Tag Archives: haggis

Burns night

In Scozia si trova sempre un motivo per festeggiare (leggi: bere). In Gennaio è il turno di Robert Burns, il poeta nazionale scozzese. Non ne avevate mai sentito parlare? Ma dai, davvero? Ben comunque da adesso non avete più scuse. È l’autore del “valzer delle candele”, che in inglese si chiama Auld Lang Syne (“i bei tempi andati”), e che Davide ci ha fatto imparare allo sfinimento quando cantavo nel coro del collegio Mazza all’università, e che si canta soprattutto l’ultimo dell’anno.

I just have awful pictures from that night.

Second ceilidh, with the Biom Eng department. I just have awful pictures from that night.

Allora, come si celebra la Burns night? Tirate fuori tutti gli stereotipi sulla Scozia, e avrete indovinato. Ingrediente fondamentale è il ceilidh, la danza tradizionale. Mi hanno raccontato che ogni anno alle elementari i bambini imparano i passi, preparando lo spettacolo in occasione di Natale. Per loro è imbarazzante, immaginate quanto sono ostili i bambini ai contatti coatti con le bambine. Però mi hanno confidato che quando si diventa adulti e con un paio di birre in corpo i passi escono da soli e si capisce il senso dell’averli imparati da piccoli. Se volete invitare una ragazza a ballare, a Glasgow vige un codice. Il ragazzo chiede: “Are you dancin’?” Risposta: “Are you askin’?” “Aye a’m askin’!” “Then a’m dancin'”. Vi ricordo che abito nella terra dei kilt, tanto che ormai a me non fanno più impressione, ma di sicuro a voi susciterebbero curiosità. Ballando ho capito qual è il fascino del kilt: durante le giravolte si apre a ruota e rende le coreografie (che di suo sono semplici e ripetitive) più dinamiche. E poi devo dire che gli scozzesi in kilt, con la camicia bianca e le scarpe nere, fanno la loro bella figura ordinata. Io il kilt non ce l’ho ancora, non so se al clan dei McErbie è stato assegnato un tartan tutto per loro.

La Burns night andrebbe completata da una cena dove il piatto forte è l’haggis, questo insaccato di pecora dal sapore molto selvatico, e la lettura delle poesie di Burns, scritte in dialetto, roba che neppure gli scozzesi stessi capiscono. Questa parte me la sono risparmiata.

sibps ceilidh 2

Primo ceilidh: col mio gruppo di ricerca. Guardate come sembro professional.

Mentre riprendevamo fiato tra un ballo e l’altro, il mio relatore greco (sempre lui…) cercava di farsi un selfie con una studentessa. È venuto fuori un velfie, cioè un video selfie. Io e Carlota abbiamo pensato che sarebbe un’ottima idea al posto di un’immagine statica di profilo. Un po’ come i ritratti animati di Harry Potter. Per cui, Zuckerberg, quando sarà il momento, sgancia la grana: l’idea l’abbiamo avuta noi per primi!!!

Mentre volteggiavo trascinato in tondo da Shibani, una ragazza che a differenza di me i piedi sapeva dove metterli, e mentre davo indicazioni a Socratis, o mentre ridevo con Chez, o prendevo sotto braccio Hannah, e sudavo schifosamente, pensavo che è bello avere delle tradizioni, ed è bello che mi sia data l’opportunità di esserne parte. Mi sento adottato dai miei ospiti.

Scotland loves celebrating, which means, drinking. In January it occurs the Burns night, in honor of Robert Burns, the national poet of Scotland. And if someone or something is Scottish, they are worth celebration, no matter why. So, Burns night includes a dinner with steak pie and haggis, a reading of old fashioned, traditional and obscure poems by Burns himself, and then ceilidh, of course. The Glaswegian way to ask a girl is peculiar. Lad: “Are you dancin’?”. Lassie: “Are you askin’?”. Lad: “Aye a’m askin'”. Lassie: “Then a’m dancin’!”. Men wear kilts. If you live abroad, kilts look like a sort of curious, quirky piece of clothing worn by awkward ginger men. Living here, I find it belonging to the natural order of things. Men look good, neat and tidy in their white shirt and black shoes. Plus, kilts open up when you’re dancing, and the choreography gets so much better, more lively and dynamic. The night is ended by singing Auld Lang Syne, so emotional (and so appalling, if you’re not from here).

