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Neve/Snow

Quando sta per nevicare lo senti. Soprattutto quando sta per scendere molta neve. L’aria è tesa, il freddo ha una qualità diversa. La luce stessa è gelida. L’atmosfera sembra quella di attesa. La neve appare poi all’improvviso, e se è dell’umore giusto, in poche ore copre tutto con fiocchi larghi e soffici, silenziosamente, falda sopra falda. Solo mentre spazzi davanti al garage per evitare che le auto restino bloccate ti accorgi che la tua fatica viene mortificata in pochi minuti e ti rendi conto di quanto sia veloce e inesorabile.

Nenna nella neve

Mi sembra di non aver cantato abbastanza durante il periodo natalizio, nonostante le messe, la Maregge-Merli e la stella, reintrodotta in paese dopo anni di assenza da un volenteroso don Fabio. Avete presente cos’è il canto della stella: andare di casa in casa a cantare le carole natalizie per augurare felice Natale alle famiglie e diffondere il clima festivo. Ecco, noi più che clima festivo abbiamo diffuso sentimenti omicidi, coi bambini che scampanellavano, urlavano e suonavano forsennatamente i campanelli delle case, gli adolescenti timidi in un angolo a scambiarsi confidenze e noi in quattro gatti a cantare nella sera umida e ghiacciata. Gli unici animati da sincero spirito di gioia e servizio erano i chitarristi e il capogruppo che ci guidava lungo il tragitto. La cioccolata finale è stato il momento più alto della serata. Fortuna che i cerresi sono comprensivi e amano i bambini.

stella e bambini

Mentre l’aereo si sollevava in volo portandomi a Manchester, le case della campagna del Bergamasco sembravano case del presepe che rimpicciolivano man mano, con tanta neve finta ad imbiancare i tetti. Il mondo sembrava essersi rovesciato, il cielo era un blu inchiostro uniforme come un lago, limitato da coste gialle là dove il sole era tramontato, mentre le luci laggiù in basso sembravano tante stelle. Se desiderare significa allontanarsi delle stelle, ora ho capito perché. Lasciavo dietro di me tante stelle; l’Italia mi mancava già. Per la prima volta in tre anni all’estero mi sono commosso.

regno innevata

You know when it’s going to snow, especially when it’s going to snow seriously. The air is tight, the cold feels like different, the light itself looks steel cold. There’s an atmosphere of expectation. The snow then suddenly shows up, and, provided it is in the right mood, it covers everything in few hours with large and soft flakes, silently, layer over layer. You realise how fast it falls only while wiping the snow off the garage gate, to avoid to get stuck, and your efforts are frustrated every few minutes.

albero di natale

I did not sing enough during Christmas time, even if I was singing at masses, marches under the stars, and even during the street carol service, which is an Italian tradition called stella (star). Children and young sing on the street carrying around a huge star to wish a merry festive time. Don Fabio, one of our priests, proposed to bring it back after this tradition disappeared from my village. We actually carried around annoyance rather than joy, since the many overexcited children liked ringing random doorbells and their own bells loudly, while the shy teenagers were gathering apart chatting among themselves, and just few of us were trying hard to sing out in the frosty and foggy night. The only ones really keen on it were the guitarists and the leader of our improvised assembly. Hot chocolate at the end was the highest moment of the evening. Fortunately the people from my village love children and appreciated our attempt.

While the plane took off bringing me to Manchester, the houses in the countryside looked like small crib houses, dusted with fake snow. The world looked upside-down, the sky a vast ink-blue lake, the horizon a far-away sun-orange line, the lights of the cities down there shining like stars. If the etymology of desire is turn away the eyes from the stars, now I know why. I was leaving behind my stars, I already missed Italy. I felt touched for the first time in three years. 

Ding dong merrily on high

Ho cambiato cori con la frequenza dei miei traslochi. Per uno come me che canta da solo per strada, il coro è una copertura necessaria e uno sfogo complementare. Anche agli scozzesi piace cantare, e tra l’imbarazzo della scelta sono finito nel coro della mia università, quello più abbordabile, senza necessità di sostenere audizioni o di esibire nutriti curriculum musicali. In occasione del Natale gli impegni canori sono multipli: concerto con la Concert Band e la Jazz Band (quest’anno a St Andrew in the Square, che è una vecchia chiesa sconsacrata e adibita a sala concerti), con la Christian Society e infine il servizio per l’Università. E quindi eccomi qui, vestito totalmente di nero che fa sempre tristezza (da questo punto di vista, mi mancano i miei colorati cori tedeschi), a parte il cravattino di tweed rosso d’ordinanza e la mia cintura chiara completamente stonata, a cantare di fronte a una platea colma (d’accordo, c’erano pochi posti disponibili, però che soddisfazione!). Esibizione di buona qualità. Applausi.

Se vi dico ,,canti di Natale” probabilmente pensate ai jingle commerciali che spopolano per radio e pubblicità e alle quattro nenie che conosciamo in Italia. In Gran Bretagna invece ne ho imparati diversi. I canti di Natale sono degli evergreen, un punto fermo della tradizione natalizia al pari del tacchino e dei crackers, li imparano fin da piccoli, conoscono tutte le voci e pure il controcanto. Il nostro repertorio non è estremamente difficile, solo quattro voci, e i canti natalizi non sono stati scritti o arrangiati per essere un arazzo di fili musicali intrecciati insieme.

