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Cultural shocks

Un venerdì sera. Hell’s kitchen. Un locale buio (qui i bar e i club sono estremamente scuri e la musica è alta, quasi ad invogliare a usare Messenger piuttosto che chiacchierare con chi ci sta vicino). Un amico di Brandon, dal nulla, mi chiede: “qual è stato il più grande shock culturale finora?”. Domanda impegnativa per un venerdì sera. Vediamo, da dove posso cominciare?

Ero in compagnia di ragazzi più giovani di me e che hanno una carriera già ben avviata, molte responsabilità, lavori che danno soddisfazioni anche se mi possono sembrare aridi (finanza, assicurazioni, gestione d’impresa). Ho conosciuto una quantità di avvocati come mai in vita mia. Avvocati che lavorano per il governo, o per grandi aziende, non divorzisti o penali. Queste persone si trasferiscono qui da tutta l’America, perché attraversare gli stati in cerca di un buon lavoro è normale, specie se si proviene da certe aree centrali. A New York non importa da dove vieni, ma solo quanto e cosa sai e sai fare, per questo un’istruzione decente (garantita solo da una manciata di università dal nome altisonante) è fondamentale. Una volta ottenuta una laurea, le prospettive di carriera sono aperte. A New York però si tende a lavorare troppo, straordinari a non finire. E i newyorkesi tendono a pensare troppo al denaro, argomento che viene sempre infilato nei loro discorsi in termini di stipendio, benefits, affitto o costo della vita, beni acquistati. Ehi ragazzi, c’è altro nella vita! Quando sono uscito a cena, sono rimasto colpito da come, a fine cena, i ragazzi gettino le carte di credito sul libretto del conto come shanghai. La cameriera provvederà a strisciarle e a far firmare la ricevuta. A proposito: i dollari a me sembrano biglietti verdi tutti uguali. Quando li tiro fuori tutti accartocciati dalle mie tasche, mi sento così: vivian barney all this money

Gli americani sprecano come se non ci fosse un domani. Enormi quantità di packaging da buttare, montagne di acqua, energia, cibo. Non possono vivere senza condizionatori che creano un gelido polare e i quali condensano fastidiose gocce d’aqua sul marciapiede. Mi sono rassegnato a diventare consumatore e sprecone io stesso. Non era facile fare la raccolta differenziata nel mio studentato.

Ho come l’impressione che in America la gente venga anestetizzata e imbottita di qualsiasi cosa per renderli soddisfatti.Vengono imbottiti di cibi zuccheratissimi o salatissimi, in enormi quantità, e poi medicine, droga, divertimento, musical, social media, sport sono a portata di mano. La felicità l’hanno inserita nella costituzione, certo, ma si sono dimenticati di specificare che è un diritto che va condiviso e praticato insieme, altrimenti diventa egoismo.

psychichPerfino le maghe spuntano da ogni angolo, promuovendo la loro attività con insegne che neppure le parrucchiere, spuntano da ogni angolo per leggerti il palmo della mano e rassicurarti sul tuo futuro. Eh, l’America non è necessariamente un paese moderno.

Qui tutti bevono come cammelli le loro bibite zuccherose, e tutti i vuoti a rendere che vengono gettati nei cestini generano uno strato sociale di spazzini, barboni o meno, che passano la sera a setacciare i cassonetti alla ricerca di preziosi vuoti, che raccolgono in enormi sacchi, per poi portarli in certe macchinette e ricevere indietro soldi. (Domanda: è civile una società che permette di sopravvivere rovistando nel pattume?)

Altre piccole differenze: lo sciacquone si aziona tirando una manovella, e poi la tazza del water si riempie d’acqua fino a metà. Sotto il livello del marciapiede ci sono le cantine e i magazzini dei negozi, ai quali si accede aprendo delle porte metalliche sul marciapiede. Gli scuolabus sono gialli e vecchissimi, e i taxi sono gialli a Manhattan e verde mela a Brooklyn.

Sto cominciando a pensare all’America non come un’unica entità ma come un insieme di 50 stati distinti. Le differenze interne sono profonde e chiare. Innanzitutto c’è la divisione Nord/Sud, e poi Est-centro-ovest. Quando mi capita di parlare dell’Europa, in prospettiva mi appare così piccola e frammentata in mille staterelli, inutili quanto preziosi. E mentre l’America è estremamente dinamica, l’Europa mantiene vivi miti, archetipi e tradizioni che poi vengono rimescolati, rivisti, rielaborati, impiegati dall’America per creare nuove saghe, nuovi simboli, nuove forme di cultura. Credo che sia un ruolo di conservazione che dovremmo abbracciare , non tanto con rassegnazione ma con consapevolezza.

