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Golosoni/Sweet-teeth

Giovedì sera ho ricevuto una mail urgente da parte di Chip, un mio caro amico conosciuto a New York quest’estate. Un mio amico si trova a Glasgow, sta viaggiando da solo e gli farebbe piacere avere compagnia, riuscite a mettervi in contatto? Wow, che bello, com’è piccolo il mondo, certo, non ho programmi per il fine settimana, posso portarlo in giro per la città.

Ci incontriamo sotto il duca di Wellington, o meglio, il Cavaliere col Cono in Testa di fronte al Museo di Arte Moderna, uno degli involontari simboli di Glasgow e punto di ritrovo accessibile e riconoscibile. Patrick è un ragazzo alto e barbuto che abita a Brooklyn, fa il sindacalista per gente che lavora nel mondo dello spettacolo, soprattutto scenografi e costumisti, e si è preso una pausa di cinque mesi dal lavoro e dalla sua vita. Voleva visitare l’Italia, ma alla fine il progetto si è allargato, ed è partito dalle Fiji ed è arrivato in Regno Unito, passando per Australia, Sud-Est asiatico, il Bel Paese, ex-Jugoslavia, Francia, Irlanda.

Lo porto al The pig and the butterfly, un ristorante dove servono buon cibo scozzese in una cornice che mia mamma definirebbe riciclata da una cantina ma che qui chiamano alternativa. “Prendiamo il dolce?” “Mh, no dai.”
Usciamo dal ristorante, facciamo due passi lungo Bath Street nella rigida notte di un venerdì di fine novembre. Patrick: “In realtà un dolcetto ci starebbe bene”. Io: “Ma i bar sono chiusi e nei pub non servono dessert…dobbiamo entrare in un altro ristorante”. “Facciamolo, allora!” E così ci presentiamo al Las Iguanas, per ordinare due cocktail e due dessert, sotto lo sguardo divertito della cameriera. La stessa scena si è ripresentata il giorno dopo, ho provato a trascinarlo in uno dei miei tuor mozzagamba alla scoperta degli angoli che apprezzo di Glasgow, ma ci siamo semplicemente incagliati a mangiare cibo vietnamita e poi un gelato da Nardini’s (il Don Vito è davvero buono). Calorie a profusione. La sera ho cucinato io, pasta alla norma e per dessert la tortafrolla del Bonomi e Nutella (il mio programma prevedeva una più vivace serata a ballare ceilidh, ma la pigrizia e l’appetito hanno avuto il sopravvento). Patrick ama i dolci più di me, scrive su un blog che parla di gelaterie e ha creato un gusto nuovo per Ben & Jerry’s. Credo proprio che il suo viaggio sia stato una specie di Mangia Prega Ama, forse con scrivi al posto di prega (sta raccogliendo notizie sul mondo non profit per questo sito).

Patrick mi ha portato un bel po’ d’allegria e di risate e di storie, il clamore della sua vita piena di persone, di amici, di famigliari che si porta sempre dietro, che l’hanno raggiunto durante i suoi viaggi, o che non dimentica al momento di inviare dolcissimi biglietti d’auguri natalizi. Strano come la vita, con un americano, appaia più semplice, attiva, ricca di possibilità. Che prendere, impacchettare il minimo indispensabile in uno zaino, mollare tutto e visitare il mondo non sembri un’azione assurda ma una possibilità a portata di mano.

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Last Thursday I received an email from my dear friend Chip, whom I met in New York. “Urgent, a friend of mine is travelling on his own and he is in Glasgow right now. Could you meet up?” Sure, I don’t have plans for the weekend, we might hang around and I might show him the city around, which I am always glad to do. 

We met at the Guy with the Cone on his Head in front of the GoMA, one of the involuntary symbols of Glasgow. Patrick is a funny guy from Brooklyn. He decided to take a 5 months break from his job and life and travel around the world. His initial plan was to visit Italy, but he ended up starting from Fiji and ending in United Kingdom, passing through Australia, South-East of Asia, ex-Yugoslavia, France and Ireland. 

I took him to The pig and the butterfly, a restaurant where good Scottish food is served in an atmosphere my mum would call shabby but they would call alternative. At the end of the dinner we thought we might leave without dessert and we hit the road in a sharp November night. A few steps later, Patrick said: “I think we could go and find a dessert”. “But bakeries and coffee shops are closed now!-I objected-we should go to another restaurant”. “Let’s do that then!” We went to Las Iguanas for a cocktail, tambleque pudding and churros. We asked the waitress for her opinion which dessert we should have, and I think she was pretty amused. Same thing the next day. I tried to drag him into one of my legtaking tours of the city, but he was more interested in visiting the food places. We ate Vietnamese food and then an ice cream at Nardini’s. Loooooads of calories. Patrick has a bigger sweet tooth than me. He writes about ice cream on a blog, he even had his own Ben & Jerry’s flavour created and I believe his travel was much alike Eat, pray, love. Perhaps without the pray bit. Or write instead (he’s documenting for a no-profit webpage).

Patrick brought me many laughter, stories from around the world, his cheerful life crowded with friends and family he takes along with him and he treats with his Christmas cards. It’s odd how life looks so easy from an American point of view. Quit your daily routine, pack all the bear minimum in a backpack and leave-it’s not a big deal, it’s just one opportunity you’ve got at hand. Hope to meet him again in New York.

Il 27 Agosto la Scozia è ancora in ordine/On the 27th of August Scotland is still in order

heartbroken-mindbroken
Quando sono sceso dall’aereo proveniente da New York, ho sentito che mi toccava ricominciare da capo. Era lampante. Ero uno sbaglio di colori accesi (felpa acquamarina, t-shirt viola, pantaloncini arancio) comparso in un ambiente dove invece i colori sono annacquati e ingrigiti.

Piacere, sono Davide. Sono la Scozia, il piacere è tutto tuo.

