Category Archives: vita in città

L’occasione di prendere il volo/Everyone deserves their chance to fly

Del MoMA, dei materiali e dei musei

Se siete allergici ai bambini e ai turisti a caccia di foto, evitate il Museo di Storia Naturale. Se invece non vi interessa l’arte moderna o contemporanea prettamente americana, potete saltare il Whitney. Se vi piacciono il design e i gioielli, fate un salto al Museum of Art and Design (MAD). Se avete solo poche ore di tempo, potete pure provare a visitare il Metropolitan, tanto il prezzo del biglietto è solo una donazione suggerita e si può pagare anche solo 1 dollaro. Sappiate che però in due ore ho visto appena due sale, e di corsa. Se volete visitare il MoMA o il Guggenheim in tre ore fate pure, ma uscirete con gli occhi doloranti e il cervello e l’anima in subbuglio e bisognosi di riposo dopo tanti stimoli.

Se fossi un artista, e le mie opere fossero esposte, lascerei toccarle. Forse anche leccarle, strusciarle, parparle. Che fastidio vedere queste sculture fatte in materiali non convenzionali e non potersi avvicinare! I materiali sono una mia mania, una deformazione professionale, e molti di questi artisti sperimentano come neppure il sottoscritto in laboratorio. Potrei inserirlo tra i miei piani B. Sviluppo di nuovi materiali per studi d’arte.

Appello a tutti gli artisti. Chiamare un’opera Senza titolo ha senso se usato con parsimonia. Se arrivate a Senza titolo #38, si chiama Sindrome dell’etichetta bianca. Chiamatemi, ho numerose idee creative per voi, a gratis.

Infine vale la pena perdersi nelle 18 miglia di libri della libreria Strand. Libri per tutte le tasche e gusti.

Broadway

wikedAndare a vedere uno show a Broadway è un sogno che la Julie Andrews che dimora in me coltivava da tempo. Se poi è Wicked e tutto è verde, diventa estasi. Broadway è una macchina collaudata per gli spettacoli, dare emozioni è il loro lucroso mestiere. Le stecche del protagonista maschile e le libere interpretazioni rispetto alla versione originale hanno stemperato quella mancanza del brivido dell’imprevisto e dell’errore. Non dimenticherò l’espressione di Elphaba, la strega dell’Ovest, mentre prende il volo sulla scopa. E il mio imbarazzante contatto con il direttore dell’orchestra.

Amiche

Camilla e Margherita sono passate di New York e grazie a Facebook ci siamo incontrati. Siamo stati a vedere la Statua della Libertà, questa signora così forzuta e solida e muscolosa e tutt’altro che longilinea, con delle mani da Morandi e lo sguardo fisso verso il vecchio mondo, in direzione dei migranti che arrivavano sulle navi. Il rame si è ossidato dandole una tonalità vellutata e soffice che la rende meno severa.

Camilla poi aveva il desiderio di cantare al karaoke. Mi sono offerto volontario per a cantare Let it be e It’s raining man con lei. E poi ho voluto esibirmi in una personale interpretazione di Non ho l’età, la Gigliola non me ne voglia.Scelgo sempre canzoni al di fuori delle mie capacità ma che risvegliano una scintilla nel mio cervello. C’è qualcosa di liberatorio nel karaoke. Che sia su un palchetto o dal bancone del bar, percepisco con dolorosa chiarezza le mie imperfezioni ma perdo cognizione di chi mi circonda, mi libero di ogni inibizione e mi ci dedico fino in fondo. Posso vantare di aver fatto anche questo, sconfiggere l’imbarazzo e trafiggere le orecchie dei clienti di un oscuro karaoke bar coreano vicino a Columbus Circle nel centro di Manhattan.

Marmellata #110815

All’aperto

Central Park è così grande da essere attraversato da strade interne. Gli alberi lo proteggono dallo smog della metropoli. Gli scoiattoli grigi sono animaletti aggressivi, la versione coccolosa dei piccioni. Si riempie di gente che prende il sole, gioca, porta i bambini al parco giochi, passeggia, fa picnic, e poi di persone che guadagna due dollari facendo ritratti, massaggi o gigantesche bolle di sapone. Sono andato a correre con la sezione locale dei Frontrunners, nonostante l’umidità e la pendenza del parco tagliassero il fiato.