A seguire, alcune foto sparse.

Friday night, Hell’s kitchen, a dark bar (in New York bars and clubs are so loud and dark, as if they would prefer you checked your phone rather than talking to your friends). Brandon’s friend asks me out of the blue: “what’s the biggest cultural shock you’ve had so far?”. What? Quite a deep question to ask on a Friday night. Let’s see, where shall I start?

Well, first, I am dazed by the social dynamism. I was talking to boys that were hardly older than me, and who were having good jobs, responsibilities, satisfactions, a bright career ahead. They travelled the States (and sometimes even the world) to come here and get the best. They chose the most expensive (and therefore the best) universities, which grant a job place after graduation. It doesn’t matter where you come from, if you’re rich or poor, to set down your own path. I’ve never met such a big number of lawyers here, working for companies or the government. A drawback is that is all about the work (I wouldn’t be happy working all those extra hours, even if they’re well paid) and all about the money (holidays, rents, flats, properties, owning…). Well, there’s more to life than this. I was struck by the custom of leaving your credit card on the bill book at the end of a dinner. I look like a hobo, picking my crumbled dollars out of my pocket. I looked like Vivian in Pretty Woman.

Americans are professional wasters. Nothing comes without a package, a bag, an envelope, that will be discarded right away. Water, energy, electricity flow without limit. Air conditioning is always on, freezing the people inside (who come to work with a hoodie, and in winter with a t shirt) and dripping annoying drops of water onto the passers by.

Such a consumeristic, hedonistic lifestyle makes me think Americans are anesthetized and stuffed with sugary and fatty food, soda, drugs, musicals, beautiful shops, sport, medicine, entertainment, just to feed their need for happiness, which is in the constitution, right, but somebody forgot to specify that you cannot be happy on your own, that’s selfishness.

I was surprised there are so many psychic around. Those professional can protect you from the twists of the future for only 10 $, but they’re not good ambassadors for a supposedly modern country.

Everybody is constantly sipping from a bottle. All these bottles end up in the bins, but they can be carried back to the shops and they will give you money back. That’s what a number of people do: hobos, or tiny Chinese women, rummaging in the rubbish to get their returnables. Alright. I wonder what kind of country should allow their people to live on rubbish.

Some more every-day-life shocks. You flush the toilet by pulling a handle. The water level raises way above the way in Europe does. The yellow and old school buses, the yellow hectic cabs in Manhattan and the apple green cabs in Brooklyn. The basements of the shops underneath the pavement, to access through metal doors.

I’m learning to think of America as a collection of 50 individual States, rather than a single country. Everyone refers to subtle, tiny differences. The big divide is between North and South, and then between East coast, center and West coast. When I happen to talk about Europe, it suddenly looks so small and distant and our boundaries so fussy. Europe is dense. And it is old and slow. But Europe is a place where the ancient culture, the myths, the stories, the values, the traditions were born, and it must keep and preserve them, in order for America to use them and create something brand new and still recycled. I don’t mean we should stick to the past with resignation, but accept our role of guardians with awareness.

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Della Scozia mi manca/I miss of Scotland

Prima di lasciarla per New York, temevo che la Scozia mi sarebbe mancata (sono partito senza ispirazione e con molti preconcetti e paure).

Mi sarebbero mancati i suoi arcobaleni. Un giorno tornavo a casa con lo sguardo fisso davanti a me, al cielo, dove un arcobaleno gigante si allargava senza ritegno ad angolo piatto. Erano tre in realtà, infilati uno sotto l’altro tanto che il terzo si intuiva appena. Lo guardavo e sorridevo. Quando in Scozia, dopo una giornata nuvolosa o piovvigginosa, appare il sole, ho imparato a guardare dall’altra parte, perché è lì che il sole regala lo spettacolo più grande. Volevo cantare: voglio vivere cosììì….col sole alle spallleee. Sempre in tema di regali dal cielo, a Largs ho visto due arcobaleni incastonati dentro alle nuvole trafitte dai raggi del sole basso sull’orizzonte, due toppe iridate cucite sopra a un piumone grigio, due gioielli brillanti persi dentro a un tappetone bigio.

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Mi sarebbero mancati i prati verdissimi. Ho fatto una lista di nomi di città che userò quando scriverò un romanzo fantasy. Braco, Happas, Edzell, Glamis, Murroes, Errol, Gourdie, Auchterarder, Doune, Aberuthven, Inchyra, Munroe, Thurso, Troon. Sono tutti nomi che corrispondono a posti reali, e che i cartelloni stradali snocciolavano mentre io e Scott viaggiavamo in auto tra Aberdeen e Glasgow.