Facevo fatica a riconoscere il cielo, avevo dimenticato la luce della Scozia, che è liquida, soffusa, filtrata dalle nuvole, completamente diversa da quella forte di New York. Le persone mi sembravano estranee, mi guardavano accigliate come a dire: “ma non sai dove sei atterrato?”.

Mi sono ritrovato senza casa e senza il sostegno di cui avevo bisogno. Non sempre va come uno programma, o come uno s’impegna a far andare. Sono finito spezzettato, frazionato tra diversi ripari, nomade, ma questa volta senza l’antipatica sensazione di essere un ospite (tanto mi piace ospitare quanto mi sento a disagio ad essere ospitato). Sono grato alle amiche mi hanno aiutato a mettere insieme i pezzettini. Sara si è presa cura di me, con coccole, cibo sano, passeggiate e film in bianco e nero. Nicoletta mi ha curato con il balletto, il piano, il cinema e la cucina (soprattutto tanti carboidrati) e con lo spionaggio dei vicini. Siamo stati ad Helensburg a visitare la casa costruita da Makintosh, e una guida molesta ci ha scambiato per una coppia e ha cercato in tutti i modi di indirizzarci al negozio di souvenirs. Il mio ritmo del sonno si è modificato, ho cominciato a svegliarmi prestissimissimo e ad andare a letto come le galline.

Aggiorno il blog quando trovo qualcosa da fissare in parole. Ci sono periodi in cui sono troppo occupato a vivere, altri in cui sono occupato a sopravvivere. Mi sento come un bicchiere vuoto che aspetta di essere riempito, e non ho nessun surplus che strabordi e macchi le pagine di questo blog.

Settembre è stato un mese per radunare le schegge della mia vita interiore e dar loro forma di nuovo, un mese per ricevere affetto e attenzioni a sufficienza da sentirmi indipendente e poter ricominciare a distribuirle agli altri. Un mese d’attesa, di condivisione strettissima di spazi. Alla fine di questo mese, mi sono trasferito in un appartamentino tutto per me. Ho deciso che sono adulto abbastanza per affrontare la vita da solo. Ho trovato un monolocale nel Southside, ai bordi di Govanhill, una delle zone più pericolose ed etniche di Glasgow. L’appartamento è piccolo, ma lindo e ben tenuto, pieno di luce e senza moquette. L’ho pulito a fondo, l’ho riordinato, l’ho riempito della mia presenza. E finalmente, mi sono sentito bene.

mourning erbie

When I stepped out of the aircraft that took me from New York to Glasgow, I felt that something was going to change in my life. It was clear, I looked like a mistake of colours, a bright, colourful spot (turquoise hoodie, purple tee, orange shorts and yellow shoes) in a grey environment, where colours are watered down. People stared at me, they clearly thought: don’t you know where on earth you have landed? Oh yes, I know pretty well.

A new start. I am Davide, it’s a pleasure to meet you. I am Scotland, the pleasure is all yours.

The sky looked stranger to me, I forgot the light is liquid, diffused and softened by the clouds, so different from the vivid sunlight of New York.

I found myself without an accommodation and the support I was relying on. Things cannot always go as you plan, or as you work hard to make go. I was shattered and split between several shelters, a nomad, fortunately without the unpleasant feeling of being treated as an unwelcome guest. As much as I like hosting, I don’t feel at ease being hosted. I’m grateful to my friends who helped me put together the shards. Sara took care of me first, feeding me with healthy food, strolls and black-and-white movies. Nicoletta then took over with the piano, ballet, movies and hearty food (which, for me, means carbohydrates) and sexy-neighbors-window-peering. We visited Makintosh’s House on the Hill, where an annoying woman mistook us for a couple and tried her best to sell us a yearly fellowship and to send us to the extremely expensive gift shop. My circadian rhythm went messed up and I started to wake up very early and to go to bed even earlier than my usual.

I write on this blog whenever I have something to digest and then turn into words. There are times when I am way too busy to live, and some others when I am way too busy to survive, when I feel like an empty cup waiting to be filled up again and to spill over and stain the pages of this blog. 

I dedicated September to gather the my pieces of my inner life together and give them a shape, a month to collect affection and care enough to be independent and be able to divvy them up again. A month spent waiting and sharing tightly my space and my daily routine. After such a month, I moved into my new flat, a single bedroom in Southside, Govanhill, a very ethnic area, let’s call it this way. I felt ready to stay on my own, after many years of not always successful sharing. My flat is tiny and bright and well kept and cozy and carpet-free. I cleaned it out, I tidied it up, I filled it up with my own presence. And finally I felt sorted.

We can’t do it (ad arrivare puntuali)

Programma per la serata: si va a vedere un musical. I biglietti li ha presi Scott, forse mi ha detto anche il nome dello spettacolo, chissà, ricordo solo il nome del teatro, il King’s theater, per curiosità sbircio il programma sul loro sito. Calamity Jane, dicono. Mah, un musical western. Vebbè, aspettiamo prima di giudicare.

Mangiamo una malefica pizza veloce e corriamo al teatro. Ci sediamo in primissima fila. Scott tira fuori l’immancabile iPhone e si mette a taggarsi su Facebook: «a vedere The Producers». ,,Ehi Scott, ma non è Calamity Jane?” ,,No, Calamity Jane è una prossima produzione, questo è The Producers“. ,,Ah, ma allora…perché il banjo sul sipario? E le bambine col cappello da cowgirl…?” ,,No no, tranquillo”. Alle 7.20 interviene una maschera: ,,Signori, posso vedere il vostro biglietto? Perché a quel che ne so le prime due file sono riservate. Ah, infatti. Siete nel teatro sbagliato. Questo è Calamity Jane.” Cooosa? Ma se ce li hanno controllati due volte, nessuno se ne è accorto? Prendiamo le nostre carabattole e fuggiamo, rossi d’imbarazzo, di corsa verso il Theater Royal (Royal, King…Scott avrà fatto confusione). Arriviamo alle 7.30 con la lingua di fuori, appena in tempo per l’inizio dello spettacolo. Con Scott non mi annoio di certo.

