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Do you hear the Chorus sing?

Mentre leggete, ascoltate il video.

Questi siamo noi del Chorus, il coro amatoriale della mia università, che cantiamo il medley dei Miserabili. A me ormai sinceramente esce dalle orecchie. È stato il pezzo con cui ci siamo esibiti per tutto il secondo semestre, e per quanto mi piacciano i musical, le miserie di Cosette, Fantine e gli altri rivoluzionari francesi dopo un po’ hanno perso la loro carica emotiva iniziale (come diavolo fanno i cantanti professionisti a mantenere la tensione dei testi e delle note dopo tante repliche?).

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Le foto belle sono di Theodor Ștefan Asoltanei.

 

promsInnanzitutto, l’abbiamo portato alla Strathclyde Proms, una specie di Gran Galà della Strathclyde. Si è tenuto dentro al Kelvingrove Art Gallery, il museo più grande di Glasgow (quest’anno i gruppi musicali dell’università han deciso di fare le cose in grande). Sembrava di trovarsi in Una notte al museo, con gli animali impagliati e i busti e le opere d’arte ad osservarci dalle sale buie. L’acustica non era ottimale, ma l’atmosfera del luogo e i duecento attenti spettatori compensavano. Come pezzo finale, per il quale hanno unito le forze tutti i cori e le orchestre, è stato scelto Moment for Morricone. Noi del Chorus non sapevamo bene la parte e abbiamo semplicemente aperto la bocca per buona parte del tempo, ma eravamo coperti dalla potenza dell’orchestra e da un cantante che muggiva nelle retrovie.

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Poi l’abbiamo portato all’Arts Festival, la rassegna all’aria aperta dei gruppi artistici e musicali dell’Università. Abbiamo cantanto in centro, un sabato mattina, sulle scale delle Buchanan Galleries, con le nostre magliette viola, col vento che scompigliava gli spartiti, il sole brillante in faccia e i passanti che chiacchieravano e si fermavano incuriositi durante il loro shopping finesettimanale.

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E infine appunto l’abbiamo cantato alla festa finale del coro. Pur essendo un’esibizione per pochi intimi (amici e famigliari), ha riscosso un buon successo di pubblico. Quando abbiamo attaccato il medley, dallo stupore ho saltato qualche nota. È stata una partenza inaspettatamente intensa, intonata e con una certa quantità di passione. Stavamo cantando leggermente sopra ai nostri standard da coro amatoriale. Quasi fossimo consapevoli che era una l’ultima esibizione dell’anno (e per chi ci lascia, l’ultima in assoluto) e stessimo dando il massimo. Qui sotto potete ascoltare l’esibizione integrale.

Dopo esserci ingozzati di formaggi, crackers, vino e brownies (questi rinfreschi si chiamano cheese and wine), siamo andati al karaoke, dove ho perso le ultime briciole di dignità stonando nota per nota Lovefool (su istigazione di Edda) e, in falsetto, Wuthering Heights (mi domando perché Jennifer non mi abbia scaraventato giù dal palco). Tipo Cameron Diaz ne Il matrimonio del mio migliore amico, ma purtroppo senza tutte le altre qualità di Cameron Diaz. Il giorno dopo mi sono ritrovato una voce ruspante e la reputazione canora ridotta a uno straccio. Ma non basta questo a convencermi di smettere di cantare! Sono affezionato al coro, abbiamo creato gruppo, sintonia e affiatamento, e abbiamo passato i lunedì sera in allegria. Intanto ci fermiamo durante l’estate, ma ci risentiamo ad ottobre. Abbiamo già eletto il nuovo direttivo, e indovinate…ne faccio ancora parte!

Laura and I

Le foto brutte sono mie.

 

While reading, please play this video. This is us, the audition-free Chorus of Strathclyde University, performing for the n-th (but last!) time a medley from Les Miserables. It was our forte during the whole second semester. In all fairness, I am sick and tired of this medley, even though I like musicals, the miserable stories of FantineCosetteAndAllTheRevolutionaryFrench lost their emotional vibe to me after a while. I wonder how professional singers can keep the tension after so many identical performances.

heads kelvingrove  art gallery

First, we sang it at the Strathclyde Proms. That was a huge event. All the music society of Strathclyde University got together and organised this big concert in a fantastic (although expensive) location, the Kelvingrove Art Gallery. It felt like we were in A night at the museum. Stuffed animals and busts and paintings were spying on us from the dark halls. We performed in front of two hundred people, maybe less than expected, but quite a lot for me. It felt amazing, especially the last piece we sang all together, bands and orchestras and choirs jointed. We did not know our part, but the instruments covered our voices and behind me a singer was bellowing loud enough.