Mi sarebbero mancati perfino l’Irn Bru e il fudge e ne ho fatto scorta negli ultimi giorni. Quando Scott è partito a sua volta, prima di me, mi sembrava di essere una borsa dell’acqua calda quando cerchi di metterla in piedi e si affloscia e spande acqua ovunque.

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West Lothian inciso sulla pietra delle Highlands.

Arrivato a New York, ho ritrovato la Scozia in ogni angolo. Nella cappella di San Paolo vicina al World Trade Centre, dove una targa commemora un cittadino di Kilmarnock. Nel Queen Elizabeth Gardens, dove le pietre vengono dalle Highlands e recano incise le contee britanniche come su un nastro. In Central Park, dove Robert Burns il poeta e Walter Scott lo scrittore scrutano i passanti ai lati opposti di un sentiero.

david mckean st paul chapel

Per le cronache, Kilmarnock è praticamente dietro l’angolo per chi sta a Glasgow.

Inoltre non mi mancano tre caratteristiche dello scozzese medio. La gente qui usa meno parolacce. Giuro, non si sente mai dire shit. Inoltre c’è meno pressione sociale a bere. Quando esco e prendo una limonata, nessuno indaga perché non ordino invece una birra. Non ce n’è bisogno. Infine, sembrerà strano, ma non si è bombardati dal sesso come in Gran Bretagna, che è invece una società esposta continuamente a immagini e riferimenti sessuali. Credo sia facile attribuire il merito di queste differenze alla cultura puritana dei fondatori di questa parte del mondo. Dato che la Scozia è stata patria di famosi puritani, però, mi viene da chiedermi cosa sia andato storto a Glasgow e dintorni. Purtroppo anche gli americani sputazzano per strada; peccato, avrei voluto aggiungerlo alla lista.
E se c’è qualcosa che non mi manca per niente è l’estate piovosa della Scozia.

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Un ispirato Robert Burns @ Central Park.

Before I left for New York, I thought I would have missed Scotland (I left without enthusiasm and with prejudice and concern regarding America).

I would missed its rainbows. Short before leaving I walked to my flat staring at the sky before me, where three, full-width concentrical rainbows were boasting, stacked one above the other, so close they mingled. This I’ve learned in Scotland: after the rain, when the sun shines, you must check in the other direction for the gift of the sky. In Largs I’ve seen shatters of rainbow gleaming out of big rugs of grey clouds, glistening jewels in a wooly mass. I still cannot figure out how it can occur.

queen elizabeth ii gardens

Queen Elizabeth II Gardens

I would miss the green meadows. Once Scott and I drove to Aberdeen, I was reading out loud the names of the villages and places, taking notes as I will use them in the fantasy novel I will write one day. Braco, Happas, Edzell, Glamis, Murroes, Errol, Gourdie, Auchterarder, Doune, Aberuthven, Inchyra, Munroe, Thurso, Troon.

aberdeen meadowsI would miss even Irn Bru and fudge, and so plenty of fudge and Irn Bru I ate and drank before leaving. When Scott left, shortly after me, I felt like a hot water bottle when you try and keep it standing and it lolls and water spills out everywhere.

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A grumpy Walter Scott @ Central Park

But then I realized that Scotland is everywhere here in New York. In St. Paul’s chapel, next to the 9/11 memorial center, there’s an old inscription to a man from Kilmarnock. In the Queen Elizabeth Gardens, shaped after the British Islands, stone from the Highlands was placed like a ribbon around the plants and the names of the British counties are inscribed on it. In Central Park both Robert Burns and Walter Scott have a statue in front of each other.

I do not miss three cultural elements of Scotland. First, swearing. My word, here people do not even say shit. Second, they are not pushy about alcohol. If I drink only a lemonade on a Friday night, they are not going to ask me why. Third, and this comes surprisingly, sex is not featuring as heavily as in Great Britain. I guess it is owned to the Puritans who founded this country. But famous Puritans sprang from Scotland, too. What went wrong in between? I wish I could add one more difference but no, unfortunately Americans spit on the pavement, too.
What I absolutely don’t miss of Scotland is this rainy summer. Ah.

queen elizabeth gardens

 

I ♥ NY subway

subway_2400x2889La metropolitana di New York ha deciso di non concedermi alcuna confidenza. Ammetto che ci possono voler mesi per imparare le coincidenze giuste, i cambi, uptowndowntown, i numeri o le lettere, i trucchetti che ti portano a destinazione velocemente, senza dover fare troppi isolati a piedi. Io sono ancora al livello base. Al momento il massimo che posso fare è arrivare puntualmente in ritardo.