Wrong curtain.

Wrong curtain. Notare il banjo.

Nella mia immensa ignoranza cinematografica, non sapevo che The producers fosse tratto da un vecchio film di Mel Brooks (risate assicurate), che poi ne ha curato pure la versione in musical. La storia gira intorno a un produttore di Broadway non più di successo che incontra un giovane aspirante produttore e lo aiuta nelle sue aspirazioni. Insieme raccoglieranno i finanziamenti per mettere in piedi il peggior spettacolo di sempre, in modo da dichiarare fallimento e tenersi il denaro. Cercano lo script più ridicolo e lo affidano al direttore dai gusti artistici discutibili. Lo spettacolo si rivela talmente trash ed eccessivo da riscuotere un successo che non prevedevano.

the producersThe producers è condito da stereotipi grossolani (che però nel contesto giusto strappano risate): qualche gay effeminato, una svedese bionda alta e procace, e un tedesco che tenta di riscattare l’immagine di Hitler. Per motivi di trama c’erano tanti saluti a braccio teso; ho impiegato un po’ di tempo per sentirmi a mio agio e a ridere a queste battute politicamente scorrette, il mio trascorso italiano pesa parecchio, da noi certi argomenti sono tabu.

L’America sembra ossessionata da Broadway, luogo magico, il palco dove i sogni prendono consistenza sotto forma di note e passi di danza. A scuola mi hanno spiegato il metateatro. The producers inscena direttamente il metabroadway: un musical che mostra la produzione di un musical.
Di questo spettacolo mi porto a casa i sorrisi delle ballerine e ballerini, la fluidità dei movimenti e dei cambi di scena e d’abito, l’agilità dei corpi, le coreografie. Ero così affascinato da tutte le diverse espressioni e movenze coordinate e leggere del cast. È uno di quei musical scintillanti che sollevano in aria lo spirito e gli fanno fare una piroetta. Nonostante non capissi tutte le battute, ho sparso risate con generosità.

ooops

Sicuri che siamo nel teatro giusto?

Program for the night: we’re going to watch a musical. Scott booked the tickets, probably he told me the title but I could only remember the name of the theater, the King’s Theater, so, out of curiosity, I checked the program on their website. Apparently on stage there was Calamity Jane, a western, not exactly my cup of tea. Oh well, we’ll enjoy nonetheless.

We eat a venomous pizza and rush to the theater. Our seat in the first row. Scott takes his iPhone and starts tagging on Facebook: «watching The Producers». ,,What? Scott, isn’t this Calamity Jane?’’ ,,No, Calamity Jane will be in the next weeks I guess, this is The Producers.’’ ,,Ahn, then…what about the banjo hanging on the curtain? And what about the girls wearing a cowgirl hats?’’ ,,Don’t worry’’. 7.20, a security guy approaches us: ,,Sirs, may I check your tickets? The first two rows are supposed to be empty. Right, you’re in the wrong theater. This is Calamity Jane’’. Whaaat? But…we went through two ticket controls! Embarrassed, we hurry away to the Theater Royal (royal, king…maybe that’s why Scott got confused). We reach our seat at 7.30, panting, right on time. I certainly can’t be bored when I’m with Scott.

I feel really ignorant when it comes to movies. I didn’t know The producers is a movie from Mel Brooks (which equals good laughs), and he translated it into the musical as well. The story is about a down-on-his-luck Broadway producer who meets a young accountant who wishes to become a producer himself. They team up to gather money and produce a musical. Their aim is to fail, so to keep all the money. With this goal in mind, they pick the most disgusting script and they hire the less talented director. Unfortunately the show will be flamboyant and successful.

The producers is spiced up with coarse stereotypes (which work fairly in this context): camp gays, a blonde, tall and well endowed Swedish girl, a German nostalgic man who wants to brush up Hitler’s image. So many Nazi greetings…it took me time to warm up and laugh at the jokes, some topics are still taboos in Italy.

America seems obsessed with Broadway, a magical place, the stage where dreams come true as a well choreographed set of notes and dance steps. I loved the smiling dancers, their fluid movements and changing costumes, their agile and flexible bodies. I was charmed by their smooth and light steps. It’s one of those bright musicals that lift your spirit up and make it piroette around. I didn’t get all the jokes, but I scattered around my laughs with generosity.

Right curtain.

Right curtain.

Pizzoccheri a Pasqua

Pasqua a Glasgow sembra essere un giorno ordinario. Cammino per le strade e vedo che la vita procede come al solito, le scozzesi si fanno ristrutturare la faccia dall’estetista, la gente fa spesa e intasa il centro approfittando del weekend lungo. Alcuni dottorandi vanno all’università, certi di essere finalmente soli in ufficio.

IMG_2000Per me invece Pasqua è un giorno speciale, ancor più speciale di Natale, non è sepolta sotto millenni di tradizioni accessorie. È speciale anche per le poche persone che si sono radunate di notte in chiesa per accendere una luce e scambiarsi sorrisi e pace.

Diventa speciale quando il sole radioso guarnisce il tutto come la ciliegina sulla torta, e quando si condivide questo sole con altre persone. Sono stato ospitato a pranzo da alcune ragazze in Erasmus (sostengo sempre che gli Erasmus hanno una marcia in più). Abbiamo preparato un pranzo semplice ma-ai nostri palati affamati-di lusso con pizzoccheri, lasagne, tortilla e panna cotta. Ci siamo divertiti sugli scivoli di Glasgow Green come bambini ululando di gioia.

IMG_2004Pasqua è ancora più speciale per me, che ho ricevuto in regalo un radioso uovo di cioccolata, un regalo generoso e inaspettato, una sorpresa, che mi ha reso felice come un’aragosta. Buona Pasqua.

glasgow green easter day

Photo credits: Maria Gallo x

Apparently Easter day is an ordinary day in Glasgow. Walking in the street I see people have their shopping and cram the city center, taking advantage of this long weekend. Glaswegian women go for their Cleopatra mask, PhD student sneak to the office, probably enjoying they are all alone and quiet.