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The we sang it at the Arts Festival, singing open air on the stairs in front of Buchanan Galleries on a Saturday morning, while the passersby were watching with curiosity while walking by with their shopping bags. The sun was shining, the wind was flipping the music sheets and covering our voices.

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Last but not least, we sang it at the wine and cheese night, our final rehearsal+performance, which was at the same time very intimate and very successful. You can listen to the whole recording here. As the first notes started, I was caught by surprise: we were singing with intensity, passion and in tune. Let’s say, slightly above our usual, amateur-choir standards. We sensed it was our last time together, for some of us even the very last time in our choir, and we were giving our best. Afterwards we filled our stomach with cheese, crackers, cakes and wine and then headed to the karaoke bar. I hurt everybody’s ears singing a bad version of Lovefool together with Edda and a completely out-of-tune falsetto version of Wuthering heights with Jennifer (I guess she really wished she could push me off the stage). I felt like Cameron Diaz in My best friend’s wedding, without sharing Cameron Diaz’ other lovely qualities though. The following day my voice was rough and my self-regard was low. Still, nobody will stop me from singing again! I love my choir, we found harmony and spent Monday evenings together. We will have a break during the summer but next year we’ll be back, and I am still part of the new committee. Ah!

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Ding dong merrily on high

Ho cambiato cori con la frequenza dei miei traslochi. Per uno come me che canta da solo per strada, il coro è una copertura necessaria e uno sfogo complementare. Anche agli scozzesi piace cantare, e tra l’imbarazzo della scelta sono finito nel coro della mia università, quello più abbordabile, senza necessità di sostenere audizioni o di esibire nutriti curriculum musicali. In occasione del Natale gli impegni canori sono multipli: concerto con la Concert Band e la Jazz Band (quest’anno a St Andrew in the Square, che è una vecchia chiesa sconsacrata e adibita a sala concerti), con la Christian Society e infine il servizio per l’Università. E quindi eccomi qui, vestito totalmente di nero che fa sempre tristezza (da questo punto di vista, mi mancano i miei colorati cori tedeschi), a parte il cravattino di tweed rosso d’ordinanza e la mia cintura chiara completamente stonata, a cantare di fronte a una platea colma (d’accordo, c’erano pochi posti disponibili, però che soddisfazione!). Esibizione di buona qualità. Applausi.

Se vi dico ,,canti di Natale” probabilmente pensate ai jingle commerciali che spopolano per radio e pubblicità e alle quattro nenie che conosciamo in Italia. In Gran Bretagna invece ne ho imparati diversi. I canti di Natale sono degli evergreen, un punto fermo della tradizione natalizia al pari del tacchino e dei crackers, li imparano fin da piccoli, conoscono tutte le voci e pure il controcanto. Il nostro repertorio non è estremamente difficile, solo quattro voci, e i canti natalizi non sono stati scritti o arrangiati per essere un arazzo di fili musicali intrecciati insieme.

Il nostro direttore Max è molto bravo (questo lo dicono i miei amici al conservatorio, fidatevi di loro), e ci fa sentire a nostro agio e non ci mette ansia da prestazione correggendo le nostre numerose imperfezioni. Sembra sempre soddisfatto e incoraggiante (questo lo dico io, ma fidatevi lo stesso), e col sorriso sulle labbra, anche se so che è sfinito per i troppi cori da seguire. Credo che decidere di cantare per professione sia un lavoro in cui la mancanza di stabilità e regolarità non siano sinonimo di creatività ma di stress. Max ama l’Italia e parla un buon italiano. Io sono così scortese da dimenticarmi che gli piace rinfrescarlo con me e mi rivolgo a lui sempre in inglese…

Un Erbocoro non è tale se manca la parte socialricreativa, ad esempio la cena di Natale, che per me è un evento da non mancare perché significa fare esperienza di una vera cena natalizia britannica. Il menu prevedeva zuppa per antipasto, tacchino o manzo o salmone con salsa e verdure lesse per piatto principale, torta al limone o sticky toffee pudding per dessert. Non suona particolarmente entusiasmante, vero? Devo forse aggiungere la tradizione di scoppiare i crackers e di indossare le stupide coroncine di carta velina? Dopo la cena (innaffiata con abbondante alcol) i ragazzi hanno prenotato in un club. Un club piccolo e scuro, in centro, che puzzava di vomito e dove il livello d’eleganza era basso addirittura per me. Al primo piano una con musica orrenda e non identificabile, al piano terra musica orecchiabile comprese le hit di Natale. Mentre cercavamo di goderci la serata, due uomini hanno cominciato a fare a botte. Kate, uno dei nostri contralti, è stata spintonata da uno dei due uomini, e mentre noi ci stringevamo contro il muro per tenerci lontani dalla rissa, lei si è coraggiosamente buttata in mezzo per dividerli. Tanta ammirazione. È diventata la mia nuova eroina.