La metropolitana di New York è un inferno moderno. Per mantenere le carrozze rinfrescate, i vagoni sputano il calore sulle pensiline. Tu esci lindo di casa con la tua bella camicetta pulita, corri a prendere la metro, e nel tempo che aspetti, macchie imbarazzanti si allargano sulla tua schiena. La metro arriva con gran fragore, le carrozze sembrano avere un certo numero d’anni di servizio sulle lamiere. Nel fine settimana c’è sempre qualche ritardo o corsa deviata, per via di lavori di rattoppo sui tracciati. I ratti ti salutano dai binari. La metro è progettata così che una volta entrati (strisciando la pratica Metrocard, ricaricabile: ogni strisciata sono solo 2.75 $, tipo 3 €), si può viaggiare per tutta la sua lunghezza, e quindi fare tutti i cambi che si vuole, con lo stesso biglietto. Le stazioni sono bisunte, le pareti sono ricoperte di piastrelle bianche, e il nome della stazione è composto da piastrelle colorate. A volte le piastrelle formano mosaici bellissimi. Il terminal centrale, la stazione più grande, in centro a Manhattan, è così nodale da ospitare nelle sue viscere piani pieno di fast food.

IMG_2436Io prendo la metro solo come turista, evito bene gli orari di punta, in cui si fa fatica a salire. In metro si incontra una folla interessantissima. Studenti, ragazzi, turisti, e poi lavoratori con un reddito medio-basso, o ad inizio carriera. Gente con la borsa della spesa, con le valigie, con passeggini, coi bonghi o le chitarre, coi cani nella borsa di pelle. Gente che sale a una fermata, balla un po’ di break-mista-pole-dance (i pali dei vagoni sono perfetti per queste cose), fa il giro per racimolare due dollari e scende. Gente che parla da sola, obesi, neri albini. Gente che declama la storia della propria misera vita prima di raccogliere un po’ di elemosina. Gente che dorme, che mangia, che legge (tantissimi!). Non mi sono ancora sentito minacciato-i borseggiatori sono una categoria che frequenta altri orari.

Domenica mi è capitata un’esperienza che ha fatto risplendere il mio weekend. Un uomo è salito alla fermata trascinandosi dietro una piccola cassa su un carrellino. Ha imbracciato un basso, l’ha collegato alla cassa, e con voce forte ha richiamato l’attenzione di tutti, dichiarando che avrebbe cantato una canzone per il ragazzo con la camicia blu e le scarpe gialle vicino a lui, che conosceva dai tempi del college (?). Cioè me. Tutto il vagone ci fissava. L’uomo ha cominciato a cantare una canzone storpiandone il testo, poi per fortuna ha spostato l’attenzione su una ragazza con gli occhiali, poi su una coppia di mezza età. Era simpatico e si è meritato i suoi dollari. New York accoglie i visitatori nel modo migliore: con una serenata sulla metropolitana.

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New York subway does not want to be tamed by me. Fair enough, I suppose it may take months to learn the right number or letter, uptown or downtown, the change and the tricks to get to destination in the quickest and most efficient way. Still, at the moment, I’m just mastering the art of arriving constantly late.

New York subway is hell in the city. In order to keep the carriages chilled, the trains spit out their heat onto the platform. You go out, fresh and nice and clean, you rush to the subway to get in time, and while you’re waiting for your train, during those few minutes, you feel embarrassing marks spreading on your back. The train approaches loudly, it looks like its carriages have a long service behind them. During the weekend some trains are delayed, or deviated, as works are being carried out somewhere on the line. Rats say hi from the railway. You can travel on the whole subway trait paying only one entrance (2.75 $, around 2.something £): once you’re in, you can travel everywhere. The filthy stations have white tiles on the walls, and colored tiles compose the name of the station, and sometimes even some mosaics. The Grand Central, the biggest and the central one, is so important it has floors full of fast food restaurants.

I only take the metro on a weekend day, I skip the busiest hours. I meet very interesting people on the subway. Students, young guys, tourists, workers with an average job, or at the very beginning (with little money for a car). People carrying a shopping bag, a suitcase, a pram, a bongo, a guitar, a dog in their leather bag. People getting on, dancing some steps of break-featuring-pole-dance (the poles on the carriage are perfect!), collect some money and get off. People talking alone, obese, albinos. People that tell the story of their miserable life out loud before begging for some change. People eating, sleeping, reading books. I haven’t met pickpockets yet.