Easter is a special day, even more special than Christmas to me. It is not burdened with millennia of trivial traditions. It is special for the few people than gathered at night in the church to light up a candle and give each other smiles and signs of peace.

easter egg maria

It becomes a special day when the beaming sun makes everything perfect like icing on the cake, and when you share this sun with people. I was invited by Maria to spend the Easter lunch with her and her Erasmus friends (I keep thinking that Erasmus people have an extra oomph). We shared a simple but so tasty meal: pizzoccheri (cheese and cabbage pasta), lasagne, tortilla, panna cotta. We had fun on the slides in Glasgow Green, screaming with excitement like children.

Easter was even more special to me, as I received a glorious chocolate egg as an unexpected gift, a real surprise which made me happy as a lobster. Happy Easter.

nico fiori

Dolly Parton story

Scott si è ritrovato con due biglietti in più per uno spettacolo in onore di Dolly Parton. Io a malapena so chi sia questa cantante, ma era un’idea per un sabato sera alternativo e mi sono accodato.

Eccoci quindi al Pavilion, un teatro nel centro di Glasgow, piccolo e démodé, con i sedili stretti, i controsoffitti pacchiani dipinti a scene bucoliche, putti e fronzoli ovunque, i balconcini ai lati ad imitazione di teatri ben più celebri. Ci siamo ficcati nei seggiolini e ci siamo messi comodi in attesa dello spettacolo. Guardandomi intorno, mi sono accorto che la stragande maggioranza del pubblico era composto di donne di mezza età, signore anziane, ragazze con il cappello da cowboy. Qualche marito che evidentemente era lì solo in veste di accompagnatore. Qualche giovane a caso. Dove mi hanno portato?

La cantante che incede sul palco è una (non più) ragazza con una parrucca platinata eccessivamente finta. Andrea Pattison, questo è il suo nome, cambia l’abito tre volte, ogni volta pieno di lustrini, un po’ sopra le righe e con il serio rischio di mostrare più carne di quello che la serata richiedeva. La storia di Dolly Parton le serve solo per introdurre le diverse canzoni. Parla in falsetto e con un accento simil americano per imitarne la voce. Parte in sordina, ma man mano che si scalda, mi accorgo che la sua voce trascina il pubblico. Mi ritrovo la signora di fianco a me ad urtarmi il braccio mentre si agita con slancio. File intere si alzano in piedi e si dimenano con entusiasmo.

Andrea ci commuove cantandoci una canzone sua, scritta in occasione del suo matrimonio in memoria del papà che non c’era giù più. Ci fa sorridere con qualche battuta. E pian piano mi affeziono anch’io ai ritmi country di Dolly Parton.

Mi rendo conto che tutte queste signore hanno il volto raggiante perché stanno rivivendo i ricordi della propria gioventù, legati a una colonna sonora impregnata di un sogno americano che a volte si avvera, schegge di felicità cristallizzata nella memoria. Assieme a queste donne, un sabato sera sono stato trasportato anch’io in un angolo lontano, in un altro tempo, in un’altra nazione. E allora anch’io mi sono alzato in piedi e ho ballato sulle note di Walking on sunshine.  

doll parton story

What is the woman behind me doing???

Scott had two extra tickets for a “Dolly Parton story” tribute show. Dolly Parton does not feature among my favourite singers, but it was a nice idea for an alternative Saturday evening, and I gladly went along.

The show took place at the Pavilion, a wee theatre in the city centre, tiny and out-of-date-looking, with narrow seats, with garish ceilings painted with bucolic scenes, angels and trimmings everywhere, small balconies trying to keep up with more prestigious theatres elsewhere. We burrowed down in the seats and we made ourselves comfortable waiting for the show. I had a look around, there were mostly mid-aged women, old ladies, young girls wearing a cowboy hat. The few men were husbands, evidently dragged over there by their wives, and some random boys. Where the hell was I?

Andrea Pattison, the singer, walked briskly on the stage wearing a visibly fake blondie wig. She would change her dress thrice over the evening, all of which were glittering and slightly over the top and showing little more skin than her age or role should required. Dolly Parton’s personal story was a way to introduce the various songs. She talked in a high-pitched, american-lilted voice. She kicked off on the sly, then she warmed up and triggered the audience’s enthusiasm. The lady sitting by my side started hitting my elbow while jumping in excitement. Whole rows of girls behind me stood up and started shaking along with the music.

Andrea sang one of the songs she penned for her wedding in memory of her departed father, and made us cry. Joke after joke she got some laughs. Little by little I got fond of those country rhythms.

I suddenly became aware that all those women were beaming with delight because they were taken back to their youth whose soundtrack was their personal American dream, to some happy reveries crystallized in their memory. Along with them I was taken as well to another country, another decade far away. So I stood up and danced with them to the notes of Walking on sunshine.

Ding dong merrily on high

Ho cambiato cori con la frequenza dei miei traslochi. Per uno come me che canta da solo per strada, il coro è una copertura necessaria e uno sfogo complementare. Anche agli scozzesi piace cantare, e tra l’imbarazzo della scelta sono finito nel coro della mia università, quello più abbordabile, senza necessità di sostenere audizioni o di esibire nutriti curriculum musicali. In occasione del Natale gli impegni canori sono multipli: concerto con la Concert Band e la Jazz Band (quest’anno a St Andrew in the Square, che è una vecchia chiesa sconsacrata e adibita a sala concerti), con la Christian Society e infine il servizio per l’Università. E quindi eccomi qui, vestito totalmente di nero che fa sempre tristezza (da questo punto di vista, mi mancano i miei colorati cori tedeschi), a parte il cravattino di tweed rosso d’ordinanza e la mia cintura chiara completamente stonata, a cantare di fronte a una platea colma (d’accordo, c’erano pochi posti disponibili, però che soddisfazione!). Esibizione di buona qualità. Applausi.