Al Lincoln Center danno un fitto programma di spettacoli all’aperto, io sono stato a sentire i mitici Matmos e Yo La Tengo.

Of MoMA, museums and materials

science museumIf you can’t stand kids and pictures-taking tourists, avoid the Natural History Museum. If you enjoy design and jewellery, you should pop in the Museum of Art and Design (MAD). If you’ve got only few hours, you might want to attempt the Metropolitan Museum. Good luck though, I barely visited two halls in two hours. Unless you really like contemporary and unkknow American art, you can skip the Whitney Museum. You can visit the MoMA and Guggenheim in fewer hours, but beware, you’ll need some rest for your heart and eyes, upset by so many sensorial stimuli.

If I was an artist, say, a sculptor, my works would be open to be touched. No, touch is not enough. Stroke, rub, caress, lick. I so hate seeing such nice creations and not being able to have a contact. My material mindframe longs and craves for exploration. I could actually turn it into a job. Materials developer for artists. Mh.

A call to artists in search for ideas. You might think calling your work Untitled something cool and open to interpretation, fair enough. When you call it Untitled #38, though, it’s pathological. If you really need crearive ideas for fancy titles, do not hesitate to contact me.

Broadway

For someone like me, who is Julie Andrews inside, Broadway is a thrilling experience. If the show is Wicked and all is green, that’s ecstasis. The actor playing Thierau sang out of tune and I kept thinking: “no, here Idina would have sung better”, but this simply added flavour to something otherwise flawless and too perfect. I won’t forget Elphaba’s expression while she take flight at the end of the first act, nor my embarrassing question to the orchestra conductor.

Friends

Camilla and Margherita dropped by and took me to the Statue of Liberty. It looks massive, sturdy, with muscular arms. Fortunately the copper oxide gives it a soft, velvety texture.
Camilla really wished to go to karaoke, so we tagged along. Eventually she had me sing with her Let it be and It’s raining men. To add to the embarrassing moment, I sang a peronal rendition of Non ho l’età, that’s quite ridiculous in Italian, not to mention in front of the skilled Americans customers in that dark Korean karaoke bar. Karaoke has a liberating effect on me. I keep trying even if my voice sounds like an ugly meowing. I don’t mind, I focus on myself, I shut out the others. Maybe I should choose songs that are closer to my range-but these simply snap in my mind.

Preserve #110815

Outdoors

Central Park is so huge that is crisscrossed by internal roads. The gray squirrels are so aggressive, not different from rats. I love seeing the people who sunbath, take the children to the playground, picnic, play, read. The trees protect the park from the city pollution. How much Newyorkers love their trees! And then I love the people that earn their bucka painting portraits, blowing soap bubbles, offering massaging, busking.
I joined the local Frontrunners for a couple of times, a challenge to the humid wheather and the steep roads of the park.

Free outdoors gigs are organized through the summer at Lincoln Park. I saw the great Matmos and Yo La Tengo.

St. Paul the Apostle

Quando sono in una nuova città (quante volte è successo ormai negli ultimi anni?) mi sento come in un ambiente liquido, annaspo alla ricerca di riferimenti, e il mio istinto è quello di coagulare il liquido in qualcosa di solido. Una comunità. La comunità ha una sua struttura. Una volta che ti assorbe nelle sue maglie, ti senti integrato nel tessuto della città, ti muovi in armonia con gli altri, assumi un’identità tridimensionale, non sei più un turista o un visitatore per caso sperso nella massa, ma sei parte attiva della massa. Se manchi, la tua assenza si nota. Appartieni alla città. Ecco, è così confortevole appartenere a un luogo. New York è una città accogliente, sembra che ci sia un posticino per ciascuno, ma il posticino bisogna ricavarselo. Io ho avuto la fortuna di trovare un posticino, una mia comunità nel giro di pochi giorni, ed è la parrocchia di St. Paul the Apostle, a pochi passi da Columbus Circle e Central Park.

La messa a St Paul è festosa, un po’ sopra le righe. Quasi un musical. Una cantante intona i canti con trasporto dall’ambone, accompagnata al piano, spiegando una voce potente e un’espressione contrita, tipo Celine Dion in concerto. Alla fine della messa non manca l’applauso.