Il nostro direttore Max è molto bravo (questo lo dicono i miei amici al conservatorio, fidatevi di loro), e ci fa sentire a nostro agio e non ci mette ansia da prestazione correggendo le nostre numerose imperfezioni. Sembra sempre soddisfatto e incoraggiante (questo lo dico io, ma fidatevi lo stesso), e col sorriso sulle labbra, anche se so che è sfinito per i troppi cori da seguire. Credo che decidere di cantare per professione sia un lavoro in cui la mancanza di stabilità e regolarità non siano sinonimo di creatività ma di stress. Max ama l’Italia e parla un buon italiano. Io sono così scortese da dimenticarmi che gli piace rinfrescarlo con me e mi rivolgo a lui sempre in inglese…

Un Erbocoro non è tale se manca la parte socialricreativa, ad esempio la cena di Natale, che per me è un evento da non mancare perché significa fare esperienza di una vera cena natalizia britannica. Il menu prevedeva zuppa per antipasto, tacchino o manzo o salmone con salsa e verdure lesse per piatto principale, torta al limone o sticky toffee pudding per dessert. Non suona particolarmente entusiasmante, vero? Devo forse aggiungere la tradizione di scoppiare i crackers e di indossare le stupide coroncine di carta velina? Dopo la cena (innaffiata con abbondante alcol) i ragazzi hanno prenotato in un club. Un club piccolo e scuro, in centro, che puzzava di vomito e dove il livello d’eleganza era basso addirittura per me. Al primo piano una con musica orrenda e non identificabile, al piano terra musica orecchiabile comprese le hit di Natale. Mentre cercavamo di goderci la serata, due uomini hanno cominciato a fare a botte. Kate, uno dei nostri contralti, è stata spintonata da uno dei due uomini, e mentre noi ci stringevamo contro il muro per tenerci lontani dalla rissa, lei si è coraggiosamente buttata in mezzo per dividerli. Tanta ammirazione. È diventata la mia nuova eroina.

Non contento di cantare e basta, quest’anno sono pure riuscito ad infilarmi nel direttivo in qualità di bibliotecario. Termine aulico per indicare chi fa le fotocopie dei canti, tiene in ordine l’archivio, distribuisce le cartelline ai nuovi coristi, porta in giro le casse con le copertine durante i concerti. I lavori pesanti insomma! Fra un po’ si ricomincia con le prove. Lunedì sera, nell’edificio delle associazioni studentesche. Dopo le prove si scende al bar a bere qualcosa insieme. Vi aspetto.

 

I’ve changed choirs as often as I’ve changed city. If you walk humming steadily away like me, a choir is a good way to give vent to such a singing need. Sottish like singing together as well, so when it came to decide I was spoilt by choice. As I am not a professional and like it informal, I’ve picked up the University choir, called Chorus. No audition, no need to be able to read the notes, no presence register.

Before Christmas our commitments were umpteen: a concert in St Andrew’s in the square with the Concert Band and Jazz Band, one with the Christian Society in the Cathedral and finally the Carol Service for university in the Barony Hall. So here I am, dressed in total black (so dull, I miss my colourful German dress codes), less the red tweed tie and my cream-coloured belt that doesn’t suit the clothes. We are singing in front of a crowded audience. Good performance. Applause.

Singing Christmas carols is part of a genuine British Christmas experience. There is such a huge tradition of carols, and people seem to know all of them, they learn the lyrics by heart since they are children and can sing all the voices and even the descant. Amazing. 

Our director Max is a good director (if you don’t believe me, believe our common friends at the Conservatory), he has experience, and he’s got a lovely method, he never reproaches us, or complain about our several imperfections. He’s so supportive and encouraging! Least but not last he speaks and love Italian, even though I always forget he would be glad to practice it with me and I keep addressing him in Italian.

A choir wouldn’t be suitable for me if there wasn’t a relevant socializing part, and the Chorus is very good at it. For instance, our social convenor Jennifer organized a good Christmas dinner in a quirky restaurant in West End. Here we were, cracking our crackers, wearing our silly paper crowns and chatting away. After the dinner we went to a nasty, gloomy pub in the city centre, with two floors, the upper floor hosting an undefinable music while downstairs there was more pop-dance-cheeky music. While we were trying to enjoy the atmosphere, regardless of the stink and of the bunch of drunken people pressing around. Two men started fighting close to us and Kate, one of our alto, was hit by one of them, but instead of withdrawing against the wall like all of us and clear herself away from their field, she went straight away to try and divide them. Now she’s become my new heroine. Kudos.

As singing is not engaging enough, I’ve volunteered as the choir librarian. That is, I’m in charge of the music library, photocopies, the folders with music, takes along the box with the black folders during the concerts. I enjoy it, it makes me feel active part of the choir. Soon we’ll start rehearsing again. Monday night, Union building. After rehearsal, we go for a drink together. Will you join us?