Se vi dico ,,canti di Natale” probabilmente pensate ai jingle commerciali che spopolano per radio e pubblicità e alle quattro nenie che conosciamo in Italia. In Gran Bretagna invece ne ho imparati diversi. I canti di Natale sono degli evergreen, un punto fermo della tradizione natalizia al pari del tacchino e dei crackers, li imparano fin da piccoli, conoscono tutte le voci e pure il controcanto. Il nostro repertorio non è estremamente difficile, solo quattro voci, e i canti natalizi non sono stati scritti o arrangiati per essere un arazzo di fili musicali intrecciati insieme.

Il nostro direttore Max è molto bravo (questo lo dicono i miei amici al conservatorio, fidatevi di loro), e ci fa sentire a nostro agio e non ci mette ansia da prestazione correggendo le nostre numerose imperfezioni. Sembra sempre soddisfatto e incoraggiante (questo lo dico io, ma fidatevi lo stesso), e col sorriso sulle labbra, anche se so che è sfinito per i troppi cori da seguire. Credo che decidere di cantare per professione sia un lavoro in cui la mancanza di stabilità e regolarità non siano sinonimo di creatività ma di stress. Max ama l’Italia e parla un buon italiano. Io sono così scortese da dimenticarmi che gli piace rinfrescarlo con me e mi rivolgo a lui sempre in inglese…

Un Erbocoro non è tale se manca la parte socialricreativa, ad esempio la cena di Natale, che per me è un evento da non mancare perché significa fare esperienza di una vera cena natalizia britannica. Il menu prevedeva zuppa per antipasto, tacchino o manzo o salmone con salsa e verdure lesse per piatto principale, torta al limone o sticky toffee pudding per dessert. Non suona particolarmente entusiasmante, vero? Devo forse aggiungere la tradizione di scoppiare i crackers e di indossare le stupide coroncine di carta velina? Dopo la cena (innaffiata con abbondante alcol) i ragazzi hanno prenotato in un club. Un club piccolo e scuro, in centro, che puzzava di vomito e dove il livello d’eleganza era basso addirittura per me. Al primo piano una con musica orrenda e non identificabile, al piano terra musica orecchiabile comprese le hit di Natale. Mentre cercavamo di goderci la serata, due uomini hanno cominciato a fare a botte. Kate, uno dei nostri contralti, è stata spintonata da uno dei due uomini, e mentre noi ci stringevamo contro il muro per tenerci lontani dalla rissa, lei si è coraggiosamente buttata in mezzo per dividerli. Tanta ammirazione. È diventata la mia nuova eroina.

Non contento di cantare e basta, quest’anno sono pure riuscito ad infilarmi nel direttivo in qualità di bibliotecario. Termine aulico per indicare chi fa le fotocopie dei canti, tiene in ordine l’archivio, distribuisce le cartelline ai nuovi coristi, porta in giro le casse con le copertine durante i concerti. I lavori pesanti insomma! Fra un po’ si ricomincia con le prove. Lunedì sera, nell’edificio delle associazioni studentesche. Dopo le prove si scende al bar a bere qualcosa insieme. Vi aspetto.

 

I’ve changed choirs as often as I’ve changed city. If you walk humming steadily away like me, a choir is a good way to give vent to such a singing need. Sottish like singing together as well, so when it came to decide I was spoilt by choice. As I am not a professional and like it informal, I’ve picked up the University choir, called Chorus. No audition, no need to be able to read the notes, no presence register.

Before Christmas our commitments were umpteen: a concert in St Andrew’s in the square with the Concert Band and Jazz Band, one with the Christian Society in the Cathedral and finally the Carol Service for university in the Barony Hall. So here I am, dressed in total black (so dull, I miss my colourful German dress codes), less the red tweed tie and my cream-coloured belt that doesn’t suit the clothes. We are singing in front of a crowded audience. Good performance. Applause.

Singing Christmas carols is part of a genuine British Christmas experience. There is such a huge tradition of carols, and people seem to know all of them, they learn the lyrics by heart since they are children and can sing all the voices and even the descant. Amazing. 

Our director Max is a good director (if you don’t believe me, believe our common friends at the Conservatory), he has experience, and he’s got a lovely method, he never reproaches us, or complain about our several imperfections. He’s so supportive and encouraging! Least but not last he speaks and love Italian, even though I always forget he would be glad to practice it with me and I keep addressing him in Italian.

A choir wouldn’t be suitable for me if there wasn’t a relevant socializing part, and the Chorus is very good at it. For instance, our social convenor Jennifer organized a good Christmas dinner in a quirky restaurant in West End. Here we were, cracking our crackers, wearing our silly paper crowns and chatting away. After the dinner we went to a nasty, gloomy pub in the city centre, with two floors, the upper floor hosting an undefinable music while downstairs there was more pop-dance-cheeky music. While we were trying to enjoy the atmosphere, regardless of the stink and of the bunch of drunken people pressing around. Two men started fighting close to us and Kate, one of our alto, was hit by one of them, but instead of withdrawing against the wall like all of us and clear herself away from their field, she went straight away to try and divide them. Now she’s become my new heroine. Kudos.

As singing is not engaging enough, I’ve volunteered as the choir librarian. That is, I’m in charge of the music library, photocopies, the folders with music, takes along the box with the black folders during the concerts. I enjoy it, it makes me feel active part of the choir. Soon we’ll start rehearsing again. Monday night, Union building. After rehearsal, we go for a drink together. Will you join us?

Bubble soccer

 

Se in generale lo sport accende il mio interesse quanto la prospettiva di un malessere intestinale, per il calcio nutro un disgusto particolare. La scorsa estate sono riuscito ad addormentarmi durante una partita dei mondiali (che stavo guardando su esplicita richiesta di Selene), e ho convinto Kevin a saltare la finale. Quando diventerò Presidente del Mondo, farò di tutto per abolirlo.