Padre Gil è un uomo ilare, dissemina la messa di calore, risate e allegria, ma è capace anche di prediche intense. Apre la celebrazione chiedendoci di salutarci l’un l’altro. E giù abbracci e strette di mano e scambi di sorrisi, che non fanno mai male.

Non manca un po’ di avventura. Una domenica, mentre Celine Dion si esibiva col Gloria, dall’assemblea si è alzato un grido d’inferno, sempre più alto, fino a sovrastare la musica. La mia prima reazione è stata chiedermi cosa stesse succedendo. Gli Americani per fortuna hanno una padronanza migliore del sottoscritto. Si sono gettati a terra, nascondendosi sotto le panche (alcuni sono pure scappati dalla chiesa). Finalmente ho realizzato che poteva esserci un pericolo, data la confidenza degli Americani con le armi, e mi sono tuffato sotto la panca anch’io. Il mio secondo pensiero è stato: non voglio morire giovane, in una sparatoria, in una chiesa americana. Il ragazzo (evidentemente con qualche problema mentale, niente più) ha immediatamente preso la porta, inseguito dalle guardie, che hanno chiamato l’ambulanza e la polizia. Padre Gil è salito sul pulpito per dirci di continuare con serenità la messa e di pregare per il ragazzo, e di pensare ai nostri fratelli nel medio oriente o in Africa che vivono qualcosa di simile, ma molto più tragico, ogni domenica.

Questa parrocchia, a quanto mi dicono, è quella dove Madonna va a messa, e per Madonna non intendo la madre di Gesù. È tanto accogliente da ospitare un nutrito e sorridente gruppo di gay e lesbiche tra i fedeli, spesso con partner al seguito. Il gruppo si chiama Out at St Paul e ha realizzato un video per raccontare com’è essere gay e cattolici insieme. L’hanno pure portato a Papa Francesco. Potete trovarlo qui.

Ogni domenica è un appuntamento, qualcuno mi aspetta: faccio parte di una comunità.

A seguire, un po’ di foto di chiese a caso.

Whenever I end up in a new city (how many times has this happened in the past few years?), I swim in a liquid environment, I flounder looking to grasp to something solid. My first reaction is to curdle the fluid into a community. A community has its own structure. Once it soaks you up in its texture, you are assimilated in the tangle of the city, you move in harmony, you get a 3 dimensional identity, you are not a simple tourist or a random visitor anymore, but you are active part of the mass. You are missed if you’re not there. You belong to the city. Well, I feel so cosy when I belong a place. New York is welcoming, but you need to gain your niche. I was lucky I found a community for me in the first few days, that is, the parish of St Paul the Apostle, which is just a stone’s throw away from Central Park.

Mass at St Paul is joyous, slightly over the top. Almost a musical. There’s a leading singer who sings from the ambo, accompanied on the piano, displaying her powerful voice and emotional expression, sort of Celine Dion in concert. Of course she deserves a round of applause at the end.

Father Gil is a joyful man, he spreads his preaches with jokes, laughs and warmth. He starts the mass inviting us to greet each other. A chain of hugs, hand-shaking and smiles arises, which does not hurt anyone.

Sometimes mass is an adventure. One day, while Celine Dion was singing the Glory, a yell rose until it overcame the music. My first reaction was to check out what was wrong. Fortunately, Americans are more sensible than me, and they jumped under the pews. Eventually I understood that there could be a danger, as people over here are familiar with shooting in churches. The yell came from a boy, who rushed out of the church, followed by the security. He had some mental issues and was taken care of by an ambulance. We recovered from the shock and thought that other brothers in the Middle East or Africa experience such things every week, but it is much more dangerous.

Somebody told me this is Madonna’s parish, and by Madonna, I do not mean Jesus’ mother, but the famous singer. Of course this is a welcoming parish, so welcoming, there is a large and smiley community of gays and lesbians, Out at St Paul. They shot a documentary (you can find it here) where they tell how it is being gay and catholic. They brought it to Pope Francis, too. Hope he watched it.

The weekly appointment with the mass becomes something special, because now I do belong to a community. 