sipbs ceilidhWhile I was taking breath between one dance and the other, my Greek supervisor was trying to get a selfie with a student, but recorded a short video instead. So Carlota and I called it velfie, and we’ll bring up the idea to Zuckerberg to use it instead of the profile picture, exactly like animated portraits in Harry Potter, and we’ll become amazingly rich.

While I was being pulled around by Shibani (who knows how to move her steps on a dance floor), or I was bouncing with Chez, or smiling at Hannah, I thought that it’s good to have traditions, and I am grateful for being given the chance to be part of it, for being adopted by my kind hosts. 

Highlands: closed for business

map-of-highlandScozia: non è un paese qualsiasi. Hanno provato ad occuparla popoli dietro popoli, e ognuno le ha dato un nome diverso: è stata Alba per i Celti, Caledonia per i romani, Scotland quando sono arrivati i barbari.

Un fine settimana di inizio Aprile sono partito per le Highlands, la parte celebre della Scozia. Programma appena abbozzato. Saltiamo sul treno e via. Il paesaggio che si vede dal finestrino è brullo, solcato da infinite sorgenti e rivoli d’acqua, invaso da soffice muschio che però non basta ad addolcire l’aspetto aspro dei rilievi.

Prima tappa, Fort William. A Fort William oltre alle fabbriche di alluminio e al museo locale c’è poco da esplorare. Non ho visitato né il monte Ben Nevis, né Glenn Finn, che si trovano lì vicino, ma sarà per la prossima volta. In compenso abbiamo visto il sole spuntare da dietro le montagne e illuminare la sponda opposta del lago, ed è uno spettacolo glorioso e maestoso che spiega da dove prendano ispirazione gli Scozzesi, popolo orgoglioso, bellicoso e prode, tanto da disseminare la regione di celebri siti in cui è stata combattuta una battaglia, è stato trucidato un re, è stato espugnato un castello. Suona parecchio medievale, e lo è: l’ultima battaglia su suolo britannico risale al 1745 a Culloden, a Nord, vicino ad Inverness. Ripartiamo ben presto alla volta della seconda tappa: Fort Augustus, la punta ovest del Loch Ness. Si può passare da una parte all’altra delle Highlands in barca, oltrepassando le chiuse sul Caledonian Canal. A Fort Augustus abbiamo un contatto con gli animali delle Highlands, in particolare le vacche pelosissime e rossicce, che fanno mostra di sé in una fattoria.

Il Loch Ness ha un’atmosfera magica, piatto e calmo come uno specchio, fumoso e misterioso dietro una cortina di nebbie. Si perde grigio e brumoso all’orizzonte, seminascosto dai rilievi verdi in cui è incassato, e seppure le acque sono limpide, diventano nere ben presto, profondo com’è. Nessie avrebbe spazio e ombre sufficienti per nascondersi, più o meno come perdere un orecchino nelle fodere di un divano.

Mentre viaggiamo in autobus guardiamo i boschi, i laghi, le pecore. Qualche casa è sparsa qua e là nella campagna, e la vita assomiglia così tanto a quella dei nostri paesi di montagna. I ragazzi e gli adulti che salgono sull’autobus sono diretti alla città più vicina, dove si trovano i negozi, i centri commerciali, i cinema, lavoro, la stessa vita che ho fatto io per anni. Infine approdiamo a Inverness, che è la città più a nord della Scozia, più in su ci sono solo paesotti. Presenta una concentrazione assurdamente alta di chiese che neanche Roma, ovviamente ognuna di una confessione diversa, e abbiamo immaginato che di domenica ci debba essere una terribile concorrenza per strapparsi le ormai quattro vecchiette che le frequentano. Abbiamo visitato tanti cimiteri, ecco, questo sì. Cimiteri pieni di narcisi e storie familiari e erba e date e muschio e morti vecchi e licheni e morti bambini e scritte che non si leggono più e ciliegi in fiore e lapidi schiantate in terra. Ho avuto il piacere di mangiare il mio primo haggis (saporito piatto scozzese, costituito di interiora di pecora). Mi hanno detto che l’inglese migliore si parla ad Inverness, e in parte è vero, dato che articolano le parole più lentamente e con più cura. Ho spedito qualcosa come venti cartoline, spendendo una fortuna in francobolli.