Per cui c’ho messo un po’ a decidermi se andare a giocare a bubble football, ma poi ho indossato i miei pantaloncini e mi sono aggregato agli altri dodici ragazzi ai Pitches, che è un campetto di calcio al chiuso, vicino a Pollok Park, nel quartiere sud di Glasgow.

In fondo il bubble football non è calcio. Ti infilano dentro una sfera di plastica trasparente bella gonfia d’aria, un guscio, una specie di salvagente che ti copre dalla vita alla testa (a seconda della taglia e delle tue dimensioni! Le piccole ragazze cinesi erano perse all’interno di una palla troppo grande per loro). Ci siamo divisi in due squadre poco equilibrate e via, ci siamo gettati addosso al pallone. Sembravamo tanti soffioni che si agitavano scompostamente sul campetto di erba sintetica. Nessuno tiene conto dei punti, non ci sono regole. Cerchi di rincorrere una palla e di fare gol, ma figuratevi se con questo ingombro sterico ci si riesce. Per di più un pallone di plastica che ti pesa sulle spalle e ti copre la visuale non fa che peggiorare le scarse prestazioni di uno incapace come me. Ho toccato la palla solo per sbaglio. E allora tanto vale giocare da kamikaze: urta, spingi, cadi per terra, fai cagnara. Quando cadi non ti fai nulla, rimbalzi sul pallone e agiti le gambette come una tartaruga rovesciata sul carapace. Dopo quindici minuti l’interno del pallone era appannato dal sudore e dal fiatone, e dopo un’ora di gioco eravamo stremati, mi facevano male più le braccia delle gambe.

Gli ultimi cinque minuti erano riservati al delirio totale, niente palla in campo, solo spintoni e colpi da ariete, lotta estrema tutti contro tutti. L’ultimo che restava in piedi vinceva. Siamo crollati come birilli sotto le spinte dei ragazzi più grossi.

Osservando come alcuni ragazzi giocavano, mi è venuto in mente che anche il bubble soccer può essere metafora di vita. Se stai attaccato alla rete, se ti rintani in un angolo per proteggerti, se non osi, non ti butti al centro del campo, non rischi, sicuramente non cadi, e forse non perdi. Però non vinci neppure e non ti diverti fino in fondo. Certo, al di fuori del campo da gioco non c’è un enorme salvagente ad attutire le cadute.

Time over, il tempo è volato, ciao ragazzi, alla prossima. Siamo usciti dall’edificio, il pomeriggio era limpido e freddo, prima di tornare a casa ho fatto un giro nei mercatini di Natale, dove un tipo voleva spacciarmi un hot dog per Bratwurst, e ho guardato i fuochi d’artificio con cui si inauguravano le luci e le decorazioni in St George Square. L’Avvento commerciale è ufficialmente iniziato. Buone compere.

I’m keen on sports as much as I’m keen on stomach flu, but when it comes to football, I find it literally appalling. I managed to fall asleep while watching a World Cup match last summer, match I was watching only because my friend Selene had begged me to. Some days later I persuaded Kevin to skip the final. When I am the President of the Universe, I will do my best to abolish football.

That’s why I took a while to decide and join 12 friends for bubble soccer. At the end they got me going. I wore my gym trackies and I took a taxi with them to the Pitches, an indoor football pitch close to Pollok Park, in the Southside, Glasgow.

After all, bubble soccer is not soccer at all. Fair enough, there’s a ball you aim to kick, but you’re basically squeezed into a huge transparent, plastic ball, filled with air, that covers you from waist to head (well, it depends on your size, indeed the Chinese girls were basically completely hidden inside that cocoon!). We gathered into two teams and off we went, trying to hit the ball, although that massive air cushion was pushing us apart. We looked like giant dandelions running haphazardly on the synthetic grass pitch. There are no rules nor goals to count. The bubble is not that heavy, still it didn’t help improve my football skills, so my contribution to my team was almost zero. I thought I might as well play the kamikaze, pushing, hitting, yelling, falling down. After some minutes the inside of my bubble was filled with sweat and breath steam, after one hour play my arms were aching and we all felt worn out.

The last five minutes were left to us to behave freely and wildly, bumping against each other like dull rams. The last one standing wins. I fall under the thrusts of guys bigger than me. 

I was observing some of the guys playing, and some of them were against the fence, seeking shelter, no dare, no bravery, no risk, and I thought that perhaps they were not falling down, they were not losing the game, but surely they were not winning either, nor having fun. Nice metaphor of life, although of course outside the pitch there is no bubble to protect you once you leave the fence.

Time over, time flew, bye guys, see you later. Out of the building, the autumn sky was clear and frosty. Before going home I browsed through the Christmas market on Argyle street, where a guy tried to sell me a hot dog as a Bratwurst (no, mate, I perfectly know the difference, cheat someone else), and I looked at the fireworks. Christmas lightings in St George Square were officially turned on. The commercial Advent time has kicked off. Enjoy your shopping.

Erbö’s swan dress

Giusto per rendere questo blog un po’ più frivolo e per non farlo sfigurare accanto a quelli di moda e faidate.

Jennifer, che organizza gli eventi sociali del mio coro, ha proposto un venerdì sera al karaoke. Per dare un tocco divertente alla serata, dovevamo partecipare vestiti da cantanti famosi. “Date sfogo alla vostra fantasia!” Detto, fatto. Un’occasione unica per unire il mio lato creativo, la mia voglia esibizionista di stupire, la mia passione per Björk. Ho avuto l’ideona di preparare il suo celebre vestito da cigno sfoggiato agli Oscar.

Alta sartoria.

Alta sartoria.