Bubble soccer

 

Se in generale lo sport accende il mio interesse quanto la prospettiva di un malessere intestinale, per il calcio nutro un disgusto particolare. La scorsa estate sono riuscito ad addormentarmi durante una partita dei mondiali (che stavo guardando su esplicita richiesta di Selene), e ho convinto Kevin a saltare la finale. Quando diventerò Presidente del Mondo, farò di tutto per abolirlo.

Per cui c’ho messo un po’ a decidermi se andare a giocare a bubble football, ma poi ho indossato i miei pantaloncini e mi sono aggregato agli altri dodici ragazzi ai Pitches, che è un campetto di calcio al chiuso, vicino a Pollok Park, nel quartiere sud di Glasgow.

In fondo il bubble football non è calcio. Ti infilano dentro una sfera di plastica trasparente bella gonfia d’aria, un guscio, una specie di salvagente che ti copre dalla vita alla testa (a seconda della taglia e delle tue dimensioni! Le piccole ragazze cinesi erano perse all’interno di una palla troppo grande per loro). Ci siamo divisi in due squadre poco equilibrate e via, ci siamo gettati addosso al pallone. Sembravamo tanti soffioni che si agitavano scompostamente sul campetto di erba sintetica. Nessuno tiene conto dei punti, non ci sono regole. Cerchi di rincorrere una palla e di fare gol, ma figuratevi se con questo ingombro sterico ci si riesce. Per di più un pallone di plastica che ti pesa sulle spalle e ti copre la visuale non fa che peggiorare le scarse prestazioni di uno incapace come me. Ho toccato la palla solo per sbaglio. E allora tanto vale giocare da kamikaze: urta, spingi, cadi per terra, fai cagnara. Quando cadi non ti fai nulla, rimbalzi sul pallone e agiti le gambette come una tartaruga rovesciata sul carapace. Dopo quindici minuti l’interno del pallone era appannato dal sudore e dal fiatone, e dopo un’ora di gioco eravamo stremati, mi facevano male più le braccia delle gambe.

Gli ultimi cinque minuti erano riservati al delirio totale, niente palla in campo, solo spintoni e colpi da ariete, lotta estrema tutti contro tutti. L’ultimo che restava in piedi vinceva. Siamo crollati come birilli sotto le spinte dei ragazzi più grossi.

Osservando come alcuni ragazzi giocavano, mi è venuto in mente che anche il bubble soccer può essere metafora di vita. Se stai attaccato alla rete, se ti rintani in un angolo per proteggerti, se non osi, non ti butti al centro del campo, non rischi, sicuramente non cadi, e forse non perdi. Però non vinci neppure e non ti diverti fino in fondo. Certo, al di fuori del campo da gioco non c’è un enorme salvagente ad attutire le cadute.

Time over, il tempo è volato, ciao ragazzi, alla prossima. Siamo usciti dall’edificio, il pomeriggio era limpido e freddo, prima di tornare a casa ho fatto un giro nei mercatini di Natale, dove un tipo voleva spacciarmi un hot dog per Bratwurst, e ho guardato i fuochi d’artificio con cui si inauguravano le luci e le decorazioni in St George Square. L’Avvento commerciale è ufficialmente iniziato. Buone compere.

I’m keen on sports as much as I’m keen on stomach flu, but when it comes to football, I find it literally appalling. I managed to fall asleep while watching a World Cup match last summer, match I was watching only because my friend Selene had begged me to. Some days later I persuaded Kevin to skip the final. When I am the President of the Universe, I will do my best to abolish football.

That’s why I took a while to decide and join 12 friends for bubble soccer. At the end they got me going. I wore my gym trackies and I took a taxi with them to the Pitches, an indoor football pitch close to Pollok Park, in the Southside, Glasgow.

After all, bubble soccer is not soccer at all. Fair enough, there’s a ball you aim to kick, but you’re basically squeezed into a huge transparent, plastic ball, filled with air, that covers you from waist to head (well, it depends on your size, indeed the Chinese girls were basically completely hidden inside that cocoon!). We gathered into two teams and off we went, trying to hit the ball, although that massive air cushion was pushing us apart. We looked like giant dandelions running haphazardly on the synthetic grass pitch. There are no rules nor goals to count. The bubble is not that heavy, still it didn’t help improve my football skills, so my contribution to my team was almost zero. I thought I might as well play the kamikaze, pushing, hitting, yelling, falling down. After some minutes the inside of my bubble was filled with sweat and breath steam, after one hour play my arms were aching and we all felt worn out.