But last Sunday I met someone who tuned my weekend bright. A man jumped on the train, dragging a loudspeaker on a trolley. He plugged his bass on the loudspeaker and he announced to the crammed crowd that he will sing a song for the guy with the blue shirt and yellow sneakers, he knows since college. That guy was me. I smiled, everybody was staring at us. He sang a famous song changing the lyrics. Then he turned his attention to a girl with glasses and then an older couple. He was funny, and he earned his dollars. New York welcomes its visitors the best way ever: a serenade on the subway.

 

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Vaghezza di vagare/Wanderlust

Passo tantissimo tempo a vagare. Mi guidano istinto, curiosità e una lista vaga di luoghi da visitare. Non ho internet a meno che non trovi una connessione wifi libera, e non ho neppure preso una cartina. Cerco di evitare i posti affollati, la massa mi mette a disagio. Ogni volta cerco di prendere una strada nuova e di imparare la mappa di New York a forza di tentativi. Mi piace macinare chilometri.

ponte brooklynDal mio studentato è facile raggiungere Manhattan a piedi, oltre il ponte di Brooklyn. Si approda direttamente a Downtown, il distretto finanziario. Wall Street sembra davvero un muro continuo. La luce del sole quasi non tocca terra!

Il ponte di Manhattan visto dal ponte di Brooklyn

Il ponte di Manhattan visto dal ponte di Brooklyn

Se invece passo per il ponte di Manhattan approdo a Chinatown e da lì a Little Italy il salto è breve. In entrambi i quartieri, ma specie a Chinatown, l’americano diventa una seconda lingua.

Broadway (che come dice il nome è una larga strada) attraversa Manhattan da sud a nord per il lungo. Le vie parallele a Broadway sono dette Avenues e quelle perpendicolari Streets (E o W a seconda che siano a sinistra o a destra di Broadway), e sono numerate, per cui è relativamente facile orientarsi: “Ci troviamo all’incrocio tra la decima Avenue e la 73esima”.

Per questo New York è chiamata la Grande Mela. È tagliata a metà da Broadway, poi è fatta a spicchi dai suoi quartieri, e a cubetti dalle sue Streets e Avenues. Central Park potrebbe essere la foglia. La Subway il bruco. Scherzo.

È vagando senza meta che ho trovato la pizza di Bonci a New York (lo so, sono ossessionato, ma è davvero perfetta, croccante e leggera), o il Tom’s diner, quello della canzone di Suzanne Vega. I miei riferimenti culturali a New York sono molto vaghi!

tom's diner

I spend most of my spare time wandering. I follow my instinct, curiosity and a coarse list of places to visit. I don’t have data on my phone, and I didn’t buy any map. I just avoid the crammed squares, as masses of people frighten me. I try new paths and I build my own map in my mind through experience. I enjoy walking miles.

From Downtown I quickly walk over Brooklyn bridge and I am in Downtown Manhattan, the financial district. Wall Street actually looks like a tall walled way. The sun does not reach the ground. Over Manhattan bridge I walk to Chinatown and then to Little Italy. American is a foreign language over here.

New York is run from south to north by Broadway. The roads parallel to Broadway are called Avenues, while those perpendicular are called Streets. This is why New York is the Big Apple. It is vertically halved by Broadway, sliced into its neighbourhoods, and then chopped into blocks. Central Park is the leaf, and I guess the subway acts as the worm. I’m joking, of course.

While wandering around I found a nice pizza shop, or the famous Tom’s diner sung by Suzanne Vega.

Il parco di Park Slope

barclays centreLa sera, stufo di stare chiuso per ore in un laboratorio senza finestre, esco per le strade del quartiere, vago, mi spingo sempre più lontano, in esplorazione. Voglio assorbire la luce del sole, imprimere le immagini di Brooklyn sulla mia retina e metterle in conserva. Voglio che il quartiere diventi parte di me.

Brooklyn è familiare e accogliente. D’accordo, Brooklyn è un quartiere enorme e non si può generalizzare, ma ha un’atmosfera propria, nella sua varietà. Nel corso dei decenni, ogni angolino è diventato casa per diversi gruppi di immigrati, e ognuno ha lasciato la loro impronta caratteristica. Forse non è vero che l’America non ha storia, l’America è fatta delle storie di chi ci è arrivato. I viali alberati, le casette di mattoni, i cortiletti sul davanti, le chiese, le statuine della Madonna, i ristoranti e i negozi parlano di persone con tradizioni e identità.