Cose da evitare nelle Highlands:

  • spostarsi con il bus: non si arriva da nessuna parte, e si è limitati negli orari e negli spostamenti, e ovviamente tutte le cose importanti da vedere sono in aperta campagna;
  • non programmare cosa vedere: qui l’imbarazzo della scelta non sanno cosa sia, quindi meglio avere le idee chiare su come riempire la domenica pomeriggio e il venerdì sera (perfino i musei erano chiusi!);
  • portarsi l’ombrello. Si sopravvive lo stesso.
  • disseminare sgudal* per terra.

This slideshow requires JavaScript.

Scotland: this wonderful country is stuck in our collective imaginary. Everyone knows where Scotland is. So many folks have tried to conquer it: Romans, Vikings, English, without success. It has changed its name every time: Alba, Caledonia, before the actual one.

One weekend in April I embarked on a trip in the most famous part of the country, the Highlands. No precise itinerary in mind, just a train ticket and a room to sleep the first night. From the train windows the landscape looks impressive: the mountains are rough and dug by brooks and fountains, and everything (trees rocks slopes) is covered in soft green moss, still is not less harsh.

First stop, Fort William, which welcomes us with rain and mist. We managed to see the sun rising from behind a mountain, shining over the lake and lighting the opposite mountain side with glory. At such a sight I realized why Scottish have been so proud, bellicose and brave. Every corner hosts a castle where a king was slaughtered, a battlefield, a monument to the independence heroes. It sounds quite medieval-like, but it’s not, for the last battled on British ground took place back in 1745 in Culloden, near to Inverness. Since there’s no much to see apart from the local history museum and an aluminum industry, we decided to move on to the next stop, that is, Fort Augustus, western point of Loch Ness. Fort Williams, Fort Augustus, Loch Ness and Inverness are on a straight line that cut the head of Scotland and allows boats to sail from one part to the other of the country saving time, but they have to go through the locks. In Fort Augustus we met some Highlands cows closed up in a farm.

Loch Ness is magic and mysterious, wrapped up in mists, calm and flat like a mirror, its clear waters soon becoming dark because of the steep mountains surrounding it. If Nessie existed, it would hide easily in its depths, it’s like losing an earring in the folds of a sofa.

From the bus I look at the forests, lakes and sheep that dress Scottish landscape. The people that get on the bus are heading to the nearest city, where are cinemas, shops, entertainment, job-the same life I’ve done for years. Inverness is the most northern city of Highlands. Further there are just towns and villages scattered in the countryside. Inverness is a lovely place, stuffed with churches more than Rome, obviously each one belonging to a different confession, and probably competing against each other to get the few grannies still going to mass on sundays. We’ve seen so many graveyards in the Highlands. Cemeteries full of daffodils and smashed gravestones and moss and dates and names and family stories and people died old and blossomed cherry trees and people died young and silence and loneliness. Rumors have that in Inverness the best English is spoken, and it could be even true, given that they speak slowly and clearly. Here I had my first haggis – mmh, tasty!

 Things you should avoid in the Highlands:

  • travel by bus-it’s impossible to reach all the interesting sites, scattered in the countryside and off-road;
  • leave without a precise plan of the journey. Better decide in advance what to do on a Friday night: you won’t be spoiled by choice, even museums are closed on a Sunday!
  • bring an umbrella, which is essentially pointless;
  • disseminate sgudal* on the ground.

*sgudal=rubbish, junk, immondizia