The last five minutes were left to us to behave freely and wildly, bumping against each other like dull rams. The last one standing wins. I fall under the thrusts of guys bigger than me. 

I was observing some of the guys playing, and some of them were against the fence, seeking shelter, no dare, no bravery, no risk, and I thought that perhaps they were not falling down, they were not losing the game, but surely they were not winning either, nor having fun. Nice metaphor of life, although of course outside the pitch there is no bubble to protect you once you leave the fence.

Time over, time flew, bye guys, see you later. Out of the building, the autumn sky was clear and frosty. Before going home I browsed through the Christmas market on Argyle street, where a guy tried to sell me a hot dog as a Bratwurst (no, mate, I perfectly know the difference, cheat someone else), and I looked at the fireworks. Christmas lightings in St George Square were officially turned on. The commercial Advent time has kicked off. Enjoy your shopping.

La Grande Pignatta/The Big Pan

Mi sono accorto delle stelle per la prima volta qui a Glasgow. Voglio dire, non è che ho mai alzato lo sguardo verso l’alto di notte, ma qui per una scusa o per l’altra il cielo è spesso coperto, o fa troppo freddo per stare fuori col naso all’insù, oppure i lampioni offuscano le stelle. Ma l’altra sera stavo tornando a casa tardi, al termine di una giornata in cui prima le strade si sono trasformate in laghi e mari e poi questi laghi si sono prosciugati, lasciando dietro a sé un cielo limpido e un’aria cristallina e un tramonto dorato. Nell’East End, tra un caseggiato protetto dal filo spinato e un prato frequentato da volpi, mi si è parato davanti il Grande Carro, o la Grande Pignatta, come ho imparato da Puffo Quattrocchi quand’ero bambino.

Ogni volta, che sciocco, mi stupisco che siano proprio le medesime stelle, raggruppate nelle stesse costellazioni! Quello stesso Carro spunta dietro casa mia, tra l’abete e la casa dei vicini, e lo guardavo dal balcone ogni estate, così come Andromeda e Orione mi davano il buongiorno quando prendevo l’autobus alle sei del mattino. Ho insegnato a Irene a riconoscerlo, e così mi capita di pensare a lei, sapendo che probabilmente l’avrà dimenticato ma che potenzialmente potrebbe essere sul balcone, a guardare la stessa cosa che vedo io. E con le stelle fluorescenti lo ricompongo sul muro di ogni mia nuova camera da letto. Le stelle sono un punto di riferimento, delle puntine fissate sulla bacheca blu del cielo, rassicuranti nella loro stabilità, ora che ho lasciato andare il punto di riferimento più importante che avevo a Glasgow.

the big pan

I noticed the stars in the sky over Glasgow for the first time. See, here the sky is mostly cloudy, or it’s too chilly to enjoy a walk outside in the night (other than Italy…), or eventually the street lamps blur the tiny lights up there. I was walking home late, at the end of a troubled day, when at first the rain flooded the roads with puddles which resembled lakes and seas, and then the puddles dried out leaving room to a golden sunset and a chilly evening. In the East End, in a sky patch between a dark building and a meadow attended by foxes, suddenly the Big Dipper popped up in front of me. I’m particularly fond of the Big Dipper. Or the Big Pan, as I learned from Brainy Smurf when I was a kid.

Each time I look at them I’m surprised they’re the same everywhere, gathered in the same constellations-how naive! That very Big Dipper emerges from behind my neighbour’s house, the same I glazed in the summertime from the balcony at home. And the same Andromeda and Orion used to tell me Good morning when I got the 6am bus. I’ve taught my sister Irene to recognise the Big Pan, so we can stare at the same thing even from kilometers apart, but I guess she has already forgotten. In each room I happen to live, I stick fluo stars on the wall, to recreate its silhouette. Stars are stuck over my head like pins on a blue pin wall. The only thing remaining constant over the countries, reference points, especially now I’ve let go the most important reference I had up here.

