearded Scot guide says. Nglico does not grump when I need to submit some abstract before a deadline I have been given that very morning, and because of that deadline we have to hurry back from Arran and interrupt our tour. He does not moan even when I discover the deadline has been suddenly delayed, and the hours we spent at the computer could have been employed much better.

Nglico embarks on neverending travels by bus, ferry or plain with no complaint. He sings along with me over and over that stupid ear worm. He takes care of me, even though it should be the other way round, because he might be the big brother, but the eldest brother is me. We wolf down a huge plate of carbonara spaghetti, after a tiring day, no need to say a word, joined by our silence.

He is a fixer, and he doesn’t fix only sewing machines or mobiles, but something more important and delicate, too. Nglico is family, and he can make me feel home even when I do not even have a house.