Avevo bisogno di un boa bianco, e ho passato al setaccio tutti i negozi vintage (nome cool per dire di seconda mano) del West End, ma nisba, in periodo di Halloween solo color arancio, nero o viola. Alla fine l’ho pescato in un piccolo negozio di costumi. Mi sono liberamente ispirato alle istruzioni di questo blog, usando materiale economico e più adatto alle mie scarse capacità sartoriali. Anni di travestimenti per le lauree al Collegio Mazza e di grest sono serviti come buona palestra. Un collant e carta assorbente sono bastate per il collo. Isabel si è rivelata un’ottima sarta, nel giro di un paio d’ore l’abbiamo cucito alla t-shirt con punti sicuri, precisi e forti. Infine le piume. Perfetto.

Ero pronto per uscire, ma Isabel e Georgia non erano soddisfatte. Mi hanno trascinato in bagno e in cinque minuti mi hanno truccato non così tanto da farmi sembrare una drag queen ma abbastanza da attirare gli sguardi attoniti e sospettosi dei glaswegiani alla fermata del bus. Ho calcato il cappello sugli occhi e alzato la sciarpa sul naso. Alla fine sono arrivato al karaoke senza collezionare più di qualche occhiata inquisitoria.

Il team di lavoro di Dennistoun.

Il team di lavoro di Dennistoun.

Il karaoke è una disciplina seria qui in Scozia, al pari dei quiz o delle freccette, e vengono organizzati dai pub a cadenza settimanale. Dovreste vedere il brio con cui la gente sceglie le canzoni, l’entusiasmo con cui le interpretano e il tifo con cui sostengono gli amici. Non si sale sul palco in 25000 per una cantata di gruppo come si fa in Italia. Davvero il Regno Unito è la patria degli X factor e x’s got talent, che non sono altro che karaoke con una scenografia alle spalle.

When Abbas met Bjork

I membri del coro in complesso hanno dato ottima dimostrazione di doti canore e bella presenza. Rappresentati c’erano, tra gli altri, gli Abba, Britney Spears, Paul McCartney. Io di sicuro ho sfoggiato le mie piume più della mia voce. Ho portato sul palchetto It’s oh so quiet quando ormai si era fatto tardi, trascinando con me Jennifer perché da solo non ne avrei avuto il coraggio. Diciamolo, oltre che le sembianze, del cigno avevo pure la voce sgraziata. Tant’è, mi sono divertito.

Uno scozzese mi ha chiesto se fosse un cigno (diamogli il beneficio del dubbio) e un altro, un armadio d’uomo, mi ha urlato: ,,mi piace Björk!”. Se cercherò fortuna nel mondo dello spettacolo, ho scelto il mio nome d’arte: Erbö.

 

Uguali! Aces!

Uguali! Aces!

Random post aiming at making my blog a wee bit frilly and to add some fashion-blogger-like taste to it.

Jennifer, the social convenor of the Chorus (Strathclyde Choir), proposed a night out in Cosmopol, the karaoke bar. To thrill up the night, everyone was invited to dress up as a famous, fancy singer. Great! A unique chance to show off my creativity, to give vent to my exhibitionist side, to take inspiration from one of my fav artists, Björk. Here we are: let’s prepare her celebrated swan dress, worn at the Oscar ceremony.

I needed a white boa, so I sifted out every vintage (which is actually a nicer word for “bargain”) clothes shop in West End. No way, the only colors available were orange, purple and black, damn Halloween! I eventually found it out in a wee costume shop in the Forge. A quick search on the internet gave me the right instructions and off I went, using a cream-coloured stockings, kitchen paper, glue and a big deal of help from Isabel, who turned up being a great tailor. We sewed the dress up in a couple of hours. I was ready! Oh no: Isabel and Geo were not happy with it, something was lacking…sure, the make-up! They dragged me to the bathroom, were they painted my face not too much to resemble a drag queen but enough to make me feel embarrassed while I was waiting for the bus, peeped by the stunned East End Glaswegians. I pulled down my hat and my scarf up to hide my face, but the feathers were popping out of the jacket. 

Karaoke is a serious thing in Great Britain, as well as darts and quizzes. Every pub organizes them regularly. People choose carefully their songs, perform alone on the stage, the audience help them with yells and beer. It doesn’t come as a surprise that United Kingdom is the reign of X factor and Britain’s got talent: they’re nothing else than bigger karaoke, with a jury instead of the bar tenant.

The choir guys have performed well. There were Abbas, Paul McCartney, Britney Spears, among the other. We sang nicely. I convinced Jennifer to sing together, I was too scared by the stage. For sure my dress was better than my voice, and It’s oh so quiet is rather a difficult song to try and emulate. It was fun.

A guy asked me if I was wearing a swan (“what on earth do you think it is, a chicken?”), another one, big and square, yelled: “I love Björk!”. I believe if I’ll ever try a career in the show business, my stage name will be Erbö.

Necropolis

necropolis (6)
Quando ho voglia di stare con me stesso visito la Necropoli, la città dei morti, cioè il cimitero monumentale di Glasgow, spalmato su una collina dalla quale lo sguardo si spinge da una parte già verso la fabbrica della Tenant’s, dall’altra verso il retro della cattedrale dal tetto color acqua, e poi in lontananza verso le colline a sud, dove le pale eoliche sembrano una foresta di stecchini contro il fondo brumoso.

necropolis (4)

Non c’è nulla di macabro quassù, solo silenzio e pace e calma e stasi. Morti che seppelliscono i propri morti, vivi che onorano chi avrebbe dovuto vivere. Intere famiglie che non hanno ormai più famiglia, riuniti in fila composta uno sotto l’altro sulla lapide. C’è più gente radunata qui che in città. La vita appare così insignificante, in mezzo a tutte queste altre esistenze che un tempo sono state importanti per qualcuno, che sono state commemorate una volta concluse, ma che ora non significano più niente per nessuno. Pochi marmi, le pietre si consumano sotto la pioggia e il vento, schiantano e crollano, le scritte si cancellano, così che neppure la vita eterna dopo la morte sembra assicurata. L’erba e il muschio tra le tombe, nessun mazzo di fiori tranne alcuni di plastica, solo i narcisi in primavera, l’erica e qualche altro fiore di brughiera si arrischiano a sopravvivere. Alberi che in questa stagione hanno tutte le sfumature del fuoco. È bizzarro come sia colorato e vivo e caldo rispetto ai nostri cimiteri bianchi e verde scuro.wpid-2014-10-19-17.28.55.jpg.jpeg