Trasloco/Moving on

Mi sono trasferito nel mio nuovo appartamento. È antiquato e ha il pavimento di legno scricchiolante e i soffitti alti e le finestre ampie e la cucina grande e luminosa e il lavello in una stanza separata e un cortile sul retro con le ortensie e gli scoiattoli e i panni stesi sui fili e il rosmarino sulle scale d’ingresso e un parco dietro l’angolo e il campo da bocce per anziani di fronte. Niente sudicia moquette, niente fetore sulle scale interne. Sa proprio di casa, è calda e accogliente. È perfino provvista di tutti quei piccoli problemi che affliggono le case vecchie, tipo infissi scrostrati e mattonelle mancanti in bagno. In precedenza è stata popolata da uomini che l’hanno abbastanza trascurata. Abbiamo trovato mutande sotto il letto e una friggitrice ancora d’olio (e fortuna che era olio, e non muffa). Dopo una prima passata col moccio, le assi del pavimento hanno virato verso un colore più chiaro, chissà dopo che le avremo grattate per bene!

L’appartamento si trova a East End, tutto l’opposto di dove avrei voluto io, ma l’esuberanza del padrone di casa e i tempi stretti hanno contribuito a farmi decidere in fretta.

Per trasferire i miei averi ho impiegato sette viaggi. Ringrazio di cuore i due Scozzesi gentili che, valutando la sproporzione tra me e la mia sacca marrone, hanno dato una mano a trascinarla su e giù per le scale della stazione.

Quindi adesso potete chiedermi il nuovo indirizzo e venire a trovarmi per un caffè.

St-Vincent-O2-ABC-GlasgowPrima di partire ho detto arrivederci, ciao o addio ad alcune delle persone e dei luoghi che hanno popolato il mio anno glaswegiano, neppure tutti purtroppo. Data la mia vita ancora nomade, dovrei smetterla di affezionarmi così in fretta-ogni volta è uno strappo.

Per finire, sono stato al concerto di St. Vincent. Non mi aspettavo di vedere un’artista malvagia-perché non ho altro modo per definire una cantante che sogghigna e inneggia al suicidio dal palco. Avevo bisogno di var svaporare le mie malinconie, e invece è riuscita a catalizzare le angosce-che il sole di Roma avrebbe fatto evaporare.

vista dietro

I’ve found a new house in the East End. Right, is not where I wanted to move, but the short time available and my outgoing landlord urged me to choose. It has a cracking wooden flooring high ceiling wide windows a bright kitchen a belfast sink in a separate room a backyard with squirrels and clothes hung to dry and hydrangeas and a rosemary at the front door and a bowling lawn for old people in front of it. No nasty carpet, no smelly stairs. It’s pretty old, with peeling paint and missing tiles in the toilet, but it feels like home, it’s warm and cosy. The men living here before us mistreated it, we found pants under the bed and a frier still full of oil and the wooden planks, once rubbed with water, changed from dark to light brown.

Thanks to the two kind young Scots who helped me drag my huge luggage while I was moving all my stuff up and down from my previous accommodation. Ask for my new address and come and visit me!

Before I left I said goodbye to some people (but I missed many) who crowded my first glaswegian year. I’d better stop getting fond so easily of places and people, given my wanderer life.

And I attended a last concert, St Vincent. Usually music is cathartic. Well this time I experienced the Evil. I have no other word for a singer who never smiled, just grinned and talked about committing suicide. It enhanced my anguish-fortunately the sun of Italy had them vanished.