Non contento di cantare e basta, quest’anno sono pure riuscito ad infilarmi nel direttivo in qualità di bibliotecario. Termine aulico per indicare chi fa le fotocopie dei canti, tiene in ordine l’archivio, distribuisce le cartelline ai nuovi coristi, porta in giro le casse con le copertine durante i concerti. I lavori pesanti insomma! Fra un po’ si ricomincia con le prove. Lunedì sera, nell’edificio delle associazioni studentesche. Dopo le prove si scende al bar a bere qualcosa insieme. Vi aspetto.

 

I’ve changed choirs as often as I’ve changed city. If you walk humming steadily away like me, a choir is a good way to give vent to such a singing need. Sottish like singing together as well, so when it came to decide I was spoilt by choice. As I am not a professional and like it informal, I’ve picked up the University choir, called Chorus. No audition, no need to be able to read the notes, no presence register.

Before Christmas our commitments were umpteen: a concert in St Andrew’s in the square with the Concert Band and Jazz Band, one with the Christian Society in the Cathedral and finally the Carol Service for university in the Barony Hall. So here I am, dressed in total black (so dull, I miss my colourful German dress codes), less the red tweed tie and my cream-coloured belt that doesn’t suit the clothes. We are singing in front of a crowded audience. Good performance. Applause.

Singing Christmas carols is part of a genuine British Christmas experience. There is such a huge tradition of carols, and people seem to know all of them, they learn the lyrics by heart since they are children and can sing all the voices and even the descant. Amazing. 

Our director Max is a good director (if you don’t believe me, believe our common friends at the Conservatory), he has experience, and he’s got a lovely method, he never reproaches us, or complain about our several imperfections. He’s so supportive and encouraging! Least but not last he speaks and love Italian, even though I always forget he would be glad to practice it with me and I keep addressing him in Italian.

A choir wouldn’t be suitable for me if there wasn’t a relevant socializing part, and the Chorus is very good at it. For instance, our social convenor Jennifer organized a good Christmas dinner in a quirky restaurant in West End. Here we were, cracking our crackers, wearing our silly paper crowns and chatting away. After the dinner we went to a nasty, gloomy pub in the city centre, with two floors, the upper floor hosting an undefinable music while downstairs there was more pop-dance-cheeky music. While we were trying to enjoy the atmosphere, regardless of the stink and of the bunch of drunken people pressing around. Two men started fighting close to us and Kate, one of our alto, was hit by one of them, but instead of withdrawing against the wall like all of us and clear herself away from their field, she went straight away to try and divide them. Now she’s become my new heroine. Kudos.

As singing is not engaging enough, I’ve volunteered as the choir librarian. That is, I’m in charge of the music library, photocopies, the folders with music, takes along the box with the black folders during the concerts. I enjoy it, it makes me feel active part of the choir. Soon we’ll start rehearsing again. Monday night, Union building. After rehearsal, we go for a drink together. Will you join us?

Erbö’s swan dress

Giusto per rendere questo blog un po’ più frivolo e per non farlo sfigurare accanto a quelli di moda e faidate.

Jennifer, che organizza gli eventi sociali del mio coro, ha proposto un venerdì sera al karaoke. Per dare un tocco divertente alla serata, dovevamo partecipare vestiti da cantanti famosi. “Date sfogo alla vostra fantasia!” Detto, fatto. Un’occasione unica per unire il mio lato creativo, la mia voglia esibizionista di stupire, la mia passione per Björk. Ho avuto l’ideona di preparare il suo celebre vestito da cigno sfoggiato agli Oscar.

Alta sartoria.

Alta sartoria.

Avevo bisogno di un boa bianco, e ho passato al setaccio tutti i negozi vintage (nome cool per dire di seconda mano) del West End, ma nisba, in periodo di Halloween solo color arancio, nero o viola. Alla fine l’ho pescato in un piccolo negozio di costumi. Mi sono liberamente ispirato alle istruzioni di questo blog, usando materiale economico e più adatto alle mie scarse capacità sartoriali. Anni di travestimenti per le lauree al Collegio Mazza e di grest sono serviti come buona palestra. Un collant e carta assorbente sono bastate per il collo. Isabel si è rivelata un’ottima sarta, nel giro di un paio d’ore l’abbiamo cucito alla t-shirt con punti sicuri, precisi e forti. Infine le piume. Perfetto.