Mi fermo a Washington Park, a Park Slope. È piccolo, se confrontato con le dimensioni dei parchi maggiori. C’è il parco giochi, i bambini giocano, strillano, rincorrono il papà sopra i castelli di legno, si bagnano alle fontanelle. Un bambinetto di nome Diego, probabilmente di origine messicana, viene a dirmi ciao, dondolando curioso sulle sue gambe malferme, avrà appena imparato a reggersi sulle due gambe.
Gli adolescenti giocano a basket, gli americani sono appassionati di sport, c’è sempre spazio per un campetto qua e là. Altri ragazzi mangiano del fast food e ciacolano, ascoltando musica ad alto volume.
In un angolo c’è il giardino pubblico. È diviso in appezzamenti rettangolari, crescono fiori, tegoline, zucchine, pomodori, basilico. Alcune piantine sono protette da una serra. Forse non saranno verdure salutari, in un ambiente così inquinato, ma almeno c’è ancora qualcuno che non rinuncia al contatto con la terra.
I tavolini hanno una scacchiera disegnata sul ripiano. Quella casetta è un bagno pubblico. Dall’altro lato della strada c’è una gelateria chiamata L’albero del gelato, in italiano, prendo ricotta e mirtilli, mi cola sulle dita, cerco di non sbrodolarmi, è un gelato cremoso e pieno di suggestioni. Poco più in là una pizzeria napoletana, e poi un “deli”, Russo’s, con vere mozzarelle.

brooklyn old house

The Old Stone House. Ora ospita i bagni.

Il crepuscolo scende alle nove e non alle ventitré come a Glasgow. Si accendono le lucciole. Non pensavo che avrei ritrovato le lucciole a New York. Le lucciole, così brutte alla luce del sole, secche e lunghe e verminose, e le femmine ancora di più, grosse e lente e incapaci di volare…eppure così belle, quando salgono dai cespugli come fuochi d’artificio o volano raso terra come se fossero pesanti, chiamandosi a vicenda con segnali di luce.

giardini pubbliciI parchi sono un bene della comunità. Un comitato se ne prende cura e organizza eventi gratuiti all’aperto: proiezioni di film, rappresentazioni teatrali. Sono stato a vedere Sweeney Todd, il musical. Gli attori recitavano con un accento molto britannico. Ci siamo seduti per terra, chi aveva una seggiolina, chi una coperta leopardata, chi un lenzuolone da picnic. Non tutti erano interessati allo spettacolo, c’era un andirivieni, era più una festa tra amici del quartiere. Intorno a me una varietà infinita di colori della pelle e dei capelli e di accenti americani, l’unica differenza con una serata estiva italiana.

casette park slope

Notate la Fiat 500 in primo piano!

In the evening, when I’m tired of being locked into a windowless lab, I get out of my room, I wander around, I explore the neighborhood, I try to absorb as much sun as I can and store images from Brooklyn inside me, to bring back home. I want Brooklyn to become part of my being.

case park slopeBrooklyn looks cozy and familiar. Right, Brooklyn is quite an extensive tag, but, all in all, it all has the same vibe. Along the decennia, each neighborhood has become home for the many immigrants, who left behind their distinctive prints. Perhaps it’s not true America has no history, like I thought before coming here. America’s history is a patchwork of those people’s histories. The tree-lined streets, the brick houses, the front yards, the churches, the statues of saints, the restaurants and shops, all talk about people with strong identity and traditions.

chiesa 2 brooklynI stop in Washington Park, in Park slope. It’s small, if you compare it to the, say, Prospect Park. There’s a playground, the children yell, play, chase their daddy onto the adventure buildings, splash water of the fountain. A toddler named Diego, certainly hispanic, walks unsteadily to me, curious and brave. The teens play basket, there’s always a court somewhere, Americans love sports. Others chat and eat fast food and listen to loud music on their phone. There’s a communal garden. Each patch is crammed with flowers, courgette, green beans, tomatoes, basil. Other baby plants grow in a greenhouse. Sure, they might not be the freshest vegetables, given all this pollution, still there is somebody that don’t give up the link with the earth. On the top of the tables there’s a chessboard. A small, old house is now a public toilet. Over the street there’s an ice cream parlour called L’albero dei gelati. I have ricotta and blueberries, it melts on my fingers, I try not to make a mess, the flavours fill my mouth. Then a Neapolitan pizzeria, then an italian deli.

chiesa brooklyn 1The dusk comes earlier than in Glasgow. The fireflies light up, coming out of the bushes, flying up like fireworks. Fireflies, so ugly, thin and elongated and wormlike, and glowworms even uglier, fleshy and wingless…still so beautiful and light when they glow and call each other.