Nonostante la folla che mi circonda, non posso fare a meno di pensare a quanta solitudine abbia riempito alcune di queste esistenze. Aborti, bimbi morti giovani, vedove, orfani, soldati in guerra. La birra o il whisky come unica compagnia.

necropolis (9)A volte ci vuole più coraggio e forza per chiudere che per cominciare. È più facile sopravvivere nella confortevole consuetudine che dire basta così, preferisco conservare le energie messe in campo che perderle in un colpo. La frattura libera energia e la disperde nell’universo. L’entropia aumenta, il disordine scompiglia le giornate.

necropolis (3)

When I want to be on my own, I climb the hill of the Necropolis, the City of the Dead in Glasgow. It is placed on the top of a hill, halfway between the Tenant’s factory and the water-colour-roofed Cathedral. The sight stretches until the windmills on the horizon, which look like a forest of toothpicks in the maze.

necropolis green

There is nothing macabre up here, just silence and peace and stillness. Dead burying their own dead, living taking care of whom should be living. Whole families with no family any more, gathered neatly together in row one under the other on the gravestone. There’s more people here than in the city down there. Life looks so meaningless, standing among all these existences that once used to be important for someone, that were honoured once ended, that are meaningless now though. Few marbles, stones being worn out by wind and rain, cracking down and falling apart, writings being wiped out, not even eternal life after death seems to be granted. Grass and moss fill the room between the tombs, no bunch of flowers apart from some plastic ones, only heather and daffodils and small moorland flowers blossom here. Trees in autumn are flame coloured. It’s weird how lively and warm are in comparison to Italian cemeteries, white and dark green and collected.

necropolis (2)

Despite all the speechless crowd surrounding me, I can’t help thinking how much loneliness filled up some of these lives. Miscarriages, stillborns, widows, orphans, war dead. Beer or whisky as their only companion.

necropolis from wolfson (6)

Rondini/Swallows

Sono stato a sentire un concerto di Ólöf Arnalds. Il nome si pronuncia /oulœv/ e, nonostante si addica a un burbero barbaro, si tratta di una ragazza allegra, anzi quasi una bambina, abbraccia la chitarra con goffaggine e interrompe le canzoni per scherzare dal palco. Ci chiede di cantare con lei. Gorgheggia come una rondine andando su e giù con grazia e leggerezza e coraggio tra le note con voce garrula e acuta. Quando dimentica il testo improvvisa un assolo, chiede scusa e ride in un inglese semplice, con l’accento pesante degli islandesi. Queste gig sono molto intime, una cinquantina di persone appoggiate al bancone del locale, sul palco solo lei e un altro chitarrista. Al termine del concerto riesco a scambiare due parole e a farmi fare l’autografo.

Anch’io mi sento una rondine, un animale stagionale. In questi giorni di cambiamenti, nuovi inizi, assestamenti volteggio per trovare una mia routine, percorro chilometri per scegliere i supermercati vicini a casa, organizzo le attività per il nuovo semestre, migro da una scrivania all’altra in cerca di una per me. Nell’open space che è il nostro ufficio in dipartimento non hanno abbastanza scrivanie per tutti noi nuovi dottorandi. A quanto pare la direzione ha stabilito che i posti non sono personali e di giorno in giorno dovremmo conquistarceli (primo che arriva meglio alloggia) e la sera lasciarli liberi di nuovo. I vecchi PhD sono ovviamente in subbuglio, dopo aver colonizzato i banchi per anni riempiendoli di mucchi di carte, note, libri, tazze di tè sporche, partecipazioni a conferenze, modelli di ossa umane. In attesa di sviluppi, ho depositato le mie cose su un tavolo vicino alla finestra che dà su uno spazio verde con delle rugginose installazioni metalliche.

Sto ospitando nel mio appartamento la mia amica Georgia, che è tornata dalla Grecia con un magnifico tatuaggio di rondini in volo sulla schiena-piace anche a me, cui i tatuaggi non stanno simpatici. La sera torno a casa, al mio nido, e ci teniamo compagnia.

I’ve been to a gig of Ólöf Arnalds. Her name sounds like ,,oh-loev”, it’d fit better a grouch barber. However, it relates to a gentle cheerful girl, almost a child. She embraces cuddly her guitar and checks the songs to make jokes on the stage. She asks us to sing along. She warbles like a swallow, she swirls up and down on the notes gracefully, bravely and delightfully. When she forgets her lyrics she improvises some guitar chords, begs our pardon laughing in her simple English, consonants sounding heavily Icelandic. Around her people leaning on the bar with a beer, on the stage just another guitarist. At the end I chat a bit and get an autograph. I feel like a swallow, too. An seasonal animal.

During these days of changes, new starts, settlement I spin around in search for my routine, I twirl from one supermarket to another, organising activities for the new semester, migrate from one desk to another looking for my own space. In the big open space, which is our departmental office, there are no enough desks for all of the new PhD students. Apparently, the direction stated that students are not entitled to a desk and each one of us has to conquer its own every single day and is supposed to leave it free at the end of the day. Not very nice for us, even less for the older PhD students, who are fond of their desks after some years of colonization and after heaping papers, invitation to conferences, books, dirty tea cups and fake human bones. Waiting for news, I got hold of Megan Austin’s desk, close to the window on the garden. Take it from me, if you can.

I’m hosting my friend Georgia. She came back from Greece with a swallow tattoo flying through her back. It’s gorgeous-I like it even if I’m not really into tattoos. At night I get back to my flat, my nest, and we keep company to each other.