Ero pronto per uscire, ma Isabel e Georgia non erano soddisfatte. Mi hanno trascinato in bagno e in cinque minuti mi hanno truccato non così tanto da farmi sembrare una drag queen ma abbastanza da attirare gli sguardi attoniti e sospettosi dei glaswegiani alla fermata del bus. Ho calcato il cappello sugli occhi e alzato la sciarpa sul naso. Alla fine sono arrivato al karaoke senza collezionare più di qualche occhiata inquisitoria.

Il team di lavoro di Dennistoun.

Il team di lavoro di Dennistoun.

Il karaoke è una disciplina seria qui in Scozia, al pari dei quiz o delle freccette, e vengono organizzati dai pub a cadenza settimanale. Dovreste vedere il brio con cui la gente sceglie le canzoni, l’entusiasmo con cui le interpretano e il tifo con cui sostengono gli amici. Non si sale sul palco in 25000 per una cantata di gruppo come si fa in Italia. Davvero il Regno Unito è la patria degli X factor e x’s got talent, che non sono altro che karaoke con una scenografia alle spalle.

When Abbas met Bjork

I membri del coro in complesso hanno dato ottima dimostrazione di doti canore e bella presenza. Rappresentati c’erano, tra gli altri, gli Abba, Britney Spears, Paul McCartney. Io di sicuro ho sfoggiato le mie piume più della mia voce. Ho portato sul palchetto It’s oh so quiet quando ormai si era fatto tardi, trascinando con me Jennifer perché da solo non ne avrei avuto il coraggio. Diciamolo, oltre che le sembianze, del cigno avevo pure la voce sgraziata. Tant’è, mi sono divertito.

Uno scozzese mi ha chiesto se fosse un cigno (diamogli il beneficio del dubbio) e un altro, un armadio d’uomo, mi ha urlato: ,,mi piace Björk!”. Se cercherò fortuna nel mondo dello spettacolo, ho scelto il mio nome d’arte: Erbö.

 

Uguali! Aces!

Uguali! Aces!

Random post aiming at making my blog a wee bit frilly and to add some fashion-blogger-like taste to it.

Jennifer, the social convenor of the Chorus (Strathclyde Choir), proposed a night out in Cosmopol, the karaoke bar. To thrill up the night, everyone was invited to dress up as a famous, fancy singer. Great! A unique chance to show off my creativity, to give vent to my exhibitionist side, to take inspiration from one of my fav artists, Björk. Here we are: let’s prepare her celebrated swan dress, worn at the Oscar ceremony.

I needed a white boa, so I sifted out every vintage (which is actually a nicer word for “bargain”) clothes shop in West End. No way, the only colors available were orange, purple and black, damn Halloween! I eventually found it out in a wee costume shop in the Forge. A quick search on the internet gave me the right instructions and off I went, using a cream-coloured stockings, kitchen paper, glue and a big deal of help from Isabel, who turned up being a great tailor. We sewed the dress up in a couple of hours. I was ready! Oh no: Isabel and Geo were not happy with it, something was lacking…sure, the make-up! They dragged me to the bathroom, were they painted my face not too much to resemble a drag queen but enough to make me feel embarrassed while I was waiting for the bus, peeped by the stunned East End Glaswegians. I pulled down my hat and my scarf up to hide my face, but the feathers were popping out of the jacket. 

Karaoke is a serious thing in Great Britain, as well as darts and quizzes. Every pub organizes them regularly. People choose carefully their songs, perform alone on the stage, the audience help them with yells and beer. It doesn’t come as a surprise that United Kingdom is the reign of X factor and Britain’s got talent: they’re nothing else than bigger karaoke, with a jury instead of the bar tenant.

The choir guys have performed well. There were Abbas, Paul McCartney, Britney Spears, among the other. We sang nicely. I convinced Jennifer to sing together, I was too scared by the stage. For sure my dress was better than my voice, and It’s oh so quiet is rather a difficult song to try and emulate. It was fun.

A guy asked me if I was wearing a swan (“what on earth do you think it is, a chicken?”), another one, big and square, yelled: “I love Björk!”. I believe if I’ll ever try a career in the show business, my stage name will be Erbö.