The whole community takes care of the parks. A committee organizes events, like film projection and theater plays outdoors, in the park. I saw Sweeney Todd, the musical. The audience sat on the ground, some on a blanket, some on a chair. It looked more like a friendly street party, people chatting, picnicking, standing and moving around. So many different skin colors, and american accents, the only difference with a summer Italian night.

parco

I’m an alien, I’m a legal alien, I’m an Erbolo in New York

Quando sono arrivato a New York, fin dalle primissime ore, la prima impressione che ho avuto è di una città accogliente. Sembra che ci sia un posticino per chiunque, una nicchia dove sistemarsi soddisfatti. La gente osserva ma non sembra giudicare, c’è da perdersi nella colorata varietà newyorkese. Non chiede da dove vieni, ma non per indifferenza, semplicemente non importa troppo, New York è un grande mosaico e chiunque può inserirsi, farsi spazio tra gli altri tasselli e contribuire a creare la città. Il profilo di Manhattan visto da Brooklyn sembra proprio suggerire questo. È un insieme scoordinato di edifici, proporzioni, pinnacoli, vetro, cemento, colori, altezze, stili, eppure tutti insieme danno un’idea di armonia.Incredibile a dirsi, c’ho messo poco tempo a trovare il mio posticino. Avviso al consumatore: Manhattan non è New York, e New York ovviamente non è da prendere come esempio dell’intera America.

carusel

Manhattan vista da Dumbo. Sotto il ponte vedete la giostra?

Dopo una settimana, l’impressione a caldo si è ridefinita. È vero, c’è un posto per ciascuno, ma bisogna guadagnarselo. A volte mi sembra di lottare per restare a galla, per sopravvivere contro la concorrenza. Ho visto la faccia impietosa, ingiusta e discriminante della metropoli: le ore perse nella metropolitana a spostarsi da un luogo all’altro, il cibo spazzatura, i prezzi alti, le zone fatiscenti, i palazzi vecchi, arrugginiti o abbattuti, il degrado e la puzza, i mendicanti sofferenti a friggere sul marciapiede o a spingere il carrello della spesa che contiene tutto quello che possiedono, la massa di gente che si fa strada urlando.

manhattan bridge dumbo

Questa donna voleva investirmi (a ragione, visto che ero in mezzo alla strada). Sullo sfondo, il Manhattan bridge che inquadra l’Empire State Building.

Galoppo da un semaforo all’altro, mentre scorrono i secondi che mancano al rosso. Vado in giro col naso all’insù, schiacciato da questi edifici enormi. In America amano le taglie forti, le porzioni di cibo che valgono doppio, le limousine, i caffè che i nostri espresso si nascondono dalla vergogna, i negozi del lusso sulla 5th Avenue.

gair building

Robert Gair inventò la scatola di cartone.

Lo sapevate che la scatola di cartone, quella fatta di cartone robusto, così utile nei traslochi e per gli attacchi d’arte, è stata inventata da uno scozzese a Brooklyn in questo edificio? Neppure io. Adesso a quanto pare è la sede di Etsy, quel sito dove vendere e comprare oggetti carini d’artigianato e patacchette varie. Questo pezzettino di Brooklyn si chiama Dumbo. È un acronimo, sta per Down Under the Manhattan Bridge Overpass, è l’approdo dei due ponti che da Brooklyn vanno a Manhattan. È un posto tranquillo e curato, dall’atmosfera un po’ artistica e alternativa, perfetto per una passeggiata la sera. I turisti mi fermano per chiedermi indicazioni, io che sono qui da neppure due settimane devo sforzare il mio sesto senso geografico per non deluderli.

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Dumbo. Sera. Passeggiata.

 

From the very first hours I was soaked in New York atmosphere, I had the feeling I am in a welcoming city. It feels like there is a place for everyone, a niche where you can curl yourself up and feel cosy. People look but they don’t seem judgmental. They don’t ask where you come from, not out of indifference but rather because it doesn’t really matter. New York is a big mosaic waiting for you to find your place among the other tiles. Manhattan skyline suggests this very idea, a collection of uncoordinated buildings, different for size, colors, texture, proportions, styles, still they all contribute to an overall harmony. I took little time to feel integrated myself. Warning: Manhattan is not New York, and New York is not America at all.

After spending a week here, my first impression changed. It’s true, there’s a place for everyone, but you need to deserve it. It’s an unfair, merciless city. You fight to keep afloat, to survive against the competition. Everlasting hours wasted on a subway carriage; junk food; high prices; run-down neighbourhoods; old, rusty buildings, falling apart or torn down; decay and stink; the suffering hobos frying on the pavement or pushing their trolley where they heap all they own.

I hop from one street lamp to the other, quicker than the countdown timer. I walk looking up, crashed by the towering skyscrapers. Americans love large size, food is served in huge portions, limousines, watered-down coffees that shadow our espressos, the luxury windows on the 5th Avenue.