vista davanti

Giochi del Commonwealth/Commonwealth Games

In queste settimane Glasgow è allegramente sotto ai riflettori. Se cascate dal pero, è perché non siete sudditi di sua Maestà e siete al di fuori del Commonwealth, l’organizzazione politica che raccoglie le Nazioni che una volta facevano parte dell’Impero Britannico.940px-Commonwealth_of_Nations.svgDa 84 anni e ogni quattro anni, come per gli Europei di calcio, si organizzano i Giochi del Commonwealth, e questa volta ad ospitarli tocca a Glasgow. In città si sono riversate persone da 53 Paesi  (molte delle quali in realtà sono isolette, tipo Malta o le Solomon Islands) e 71 Nazioni (ad esempio Scozia, Galles e Irlanda del Nord contano ciascuna per sé), accomunate soprattutto dalla lingua inglese e da un passato di dominazione: la Regina è tutt’ora capo di stato di tutti questi paesi. Immaginatevi, lei va, ad esempio, in Australia e pensa: questo è tutto mio! Anche se dubito che lo pensi, non fosse altro che per una questione di buone maniere. Turisti e appassionati sportivi, atleti con relative famiglie e allenatori, lavoratori impiegati negli stands e nelle strutture, volontari, forze dell’ordine e medici, fisioterapisti e tecnici dello sport hanno occupato ogni stanza disponibile. Per accedere alla Subway in questi giorni bisogna fare una coda lunghissima, non si era mai visto qui a Glasgow! Un’occasione per offrire al mondo una buona immagine della Scozia, con orgoglio immenso misto a goffaggine e irriverenza tipiche di questo popolo (vedi i commenti alla cerimonia iniziale qui e qui).commonwealth-flags
Glasgow è stata rattoppata a nuovo, hanno ridipinto le arrugginite cassette per la raccolta della posta, piantato fiori ovunque, aggiunto mappe lungo le strade (una delle cose di cui Glasgow può essere già orgogliosa), costruito o restaurato edifici a tempo di record, sono comparsi numerosi nuovi murales a decorare le fiancate spoglie e grigie dei palazzoni in centro, hanno piantato un enorme gazebo per il merchandising in George Square, hanno organizzato un festival correlato ai giochi che si svolge in tre zone diverse di Glasgow, facendola assomigliare molto a una città italiana d’estate, quando la gente e le bancarelle riempiono le strade, e i concerti, le chiacchiere e l’odore di cibo profumano l’aria. La magia scade alle 20 di sera, ma ci accontentiamo.

2014_Commonwealth_Games_Logo.svgNon saranno le Olimpiadi, ma quando mi ricapiterà l’occasione di partecipare a un evento su scala tanto grande nella città in cui vivo? Ho tirato fuori quel poco d’interesse per gli sport che provo in qualche angolo remoto della mia personalità e ho preso un biglietto per l’hockey. Come ha commentato Kevin, ,,è bello fare parte di qualcosa”, qualcosa che abbraccia popoli così diversi e che li coinvolge in una competizione sana e sportiva. Salvo poi scoprire che non si trattava di hockey su ghiaccio, ma mi sono ritrovato a tifare, urlare e trepidare seguendo le sorti di questa pallina gialla che rotolava sul prato finto e pieno d’acqua, spinta con violenza e agilità da ragazzi provenienti prima da Galles e Trinidad&Tobago, poi, nel secondo match, da Scozia e Malesia. Il portiere della Scozia urlava come un orso, e si muoveva anche come un orso, ma non è bastato per salvare la squadra da un comunque onorevole 1-2. Eh, le regole dell’hockey su prato non le ho ancora capite comunque.

La mascotte dei giochi è Clyde (come il fiume di Glasgow), un cardo (fiore simbolo della Scozia) dai capelli sbarazzini. In diversi angoli della città sono apparse statue ad altezza di bambino di questo Clyde, con una t-shirt ogni volta dipinta da una diversa scuola elementare, sui quali i turisti si arrampicano allegramente per una foto. Un saluto da Glasgow, capitale del Commonwealth per undici giorni!

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Glasgow happens to be currently under the spotlight, and for no tragic reason. If you don’t know anything about that, it’s just because you live outside the Commonwealth of Nations, the organization collecting all the ex colonies of the British Empire. There’s nothing nicer than organizing a big party for a supranational organization that counts sort of half of world population, all having in common more or less only the English language and a past of domination under the British Crown. The Queen is still the formal head of all these 53 countries and 71 nations. Just imagine, she travels, say, to Australia, and thinks: this is all mine. Well, probably manners don’t allow her to think that.

Tourists, athletes and their families and trainer, doctors and physiotherapists, sport technicians and volunteers and employees and workers have flooded Glasgow and occupied any single spare room. The Subway and trains have never seen such long queues over here. Glasgow has been polished and glittered, flower pots put everywhere, the rust scratched, the grey dull walls covered with graffiti, maps added along the streets (although Glasgow is quite efficient from this point of view). A festival with free concerts, carousels and food stands have been organized in three different points of the city, making it looking like an italian city during summer, when people’s voices and food smells fill up the air. The magic ends at 10 pm, but we are happy with it nonetheless.

_IMG_1047When will I get again the chance to live in a city where such an internationally relevant event takes place? I have rummaged for a bit of sporty feeling inside my character and I’ve booked tickets. As Kevin said, ,,it is nice to be a part of something”. Runners and swimmers and gymnasts were already sold out, such a pity, so I went for hockey, and I even managed to get a bit fond of it by the end of the game. The player were sliding and chasing a small yellow ball on the heavily wet grass. I found myself shouting in support to Scottish team, who nonetheless lost 1-2 against Malaysia, despite of the goalkeeper’s barks.

The Games mascot is Clyde (named after Glasgow river), a thistle (hence the fancy violet hair) that appears in different corners of the city with a different t-shirt each time, painted by elementary schools or so, and short enough to be the goal of many pictures and selfies. Cheers from Glasgow, City of the XX Commonwealth Games!

Palestra/Gym

Ho deciso di rompere un tabu personale, di sfidare i miei limiti, di stupire e stupirmi.

Mi sono iscritto in palestra.

Per voi increduli: la tesserina ne è la prova. imageNon facevo sport dai tempi delle superiori, però mi sono sempre mantenuto attivo sgambettando sul lavoro e sollevando chili di piatti da mettere il lavastoviglie. Adesso sto seduto tutto il giorno e me vienel cul quadrato, come dice mio papà.

Allora via! A correre sul tapi roulant, e poi a fare rowing (far finta di remare). Su iniziativa di Isabel e Selene, molto più sportive di me, ho provato anche metafit, una disciplina bruciagrassi e sviluppamuscoli.

La lezione durava 30 minuti e dopo 10 stavo guardando l’orologio, pregando che il tempo scorresse più veloce. L’istruttore grondava litri di sudore, io no solo perché ero spalmato sul pavimento. Eppure lui ci incitava: ,,bravissimi!”, oppure: ,,gli ultimi 3 secondi, poi pausa!”. Solo che la pausa tra un esercizio e l’altro dura 20 secondi. Risultato: il giorno stesso sono andato a letto con le galline, e il giorno successivo mi facevano male perfino muscoli che non sapevo di avere. Scendere le scale o sedermi sulla tavoletta del WC era un’impresa da nonagenario.

Poi ho finalmente provato la zumba, e ho scoperto che non è altro che l’arte del bans da oratorio elevata a disciplina da palestra. L’istruttrice mi ha preso subito di mira. Sarà che sono uno dei due uomini presenti, contro una 40ina di ragazze. Sarà che continuavo a ciacolare con Selene. Fatto sta che ci teneva d’occhio e ci sbraitava contro: ,,alti quei talloni! Petto dritto! Più piegati!!!”.

Il mio obiettivo segreto è quello di diventare così entro la fine del semestre (tatuaggi esclusi):

Adam-Levine-underwearCe la posso fare. Smettetela di ridere sotto i baffi.

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A miracle has happened, a great event has occurred. I have subscribed to the gym. I haven’t done any sort of training or exercise since high school. Still, toddling up and down as a waiter, or lifting tons of plates as a dishwasher have kept my body alive and fit. This year I’m always sitting on a chair, though, and, as my father says, my butt is becoming square.

Alas, let’s move that bump. Panting on the tape, ruining my palm skin with rowing. Then, pulled by Selene and Isabel, I’ve tried metafit, a sport to burn fat and develop muscles. The trainer was really nice, he dripped liters of sweat. I didn’t, just because I was flattened on the ground though. However he kept encouraging: ,,brilliant! Are you with me? Still 3 seconds, then a break!”. Sure. The break lasts 20 seconds. That night I fell asleep at sunset and the next day every muscles were aching, even those I didn’t know I had.

And then zumba. The instructor picked me out immediately. Maybe because I was one of the only two guys present, maybe because I was chatting with Selene, but she kept an eye on us and shouted: ,,heels higher!!! Chest up!!! Down those knees!!”.

Personal goal by the end of the semester: become like Adam Levine (tattoos not included). I can. I know I can. Stop sniggering.