Did you know the cardboard box, so helpful for moving out and for art attacks, was invented by a Scot here in Dumbo? Neither did I. This building hosts now Etsy, the arts&crafts selling website. Dumbo is an acronym for Down Under the Manhattan Bridge Overpass, it’s where Brooklyn connects to Manhattan through two bridges. It’s a quiet, tidy, artsy and alternative neighborhood, so perfect to walk in the evenings. Tourists stopped me to ask for directions, I had to stretch my geography skills to be as helpful as a local could be.

casetta colorata

By a Danish artist.

Oltre l’oceano/Big leap

La mia sacca marrone si prepara ad inghiottire i miei vestiti ancora una volta, ma stavolta il salto è davvero lungo, la meta è New York.

Non è per una vacanza. Ho sparso mezze anticipazioni a partire da Dicembre, quando Richard, il mio relatore, mi ha proposto di accompagnarlo a New York per uno scambio tra università. Sul serio, uno scambio? A New York? Dentro di me ho alzato le braccia al cielo e ho detto: “YESSSS!!!”, però di fronte a lui, che è un uomo composto e formale, mi sono trattenuto: “Sì, potrei essere interessato”, ho risposto con tono noncurante. Da lì in poi il progetto ha assunto forma. Lentamente. Troppo lentamente: la mia università, la Strathclyde, e la New York University (NYU) non erano entusiaste di collaborare, gli americani sono gelosi della loro attività di ricerca e non troppo ansiosi di condividerla. Il che è il fallimento della ricerca scientifica in sé, ma d’altra parte si sa, quando la ricerca ha possibili risvolti economici, patti chiari collaborazione lunga. Sono serviti ben sei mesi per definire i termini del progetto. Finalmente ho ricevuto la conferma. Nel giro di pochi giorni ho prenotato una stanza nello studentato e il biglietto d’aereo.

Si parte, sul serio! Il volo è mercoledì, dopodomani. Sto via fino a fine Agosto, ho barattato il tempo ballerino della Scozia con il clima torrido della Grande Mela. Da un giorno all’altro devo mettermi nell’ordine di idee che tra una manciata di ore sarò al di là dell’oceano, sarò nella città in cui volevo portare mia mamma, a Natale, per vedere la neve e i negozi addobbati per le feste. Ora che mancano solo pochi giorni non riesco a fissare i pensieri, mi sento una pallina da flipper spinta all’improvviso in cima al piano inclinato, consapevole che basta lasciarmi andare, correggere leggermente la traiettoria per arrivare in fondo. Forse non ho proprio tanta voglia di partire, di trascinare i bagagli su un aereo per così tanto tempo. Non parto più d’impulso, come alcuni anni fa, solo per il gusto d’andare. Ho frugato dentro di me alla ricerca delle motivazioni per partire di nuovo, come si fruga alla ricerca dei centesimi sul fondo della borsa, e ne ho trovate alcune di abbastanza convincenti. Come si fa a dire di no a un’occasione come questa, quando mi si ripresenterà?

Devo ringraziare il mio relatore per l’accanimento con cui ha lavorato al progetto, e il dipartimento per avermi dato l’appoggio economico. Continuate a seguirmi, fra pochi giorni vi scriverò dalle strade newyorkesi (sempre che non mi perda per strada, ho il terrore che qualcosa vada storto)!

nyu cap

My big brown bag is ready to swallow my clothes once again and be dragged around one more time, this time for a longer distance, beyond the Ocean, to New York, and it’s not a holiday!

I’ve been up to this since December. Richard, my supervisor, has been working at this exchange for a long time. He once called me to his office and put forward that I go along with him. Inside me I was exulting: “YESSSSS New Yooooorrrrk!” But he’s a quiet and formal man, so I simply replied, very accomplished: “Well, I might be interested”. The project took actually ages to become real. NYU and Stratchlyde University had to find an agreement and I’ve been waiting in vain, until I finally got an official permit and I booked my flight and my room on the same day.

So I am leaving, I am truly leaving in two days. I don’t really feel like, to be honest. I don’t pack my stuff ready to leave as eagerly as I used to do some years back. Now I feel confused, I feel like a ball on a pinball slope, I know I just need to let me go and follow the slope and I will safely meet my drain. I looked through myself in search for strong motivations to leave, the same way you look for pennies at the bottom of your bag, and I found some good enough. How cannot take advantage of such a good opportunity to see the US and to live the city life?

I wish to thank my supervisor and my department for letting me go, for giving me this big opportunity, this chance to visit the US and for trusting me somehow. Keep following me, in a couple of days I will update you from the streets of New York (as long as I don’t get lost on the way)!